Cosa sarà

…. che ci porta a cercare il giusto dove giustizia non c’è?( Lucio Dalla – Francesco de Gregori)

La Casa Pia San Vincezo de Paoli confina muro a muro con la più grande Sinagoga della città. Basta attraversare la strada che si arriva davanti al portone della Centro de Umbanda Preto Velho. La Casa Pia, la Sinagoga, il Centro de Umbanda: dalla finestra della mia camera.

Da bambino ero un Lupetto. Il capo branco mi insegnava il saluto e alcuni gesti tipici. Tra i più importanti c’era quello del pollice appoggiato sulla punta del mignolo della stessa mano: rappresentava il più forte che protegge il più debole. Ho sempre pensato che esistono valori che vanno al di là di me e della mia meschina volontà. Dico mia ma potrei dire tua, nostra. Valori come quello imparato da Lupetto, il Grande protegge il Piccolo e il Piccolo può fidarsi del Grande. Ci penserà la vita ad insegnare che a volte è il Forte che ha bisogno dell’aiuto del Debole.

Pedro era un uomo grande e un grande uomo. Atletico, forte, dritto. Autodidatta, lo chiamavano “il professore”, per la sua enciclopedica erudizione fu protagonista della vita culturale della città e del Paese. Scrisse decine di libri, conobbe re, regine e presidenti. Di poche parole e dai gusti frugali, coi soldi che aveva avrebbe potuto permettersi caviale e champagne. Preferiva un semplice panino con un bicchiere di acqua fresca. Mi voleva bene.

Gli italiani e i loro discendenti in Brasile sono milioni. I primi arrivarono a San Paolo alla fine del XIX secolo per fuggire alla miseria e alle miserie del sottosviluppo della madre patria. Rimanevano in quarantena nella “Casa do Imigrante”. Dal porto di Santos arrivavano in treno direttamente nel luogo da dove sarebbero ripartiti per le piantagioni di caffè. Dopo l’oceano d’acqua era pronto per loro un oceano di terra sconosciuta.

Tutte le mattine le suore della Casa Pia pregano con i bambini di tutte le classi, dalla materna al liceo della scuola alle loro dipendenze: Padre Nostro, Ave Maria. La domenica mattina alla otto e mezza, suonano le campane della cappella per chiamare alla messa. Il venerdì sera il suono dei tamburi dalla Casa de Umbanda si incunea tra i palazzi ed arriva fino in camera mia, al diciannovesimo piano. Sabato mattina, famiglie di ebrei ortodossi occupano il marciapiede. Ogni tanto celebrano all’aperto qualche ricorrenza importante. Tante volte ho visto portare a spalla la Torà per le vie del quartiere tra canti e danze.

Mi sono sempre chiesto perchè nessuno rimane indifferente davanti ad un tentativo di suicidio. In qualche modo si cerca rapidamente di fermare la mano o di impedire l’azione mortale auto inflitta. Nessuno resta fermo a guardare un pover’uomo che si vuole impiccare, o sparare, o buttarsi dal ponte. È più forte di noi, è il pollicione che protegge il mignolo. E se si tirasse dritto, se si facesse finta di niente saremmo denunciati per omissione di soccorso.

Pedro mi voleva bene. Accettava ogni manovra per più dolorosa che fosse. Serve? Mi chiedeva. Bastava che lo guardassi e che sorridessi e Pedro capiva. Il dolore e il fastidio di quel momento era il prezzo del sollievo che avrebbe sentito in seguito. L’unica volta che si è lamentato disse: porco mondo. Avrebbe potuto dire facilmente un paio di vaffa a me e alle due infermiere che si occupavano di lui. Invece in tanti anni disse porco mondo una volta sola.

La Casa do Imigrante era un vero e proprio di centro di smistamento: i sani di qua, i malati di là. Le donne e i bambini da una parte, gli uomini dall’altra. Italiani, ma anche gente di tutte le parti del mondo. Quattro milioni di persone in pochi decenni. Un milione di paesani nostri. Napoletani, calabresi, siciliani e veneti.

Si convive muro a muro da sempre. Ognuno pregando in modi e forme diverse lo stesso Dio che sorride contento quando vede tutta quella gente che pensa a lui. Nessuno dice che il suo muro è più bello di quello del vicino. È impossibile: è lo stesso muro. Sinagoga Casa Pia Umbanda.

Un’amica mi insulta: “italiano cretino!”. “Ma cosa ho fatto?”rispondo. “Siete tutti uguali voi italiani: arroganti, saccenti, con la verità in tasca, imponete a tutti il vostro modo di vedere le cose e di interpretare i fatti” continua indignata. “Ma a cosa alludi?” chiedo mellifluo. “Che adesso vi siete messi ad ammazzare la gente”. “No, ma cosa dici, ammazzare chi?”.

Era dolore vero, fastidio vero quello che Pedro sentiva. I polmoni pieni di catarro mi obbligavano ad aspirarlo un paio di volte al giorno: infilare una lunga cannula nei polmoni collegata ad una macchina che con la forza di un aspirapolvere liberava trachea e bronchi da ogni secrezione. Prima però erano necessarie alcune manovre fisiche per staccare il catarro dalle pareti polmonari. Insomma, roba che fa male. Scusa Pedro, dicevo. Fai quello che devi, rispondeva.

All’arrivo venivi lavato e disinfestato. In seguito avviato al luogo di lavoro. Fazendas, a centinaia o migliaia chilometri. E là dovevi rimanere. Eri venuto a sostituire gli schiavi appena liberati. Al lavoro, Fratelli d’Italia maccheroni, al lavoro. In questo paese si lavora, chi non lavora non mangia! Qualche capataz, abituato ad usare la frusta ci avrà pure provato. Chi si pentiva e fuggiva per tornare a San Paolo, trovava lavoro nell’industria nascente in condizioni molto peggiori di quelle che aveva lasciato a Torino o Milano. Maccheroni fannulloni, insultavano i capi reparto.

Nessuno si azzarda a dire al vicino che il suo modo di pregare Dio è quello giusto, l’unico ed esclusivo, il vero e il solo. In un paese di immigrati per convivere è necessario andare d’accordo, rispettarsi a vicenda e, perché no, essere amici. Chi lascia la sua terra per una nuova capisce immediatamente che tutto quello che credeva solido e immutabile in realtà si può rivedere e correggere. Il muro in questione è sì un muro divisorio ma fragile fragile…

“Volete ammazzare la gente malata, volete farla morire di fame”. Penso istintivamente al Pollicione che adesso non protegge più ma schiaccia, fa a pezzi, stritola il più debole che non ha nessuna possibilità di reagire, di difendersi. Penso ai nostri meninos de rua, alla mercé di tutto e di tutti. Penso alla situazione paradossale: da una parte suicida che vogliamo salvare a tutti i costi contro la sua volontà di morire; dall’altra il malato terminale che uccidiamo in nome del diritto alla vita. Guardo il mignolo e capisco che non aiuterà mai il ditone, è troppo piccolo, solo, debole.

Pedro passò gli ultimi mesi totalmente incosciente. Ogni tanto apriva gli occhi, borbottava qualche parola. Gonfio, irriconoscibile, perdeva umori e liquidi da tutte le articolazioni. Attraverso una sonda naso gastrica, l’infermiera lo nutriva con una pappa preparata apposta per lui. Io lo sbatacchiavo un po’ per aiutarlo a respirare meglio. Un erede ci chiese se non era il caso… sai com’è in una situazione così… togliere la spina, forse, sarebbe…. Guarda, rispondemmo, che non c’è nessuna spina, Pedro respira da solo, il cuore batte, ogni tanto apre gli occhi e dice qualche parola. La sonda è per aiutarlo a mangiare perché non riesce più a deglutire. L’erede aveva fretta. Soffriva anche lui nel vedere tanta sofferenza. La sofferenza degli altri. Il dolere degli altri. Le cure di Pedro molto costose. O lo lasciavamo soffocare nel suo catarro o non gli davamo più da mangiare… Continuammo come sempre, io lo aiutavo a respirare, l’infermiera preparava le pappe.

I primi italiani maccheroni fannulloni soffrirono il caldo infernale, gli insetti, la nostalgia, e la fame. Soffrirono i pregiudizi di una società che necessitava del loro lavoro e li sfruttava sedici ore al giorno in fabbriche e fazendas, li spremeva in abitazioni collettive senza servizi igienici, senza assistenza sanitaria, senza diritto alcuno, con il dovere di accettare il lavoro come il solo valore a cui sacrificare tutto. Lavoro lavoro e lavoro… fino a morire. Alcuni si trasformarono i ladri e assassini. Altri organizzarono scioperi e cortei. Vennero pestati a sangue e rimpatriati a forza come indesiderabili.

—-

In questo momento, dal diciannovesimo piano, ascolto le grida dei bambini che giocano in cortile. Quale? Quello della Casa Pia, della Sinagoga o del Centro de Umbanda?

Che tipo di pollice sarei davanti ad Eluana? Quello che protegge, come mi insegnava il capo branco o quello più forte e basta?

Un giorno Pedro fece un verso strano, aprì gli occhi. Poi più niente. L’infermiera non si mosse. Anch’io rimasi immobile. Forse, chissà, un massaggio cardiaco… la respirazione bocca a bocca… Pedro morì. Aveva 99 anni.

La prossima volta che vengo in Italia, farò finta di essere immigrato. Extracomunitario. Brasiliano. Voglio essere fermato e identificato da una ronda padana e ricacciato indietro come indesiderabile. Voglio ammalarmi, andare all’ospedale ed essere denunciato come clandestino. Voglio rantolare in un centro di rianimazione e vedere la faccia del medico che dicide di farmi morire di fame.