Città del Paradiso

Paraiso significa paradiso. Polis, viene dal greco. Paraisopolis. Ma con l’accento sulla prima “O”, Parasópolis. Città del paradiso. E adesso andiamo su google immagini. Roba da non credere, vero? Le cifre ufficiali dicono tra i 60 e gli 80 mila abitanti. La gente dice 100 mila. Io sto con la gente. Centomila abitanti. Un paio di cliccate ed è facile saperne la storia, come, quando e perché nacque e soprattutto come si arrivati a queste dimensioni. Centomila persone. Accetto questo numero perché ho visto come fanno il censimento. Dieci anni fa, nella mia favela non ci entrarono, semplicemente ignorarono e tirarono dritto. Forse ebbero paura e se ne andarono. Non ci entrarono, non entrò a far parte delle statistiche, non le diedero l’imprimatur dell’esistenza. Rimase – ed è ancora – senza una denominazione ufficiale, le case senza numero civico, le viuzze interne il nome se lo prendono dall’abitante più “popolare”: la via di José, la via di Maria. Senza nome non esisti. Si provi, ad iscriversi nelle liste di unità sanitaria locale, o alle liste elettorali, si provi a comprare un mobile a rate nella svendita dei grandi magazzini e si chieda di consegnarlo a casa senza possedere un indirizzo ufficiale, un numero civico, bella vita vero? Nella grande maggiorana delle strade di Praisópolis questo non succede. Anzi, l’associazione comunitaria là funziona molto bene. Nome, numero, scuola, banca, supermercato, c’è tutto. Esistono perfino alcune linee di autobus che ci arrivano da vari punti della città, autobus che sfoggiano sul vetro il cartello col nome: Paraisópolis. Ritorniamo a google immagini. Adesso scriviamo Fevereiro (febbraio) Paraisópolis, oppure Conflito Paraisópolis. Conflito con una sola “T”. La maggioranza delle foto illustrano bene quello che è successo. Forse però sarebbe meglio un video…
Un furto di un veicolo nelle strade adiacenti alla favela (lo so che dalle immagini si vede benissimo ma è utile ricordare che Paraisópolis è ficcata come una spada nel cuore del quartiere Morumbí, uno dei più esclusivi e ricchi delle Americhe, pieno zeppo di tentazioni) porta le volanti della polizia ad inseguire il ladro. Si spara, il ladro muore. Dalle carceri arriva l’ordine tassativo: bruciate tutto. Il comando viene dai capi del traffico di droga locale . Praticamente gli eredi – o gli stessi – che misero a ferro e fuoco la città qualche anno fa provocando centinaia di morti ed esecuzioni sommarie da parte delle schegge “impazzite” dei corpi di élite della polizia. In pochi minuti si scatena l’inferno. Gruppi di scalmanati distruggono tutto ciò che trovano sul loro cammino, il fuoco si sparge tra barricate e macchine rovesciate. Sembra che i manifestanti siano telecomandati da fuori, usano tecniche di guerriglia urbana, mordi e fuggi, la polizia in forze è troppo pesante, non ne becca neanche uno. Tutti i canali di televisione trasmettono le immagini in diretta. Non c’è dubbio sulle responsabilità e sugli autori dei disordini. La polizia in difficoltà non riesce a passare neanche con i carri armati.  Pare che i delinquenti in libertà abbiano il sopravvento. La città reclama vendetta: la favela in fiamme non è un buon affare. Dopo qualche ora con l’arrivo dei rinforzi la situazione si placa definitivamente. Il nome dell’operazione è significativo: operação asfixia, e non c’è nemmeno bisogno di tradurlo. Ma asfissiare che cosa, asfissiare chi? Il giorno dopo uno scenario di distruzione e desolazione inietta di sangue gli occhi dei potenti. Si prende la decisione di occupare il territorio. La favela diventa zona militare. Coprifuoco. Nessuno entra e nessuno esce senza il permesso di chi adesso ha preso il comando. Il “permesso” è una perquisizione sommaria, faccia al muro, gambe aperte. Torna la calma. Tutto sotto controllo. Questa, la storia ufficiale.
Quello che è successo veramente e quello che veramente sta accandendo in Paraisópolis è molto diverso. Solamente oggi la verità sta venendo a galla. Dal primo febbraio la rete di intimidazione inflitta agli abitanti ha impedito che quello che tutti sapevano, venisse divulgato. Certo, né i grandi giornali né le televisioni che sbavavano di libidine sulle immagini del giorno cruciale, ne parlano più. L’occupazione militare di un territorio abitato da centomila persone continua. I disordini sono scongiurati. Parlare di che allora?
Perché parlare delle umiliazione inflitte a donne vecchi e bambini, delle perquisizioni notturne, dei pestaggi che servono di esempio. Perché parlare degli spari intimidatori su qualunque tipo di riunione di tre o più persone che all’occhio delle autorità appaia sediziosa. Perché parlare delle espropriazioni in massa di molte zone della favela da parte del Comune che dà, come rimborso, cinquemila reais (quasi tremila euro), per sloggiare da lì e andarsene il più lontano possibile senza offrire una alternativa, anzi, con in mente shopping center e parcheggi per mezza città, proprio in quei giorni cambia nottetempo il piano regolatore per ufficializzare la speculazione edilizia che preme per nuovi spazi. L’associazione comunitaria si mobilita, dice a tutti di non abbandonare le case, di resistere. Ma come si fa a resistere davanti alle ruspe? O a un gruppo di soldati armati che l’altro giorno ha sparato a zero su chi protestava contro l’esecuzione sommaria di un ladro di polli, no, pardon, un ladro di macchine. Sì perché la “manifestazione orchestrata dalle prigioni a comando dei capi del traffico di droga” in realtà è sorta in seguito all’esecuzione sommaria del ladro. Chi ha tirato la prima pietra è stata una signora, cinquantasei anni, quattro figli e due nipoti, che ha visto tutto. Assassini, assassini! Grida con il sasso in mano.
Ascoltiamo il governatore: “ la polizia non occupa, la polizia è presente in tutti gli angoli della città, Paraisópolis non è sotto assedio”. Nel mio quartiere, higienópolis (città dell’igiene) la polizia non gira in gruppo, mitra alla mano, e non mette uomini donne e bambini faccia al muro, non entra nelle case a perquisire, non spara a zero e il Comune non offre cinquemila reais per andarsene di casa. Le strutture per denunciare abusi di potere esistono… io ci sono stato, le conosco bene. Una volta mi hanno detto che dovevo inviare il filmino del momento esatto in cui il poliziotto corrotto prendeva i soldi o in cui il poliziotto maltrattava qualcuno o in cui si vedeva chiaramente commettere l’abuso al sito internet vuvuvu iutub. Il momento esatto, badi bene! E si vada sul iutub. Si clicchi e ci si goda lo spettacolo. Siamo a São Paulo, ragazzi, a due passi dalla città del paradiso. Qualcuno adesso le ha cambiato nome Infernopolis,  ma con l’accento sulla prima “O”. Infernópolis.