Contro un’infamia, quindi anormali

Credo che non sia rilevante raccontare vicende, storie e sensazioni di quasi due mesi trascorsi con gli amici della São Martinho di Rio, non tanto perché questo non rivesta interesse, ma perché può diventare fuorviante e dannoso. Parlare di infanzia e di adolescenza con riguardo a un Paese così pervaso di contraddizioni e di drammi implica il pericolo reale di svuotare di significato una delle tante sciagure di proporzioni bibliche che attraversano questo universo “globalizzato”. Avendo globalizzato l’economia, abbiamo poi globalizzato la fame e la miseria, globalizzando infine anche la pietà. Se mi sarà consentito, preferisco non prestarmi a questa trappola. Pertanto voglio compiere lo sforzo di non rendere presenti direttamente i volti e le vite dei ragazzi quotidianamente accolti, nutriti, educati e accompagnati dalle donne e dagli uomini della São Martinho. «Noi non siamo normali», mi diceva un’educatrice di strada. Trovo che sia vero, perché non appartiene al cuore inaridito e presuntuoso dell’Occidente capitalista occuparsi ogni giorno della disgrazia di una povertà che demolisce il respiro della vita fin dai primi giorni dopo la nascita. Per questo motivo, per qualche settimana, mi sono sentito orgogliosamente anormale e ne ho tratto una sensazione infinitamente forte e pressoché indescrivibile.
Quindi mi pare molto meglio sviluppare un ragionamento nello stesso tempo etico e politico, ben oltre il dolore e l’indignazione per l’annientamento della dignità dei piccoli. Vorrei essere chiaro ed efficace, sottolineando alcune questioni.
1.
L’infamia dell’abbandono e dello sfruttamento dei minori rappresenta fedelmente la crudeltà della loro irrilevanza nelle dinamiche della società neoliberista. Non contano niente.
Questo postulato non richiede di andare molto oltre l’analisi dei contesti socioeconomici di tutti i Paesi del Sud del mondo. La progressiva, graduale e implacabile opera di eliminazione degli anelli deboli della catena delle relazioni economiche non risparmia nemmeno i bambini, ridotti a manodopera a costo nullo quando possono lavorare, a giocattoli viventi quando vengono sfruttati sessualmente, a fastidioso disturbo da eliminare quando delinquono e rompono la pace sociale. L’equivoco paradossale dell’amore per i bambini di ogni parte del mondo svela in questo caso il suo volto mostruoso, poiché smaschera la nullità etica di questo sistema, che ha rotto ogni regola e ogni vincolo etico e ha condizionato ogni relazione alle esigenze del profitto.
Conta ciò che serve e non ciò che vale in se stesso e questa è la ragione in seguito alla quale la vita viene espropriata della sua dimensione intrinseca di bontà, di tenerezza e di speranza rappresentate dai bambini.
2.
Lo sradicamento dei minori dalle famiglie non è da imputare a una crisi astratta dell’istituto familiare, ma ai modelli socioeconomici che bruciano impietosamente ogni relazione umana.
Disoccupazione, bassi salari, carenze assistenziali e assenza di progetti educativi esplodono come bombe in un contesto, come quello familiare, già paurosamente indebolito dallo sradicamento dalle terre d’origine verso città dove nessuno riesce a ritrovare un equilibrio affettivo anche con le persone più amate. La lotta per il cibo, il vestito e la casa assume caratteristiche brutali e spazza via i modelli tradizionali della famiglia come luogo dell’accoglienza e dei legami duraturi e profondi. In questo clima l’instabilità socio­economica si ripercuote sull’instabilità delle relazioni e i minori sono i primi a pagarne le conseguenze.
La sistematica assenza dei padri, le responsabilità sproporzionate delle madri, l’irresponsabilità nell’assunzione della paternità e della maternità generano carenze affettive devastanti. Non a caso i ragazzi di strada sognano spesso un padre, una madre, una famiglia normale, una casa dignitosa, un lavoro rassicurante.
3.
L’assenza o l’inefficienza delle istituzioni educative è il frutto consapevole e deliberato di un progetto mai dichiarato, ma sempre attuato fin nei dettagli.
Ai detentori del potere economicopolitico non può interessare l’individuazione di progetti educativi per minori in funzione dello sviluppo. Al contrario questi rappresentano un ostacolo determinante contro la diffusione di una logica di sfruttamento.
La debolezza del sistema scolastico e formativo pubblico di quasi tutti i Paesi in via di sviluppo ne è la riprova esemplare, chiamando in causa la responsabilità di chi può garantire, con ogni mezzo possibile, l’educazione e la formazione.
Il dramma dell’analfabetismo e la dispersione scolastica costituiscono una delle cause principali della perdita di qualsiasi punto di riferimento per i minori già espulsi dalla famiglia e da un contesto professionale decente. La strada diventa l’unica maestra e può insegnare solo le astuzie per la sopravvivenza, mentre la scuola diventa un altro strumento di separazione e di rafforzamento dei privilegi.
4.
Il tasso impressionante di tossicodipendenza, di alcoolismo e di prostituzione minorile è paradossalmente una conseguenza tragica, ma necessaria, per mantenere in vita un apparato censorio e repressivo che è proprio la prima causa di questo flagello.
Sembra strano e curioso, ma è proprio questo sistema efficiente di sfruttamento e di emarginazione che porta nel grembo i mali che poi combatte, trovando una ragione per fondare una morale pericolosissima, che sogna un mondo ripulito da tutti i mali possibili. Scaraventa i ragazzi nella strada, li espelle dalle scuole e dal sistema produttivo, li rovina con la droga, l’alcool e la brutalità sessuale, li toglie di mezzo quando questi si mettono nelle mani del narcotraffico.
In tutti questi passaggi, il comune denominatore è la passività totale dei minori, mai protagonisti di una scelta, di una decisione, di un atto di dignità. Le regole ferree e spietate di questa società cattiva piegano e spezzano i più deboli con le armi affascinanti del loro stordimento. Il paradosso posto da Gesù Cristo sul padre che non darà mai una pietra al figlio che chiede un pane trova qui la sua più crudele contraddizione: non una pietra, ma colla, “crack” e “pinga”.
5.
I miracolosi guadagni garantiti dal narcotraffico rappresentano una tentazione irresistibile e vincente per chi non ha mai avuto nulla.
Qui mi spiego con un semplicissimo esempio.
Un onesto muratore che abita in una miserabile favela di Rio guadagna circa 150.000 lire al mese. Se il figlio minore decidesse di lavorare come “avião”, vale a dire come staffetta per il trasporto della droga, guadagnerebbe almeno 1.200.000 lire per lo stesso periodo.
6.
Oggi la Chiesa cattolica è dilaniata al suo interno dalla necessità della difesa profetica dei più deboli, e tra essi i minori, e la paura di sopportarne le conseguenze inevitabili.
Questo ha generato la diffusione di progetti meravigliosi e trasparenti accanto a ritirate indegne e codarde di fronte al grido silenzioso ma continuo di questi poveri di Dio. La denuncia ferma e coraggiosa del massacro della Candelária di Rio (otto ragazzi di strada assassinati a sangue freddo) che si mette in atto ogni 23 luglio, trova una pesante contraddizione nei tentennamenti pretestuosi e disonesti della diocesi della città. Ancora di più la testimonianza quotidiana del comandamento evangelico dell’amore per i piccoli viene esaltata dal lavoro tenace e ininterrotto di istituzioni educative di ispirazione cristiana (e la São Martinho è tra questi) e viene rinnegata dal silenzio colpevole di molti credenti davanti alle violazioni palesi dei diritti dell’infanzia.
Dunque è il tempo di aprire gli occhi su questa condizione umana abnorme e deformata dalle menzogne di un sistema che dispensa diritti soltanto in relazione proporzionale alla forza dei poteri.
Al di là delle sensazioni dolcissime che i due mesi alla São Martinho mi hanno regalato, una volta di più credo nella pedagogia dell’annuncio che si fa denuncia, se necessario forte e circostanziata. I ragazzi delle città brasiliane non appartengono a un mondo di verità e di giustizia, perché Dio non li vuole così ed è un’infamia ulteriore usare la loro condizione per ripulire le coscienze stanche e vuote dell’Occidente.