Clochard: quando l’escluso diventa l’eletto

…le persone che incontriamo sono segnate da un’esperienza di fallimento. La loro vita assomiglia ad un campo di rovine. Vivono poi, un’esperienza di rifiuto e di abbandono da parte della società. Un’esperienza da parte loro di vergogna e di abbandono. Molti sono in pieno naufragio. Infinito. L’uomo che vive in queste situazioni l’unica cosa che attende ancora è lo sguardo… Parla Michel:
   Colette ed io ci siamo sposati nel 1992, e già da molto tempo, ognuno per la sua strada, abbiamo sentito la chiamata di Gesù e di Francesco d’Assisi. Abbiamo sentito l’appello al mondo dei poveri, dei più poveri. Ora parleremo di queste esperienze parallele, e comincerò io.

   Il mio cammino con i più poveri è iniziato negli anni ’70, avevo 23 anni ed ero un giovane francescano. Ho scoperto il mondo dei poveri grazie ad un’associazione internazionale.
Ben presto ho capito che non volevo andare in mezzo ai poveri per fare delle cose per loro, ma volevo essere con loro. Vale a dire vivere con loro e costruire, giorno dopo giorno, dei legami amicali e fraterni. Perché il vero dramma dei poveri è di essere continuamente assistiti, ed è molto raro che qualcuno dica loro :"Siamo contenti che voi ci siate, io sono contento di stare con te!"
I poveri sono sempre un peso per la società e non si riesce a vedere l’aspetto prezioso della loro vita. Per tutto quello che loro potrebbero dare alla società, basterebbe ascoltarli.
   Per molti anni ho vissuto nelle comunità francescane dei quartieri poveri. Condevidevamo lo stesso ambiente, le stesse case, facevamo noi stessi i lavori da operai, e vivevamo tutte le possibili relazioni di vicinato. Questo è continuato fino agli anni ’80. Finché durante un ritiro spirituale vicino a Parigi, ho sentito un nuovo appello. Ho avuto modo di rileggere i passi della spiritualità francescana, tra i quali c’era scritto che Francesco invitava i suoi fratelli a rallegrarsi di essere in mezzo ai poveri, ai lebbrosi, agli ammalati.
A Parigi in quell’occasione c’erano effettivamente molti mendicanti, e mi sembrava che c’era qualcosa per cui si poteva attuare la regola di S.Francesco, qualcosa che non era anacronistico, o peggio, folcloristico, ma la povertà evangelica era certamente un compimento del cammino umano. E i poveri, i mendicanti erano sempre lì alle nostre porte. Sarebbe stato possibile inventare questo cammino di prossimità con loro, come indicava S.Francesco?
Con un fratello che aveva le mie stesse aspirazioni, abbiamo fatto una prima immersione.
   Dopo il primo mese eravamo già sconvolti,a causa dell’intensità di casi umani vissuti nell’incontro. Non solo con le persone della strada, ma anche con le persone conosciute attraverso le persone della strada. E siamo rimasti sconvolti davanti a tutta la disperazione che abbiamo incontrato.
Dopo il primo mese abbiamo chiesto al nostro superiore il permesso di continuare questa esperienza. E continuammo in modo itinerante, sempre nell’assoluta povertà, restando in media quattro mesi in una città, prima di spostarci. Questo è durate parecchi anni, finché ho incontrato Colette.
E ora lei vi racconterà il suo personale cammino.

Parla Colette:
   Sono stata infermiera per 8 anni, poi mi è stato chiesto di animare e di essere responsabile di varie associazioni che facevano servizio e assistenza alle persone senza lavoro, ai prigionieri e alle loro famiglie e a gente che vive sulla strada. Avevo contatti anche con luoghi che facevano accoglienza notturna. Lì, una sera d’inverno del 1990, tra le 20 persone che erano venute a cercare rifugio, sono rimasta catturata da due di loro, i quali non portavano sul viso i segni della sofferenza. Una di loro era Michel.
Ho subito capito che il suo cammino raggiungeva una parte della mia vocazione, e chiesi a questa piccola comunità itinerante di unirmi a loro. Cosa che feci nel ’90 e ’91 per dei periodi di 15 giorni. E sulla strada Michel ed io ci siamo riconosciuti in una vocazione comune. E devo dire che prima d’essere sedotta dai suoi begli occhi, sono stata sedotta dal suo stile di vita. Nel 1992 ho tagliato i ponti con la mia vita sedentaria, ci sposammo, e abbiamo ripreso assieme la vita che Michel conduceva già da dieci anni.
   Dal ’92 ad oggi siamo senza dimora. Non abbiamo casa ne’ in Francia, la mia patria, ne’ in Belgio, patria di Michel. Perseguiamo la condivisione di una povertà concreta, non riceviamo un salario per i servizi che facciamo, ne’ il sussidio minimo per le persone non garantite, previsto dalla legge. Ciò nonostante, lavoriamo un mese all’anno per poter usufruire del regime di assistenza sociale francese. Perché non vogliamo che le nostre famiglie siano obbligate a pagare le conseguenze della nostra scelta.
Per gli spostamenti di lunga distanza pratichiamo l’autostop. Quando arriviamo alla città che ci siamo proposti, prima di tutto andiamo alla stazione: è un luogo che, poco o tanto, le persone frequentano volentieri. Come arriviamo non abbiamo nessun segno esteriore che manifesti la nostra presenza, ma è un momento prezioso di ambientamento che prepara gli incontri che verranno dopo. È quella che noi chiamiamo una presenza contemplativa, cioè non siamo subito preoccupati di incontrare coloro i quali diventeranno i nostri compagni di vita. Noi ci auguriamo che gli incontri accadano in modo spontaneo e che i legami crescano un poco alla volta. Talvolta accade, come fanno con altri, che vengano a chiederci una sigaretta o del denaro. In quell’occasione chiediamo a quali strutture possono far riferimento in quella città. In questo modo i legami iniziano a prendere forma.
Le cose si chiariscono verso mezzanotte, dato che le stazioni francesi e belghe non accolgono le persone per la notte. E ci troviamo con i nostri compagni (che non hanno perso il treno o hanno un albergo dove allogiare), a errare per cercare un riparo. Tuttavia è raro che fin dalla prima sera ci chiedano di accompagnarli. Così ci arrangiamo cercando dei cartoni e dei luoghi dove rifugiarci per la notte.
L’indomani cerchiamo il luogo di accoglienza che la sera prima ci avevano indicato. Iniziamo a frequentarlo assiduamente, dove avviene la reciproca conoscenza e poi l’amicizia.
   Concretamente: come dormiamo normalmente?
Normalmente dormiamo all’aperto, eventualmente in compagnia di questi amici. All’aperto significa un rifugio di fortuna, al riparo dalla pioggia, dal vento, dagli sguardi della gente. Può essere un parcheggio sotterraneo, l’entrata o l’androne di un grande magazzino, di una scuola o chiesa, una casa in costruzione.
Una seconda possibilità, ma solo se siamo invitati, frequentiamo gli squat, cioè una casa disabitata, spesso in rovina, che delle persone hanno occupato. Sono luoghi privi di confort: manca acqua, luce, le finestre sono rotte e l’ambiente è sporco. Abbiamo vissuto così tutto un inverno in compagnia a dei tossicodipendenti.
Una terza possibilità per la notte è frequentare un centro di accoglienza. Ma è raro, in quanto sono pochi che accolgono donne e uomini. Questo si spiega per il fatto che ogni otto uomini sulla strada ci sono due donne. Ma le statistiche dimostrano che sempre più giovani sono per la strada, e tra i giovani, le coppie.
   Come facciamo per il cibo?
I centri di accoglienza forniscono spesso un pasto al giorno. O almeno una colazione. In genere, e questo può sembrare sorprendente, cerchiamo il nostro nutrimento nei cestini pubblici. Molte persone in disagio lo fanno.
Per noi è un gesto concreto verso coloro che lo fanno per necessità. È anche un gesto simbolico che interpella fortemente una società opulenta dove i poveri sono costretti a mangiare le briciole che cadono dalla tavola dei ricchi.
Un’altro modo è bussare alle porte e chiedere del pane.
   Per quanto concerne la pulizia personale, i centri di accoglienza sempre più danno la possibilità di farsi una doccia e di lavarsi i panni. In ogni caso cerchiamo dei luoghi pubblici dove questo può essere fatto gratuitamente.
   Per il vestiario ci si affida alla Caritas o ad associazioni affini. Noi li riceviamo dai nostri amici e dalle nostre famiglie.
   Quello che dobbiamo capire dal contenuto delle nostre giornate, è più importante di questa parte che ho cercato di descrivere. È la condivisione di queste condizioni di vita e di sopravvivenza che ci permette di entrare in contatto con questo mondo di persone abbandonate.

Continua Michel:
   Vorremmo entrare nel merito dell’approccio contemplativo.
Il nostro percorso si inserisce nel legame con l’Incarnazione; vogliamo essere vicini ai poveri, camminare lungo le loro stesse strade, vivere un’amicizia fraterna con loro.
Non si tratta di fare come il povero o di giocare al povero, ma instaurare una relazione nuova in mezzo alle nosre differenze. Si tratta di aprire una breccia in un mondo che vive in un ghetto; è di instaurare con gli esclusi una relazione che restauri qualcosa dell’umanità, laddove quest’ultima è profondamente lacerata.
In effetti le persone che incontriamo sono segnate da un’esperienza di fallimento. La loro vita assomiglia ad un campo di rovine. Vivono poi, un’esperienza di rifiuto e di abbandono da parte della società. Un’esperienza da parte loro di vergogna e di abbandono. Molti sono in pieno naufragio. Infinito. L’uomo che vive in queste situazioni l’unica cosa che attende ancora è lo sguardo, uno sguardo dove lui possa ancora esistere, uno sguardo che parla con gli sguardi.
Attende una presenza, un’amicizia che gli dica che qualsiasi cosa sia la sua situazione, rimane un fratello. Interamente e ugualmente, da parte di chi può essere in una condizione migliore.
   Concentriamo le nostre energie nello sguardo, nella stretta di mano, nei gesti quotidiani, per far passare nel grado massimo la tenerezza e la bontà.

Conclude Colette:
   Un altro punto importante del nostro cammino è che i poveri non sono più degli assistiti, ma sono loro che ci ricevono nella loro vita, nella loro storia e nel loro cuore. Si prendono cura di noi, ci offrono l’ospitalità del loro squat o dei loro rofugi, ci invitano al bar, ci danno degli indirizzi importanti, chiedono di sederci vicino a loro, e tutto questo è una rivoluzione nella loro vita.
Loro che normalmente ricevono degli aiuti, dei consigli e delle lezioni di morale, che devono sempre rispondere alle domande e alle richieste che la società fa loro; loro che si misurano sempre con i loro compagni di sventura, che sono lo specchio insopportabile di ciò che essi non vogliono essere, possono pure loro offrire e donare, fare qualcosa di buono per qualcuno, ed è per loro una gioia e un onore. E per noi un’immensa felicità, gioia d’essere ricevuti nelle loro braccia, di lasciarci accogliere, e di riconoscere così la sorprendente grazia dei poveri. Questa grazia è di concentrarsi sempre sull’essenzialità della vita: che non è nell’avere, nel potere, nell’apparire, ma nello scambio, nella gratuità, nella tenerezza, nel rispetto, nella riconoscenza e nell’amore.
Se noi sapessimo venerare i poveri, la lotta contro la miseria farebbe un grande passo.
Prima ancora di voler colmare la loro necessità, dovremmo mendicare l’acqua del loro cuore, come Gesù nell’incontro con la samaritana. Stare con loro in un atteggiamento di profonda umiltà e dire loro:"ho sete, dammi da bere".

Intervento alla festa di Macondo del 28 maggio 2000.