Credere nella crescita della vita dei bambini

La leggerezza, l’educazione, il gioco: i bambini.
Rubem Alves ci guida all’ascolto e al rispetto dei bambini, all’impossibilità di incatenare la vita, a coglierne le meraviglie. 

Introduzione

Voglio subito dirvi la mia gioia di essere con voi questa sera. Io spesso faccio delle narrazioni e so anche dove voglio arrivare, ma poi c’è qualcosa che si mette in mezzo e quindi devo prendere un altro cammino.
La presentazione di padre Arnaldo [Arnaldo De Vidi ha aperto l’incontro presentando  Alves come un teologo, tra i padri della Teologia della Liberazione, ma che successivamente ha abbandonato questo tipo di studi, ndt] ha toccato alcuni aspetti della teologia, ma non ero preparato per questo, non è proprio vero quello che ha detto, perché la teologia in realtà è una cosa che mi interessa moltissimo, mi affascina e mi fa ridere molto, mi dà leggerezza.
Il mio filosofo preferito, il tedesco Friedrich Nietzche, che è maledetto per i cristiani dice così: “potrei credere solo in un Dio che sapesse danzare” e quando si è incontrato con il suo demonio, era lo Spirito della Pesantezza che faceva affondare tutte le cose.

 Quindi possiamo prendere il tema della leggerezza; se parliamo di
educazione, di bambini, sappiamo che hanno questo potere di mantenerci leggeri. Un altro filosofo che mi piace molto è Kirchegard il quale dice: “quando noi vogliamo parlare, dobbiamo dire innanzitutto qual è la nostra età anche perché quello che avviene al mattino, poi passa quando si arriva a sera”.
Ho 73 anni… apro una parentesi, voglio  dirvi come io mi sono accorto della mia età, di essere vecchio. non è stato quando ho guardato la mia carta d’identità dove è scritta la data e neanche guardandomi allo specchio, perché guardandosi  nello specchio le differenze avvengono così lentamente che non ci si accorge neanche che avvengono. E’ capitato così: ventitre anni fa avevo cinquant’anni di età, quindi ero giovane, ho preso la metropolitana a San Paolo; la carrozza del treno era piena, ma non era un problema, perchè ero forte, mi sono appoggiato alla balaustra e ho incominciato a fare una cosa che mi piace molto fare, osservare il volto delle persone, il viso ha una dimensione onirica, guardando il viso di una persona si può incominciare a fantasticare e a capire quale sia la personalità e addirittura la religione, l’animo di questa persona. Quindi ho incominciato a vedere dalla mia parte destra e avevo già letto vari volti, quando mi sono girato a sinistra e là c’era una ragazza di un venticinque anni, era bella e aveva un sorriso delicato rivolto verso me, lei non ha cessato di guardarmi e sorridermi anche quando io l’ho guardata, vuol dire che mi considerava bello, quindi c’è stato quel momento di sospensione romantica, io guardavo negli occhi lei e lei guardava me, è stato in quel  momento di incanto che si è alzata e mi ha ceduto il suo posto e in quel momento ho capito: mi trovava bello come suo nonno!  Questo mi ha spaventato perché vuol dire che in realtà la vecchiaia non è bella. Fu allora che ho cercato una metafora che mi dicesse, mi parlasse della bellezza della vecchiaia e leggendo i poeti ho scoperto un’immagine che mi ha incantato ed è l’immagine che sta sui monti di qui [le Dolomiti, ndt], gli alberi con i colori differenti, i colori dell’autunno, la vecchiaia è l’autunno della vita, l’autunno è estremamente bello ed estremamente triste perchè arriverà l’inverno; da allora questa immagine dell’autunno ha ispirato il mio pensiero. Essere nella vecchiaia è avere il tempo corto, il tempo dell’autunno è corto. Noi siamo stati a visitare le Dolomiti oggi e abbiamo visto che c’erano molte foglie già secche cadute se la vecchiaia non arriva addirittura a farci paura, spavento, noi  ci renderemmo conto che abbiamo poco tempo e quindi dobbiamo fare qualcosa. Lo scrittore Albert Camus, francese, il libro che più mi piace di lui è “Il diario” perché fa delle osservazioni corti, brevi. Si direbbe che al mattino il volo degli uccelli va in tutte le direzioni, invece al calare della sera gli uccelli volano solo in una direzione; proprio ieri ho visto uno stormo di uccelli che volavano tutti nella stessa direzione,  sotto forma di una freccia; quindi questa è l’immagine della vecchiaia. E’ il periodo in cui bisogna vivere il maggior desiderio, con tutta l’intensità.
Fa parte dell’educazione della mia generazione la lettura di Herman Hesse. Uno dei libri di Herman Hesse si intitola “ Il gioco delle perle di vetro” racconta di un ordine monastico chiamato Castalia   e il grande maestro di questo ordine si chiamava Joseph Knecht,  era un esteta, uno specialista in Bach, e viveva con quell’ordine monastico che si dedicava al culto della bellezza. Un giorno Joseph Knecht  ha incominciato a sentire una grande nostalgia e non si spiegava  cosa potesse essere, aveva tutto, alla fine ha scoperto qual era questo grande desiderio che lui aveva: il desiderio di educare un unico bambino che non fosse stato ancora diseducato, rovinato dalla scuola.
E’ capitata la stessa cosa con  me, di avere questa passione di educare i bambini, non sento più desiderio di educare chi già è cresciuto [De Vidi interviene affermando che ad Alves era stato proposto di essere il Magnifico Rettore di una grande università del Brasile, ndt]; dal momento che Arnaldo lo ha annunciato vi racconto come è andata. I miei colleghi professori si misero in testa che io dovevo essere il candidato a Magnifico Rettore dell’università. Tutto si svolse in una settimana, per fortuna, poi sono tornato allo stato normale, ma durante quella settimana io ho avuto  tempo per scrivere la mia prima proposta, il nuovo Statuto dell’Università. Non so se in Italia si usa chiamare i rettori “Magnifico”, “Vostra Magnificenza”, per me magnifiche sono le Dolomiti, la foresta amazzonica, il tramonto sul mare, io trovavo che questo titolo “magnifico” non era appropriato per essere applicato ad un rettore, magari basso. Quindi ci sono due possibilità: la prima è che quando un professore dell’università chiama il rettore magnifico o crede davvero che lo sia, allora lui stesso è un idiota e deve essere allontanato; oppure,  l’altra possibilità, è che lui non creda che il rettore sia magnifico, in questo caso lo sta prendendo in giro e anche in questo caso deve essere allontanato.
Io ho dato disposizione, nello Statuto, che il rettore fosse chiamato collega, o semplicemente rettore. Comunque non fui eletto e la cosa finì lì.

Ascoltare i bambini
Tornare ad essere bambini, i bambini sono estremamente intelligenti, è una pena che noi genitori non dedichiamo sufficiente tempo per stare insieme a loro. Mio figlio maggiore ha una figlia di sedici anni. Giorni fa stava guardando un album di fotografie e si è fermato a guardare la foto di sua figlia quando aveva quattro anni ed ha cominciato a piangere perché quella bambina non c’è più, è viva, ma quella di quattro anni non esiste più. Roland Barthes ha scritto un libro meraviglioso sulla foto e dice: “tutte le fotografie sono fotografie della morte perché sono foto di cose che non ci sono più”, una vera fotografia allora provoca sempre tristezza e molta nostalgia, ed è questo che capita a noi quando non abbiamo quell’attenzione, quella cura dei nostri figli.
Io ho incominciato  a preoccuparmi davvero di stare con i miei figli quando è nata la mia bambina con il difetto facciale. Bisogna che racconti qualcosa.
Lei aveva due anni, io stavo dormendo, è venuta vicino a me e mi ha svegliato, io ero un po’ spaventato. E mi ha detto: “papà, quando morirai sentirai nostalgia?” Sono rimasto molto perplesso, non sapevo che cosa dire. Lei ha continuato e ha detto: “Non piangere perché io ti abbraccio”.
Mi ha colpito questa sua sensibilità, anche perché non avevamo avuto delle esperienze forti di lutti in casa. Pensando a questo, poi l’ho elaborato in un libro chiamato “La montagna incantata delle oche selvatiche”.
Una volta, quando aveva quattro anni, l’ho portata a vedere il film “E.T.”
Tornando a casa piangeva convulsivamente. Abbiamo cenato,  ma lei non smetteva di piangere. Allora io ho pensato ad una messinscena e ho detto: “Andiamo fuori e guardiamo la stella di E.T.”
Siamo usciti, ma purtroppo c’erano nubi che coprivano le stelle. Allora ho improvvisato un’alternativa. Ho guardato dietro ad una palma ho finto di sentir muoversi qualcosa e ho detto: “Raquel, E.T. sta qui.”
Smise di piangere, mi ha guardato e ha detto: “Papà, non essere sciocco, E.T. non esiste.”
Allora io ho chiesto: “Se E.T. non esiste, perché tu hai pianto tanto così?”
“Non capisci? è perché non esiste!”
Sono queste percezioni così profonde che non passano per la nostra testa e che noi dovremmo saper cogliere di più.

Un giorno avevo la testa molto pesante, così stanca, allora ha deciso di lavorare, di fare qualcosa di falegnameria. Ho cominciato a costruire degli scaffali per la mia biblioteca che è al terzo piano, ho preso la cassetta degli strumenti e sono salito. E’ arrivata la domestica con la sua figlioletta, non conoscevo la bambina, era una bambina di sette anni. La mamma  nera, quindi anche la bambina è nera, con i capelli arricciati a treccine. La mamma ha detto:” buongiorno”, poi è andata a fare il suo lavoro. Pensavo che la bambina andasse con la mamma perché non mi conosceva, invece è rimasta lì impalata a guardarmi.
Ho preso il metro per misurare e lei mi ha chiesto: “Che cos’è?”
“E’ un metro metallico”, risposi.
“Ma serve per che cosa?”
“Serve per misurare.”
“Com’è che misura?”
L’ho chiamata vicino e le ho detto: “guarda qui, ci sono queste righette, ogni righetta di queste è un centimetro, ogni 10 centimetri c’è una stanghetta più lunga e rossa perché sono a pacchetti di 10. Io ho bisogno di misurare sulla tavola un metro e venti, quindi sono 12 pacchetti di centimetri.”
Poi ho preso una squadra. Ha domandato:
“Che cos’è?”
“E’ una squadra.”
“A che cosa serve?”
“Per fare una linea retta.”
Ho fatto la riga, poi ho detto: “Adesso io segherò  questa tavola.”
“Come farai?”
“Io ho la sega circolare.”
“Com’è che fa la sega circolare a tagliare la tavola?”
“Adesso te lo mostro” le ho mostrato la lamina piena di denti e ho continuato, “i tuoi denti tagliano la carota, i denti di questa ruota taglieranno invece il legno.”
Allora ha chiesto: “cos’è che fa battere il dente nella tavola?”
“C’è un motore qua dentro.
“Cos’è che fa ruotare il motore?”
“E’ l’elettricità.”
“Com’è che l’elettricità fa girare il motore?”
“Neanche gli elettricisti, gli ingegneri sanno come si fa.” E ho concluso,”vieni qua, reggi da questa parte.”
Così lei non si è mossa ed io ho tagliato la tavola. Dopo è scomparsa.
Pensavo fosse andata via, invece era andata nella mia biblioteca a guardare i libri.
Dopo dieci minuti torna e dice:
“Sai, i tuoi libri che hai là, quelli tutti azzurri, i primi due sono al contrario, sono a rovescio.”
“Vai là e mettili a posto.”
Dopo altri dieci minuti torna e dice:
“Guarda che il numero 18 è fuori posto.”
Io tratto sempre i bambini come uguali, senza vezzeggiativi tipo “carino”, “tesoruccio”. A questo punto io stavo spassandomela, ridendo di gusto dentro di me, perché mi rendevo conto che era il sogno di Joseph Knecht.
 Poi ho pensato: se lei avesse fatto quelle domande a scuola, la maestra cosa avrebbe detto? Credo che l’unica risposta dell’insegnante sarebbe stata: “Non è contemplato nel programma del primo anno, ma solo nel secondo anno.”
Nella scuola ci sono delle cose molto strane. Per esempio per me è una cosa stranissima la campanella che divide un’ora dall’altra. Drinn… lezione d’italiano. Drinn..l. ezione di matematica. Drinn… lezione di scienze. Drinn… finita la lezione.
Chi sarà stato quel pedagogo che ha inventato questo sistema che è come un sistema televisivo di cambiare canale, di avere orari già prefissati. Non si sa chi ha immaginato questo, un sistema a griglia. Questa espressione dev’essere stata inventata da un prigioniero, un carceriere disoccupato.
E’ un orrore pensare che le conoscenze stiano dentro una griglia, se mai sarebbe meglio dire che sono come dei percorsi.
Una volta stavo visitando una scuola e stavo parlando con il direttore, quando  è arrivato questo suono stridulo della campanella e io ho detto al direttore: “Sì lo so che c’è questa disposizione che suoni la campanella, ma almeno si metta della musica che quindi può educare.”
Per esempio per una settimana al posto della campanella c’è musica di Beethoven, la settimana dopo Bach e questi cambiamenti non richiederebbero degli statuti da parte del Ministero dell’Educazione.

Le incertezze del genitore

Ho appreso due cose con i bambini: Kalin Gibran ha scritto “Il Profeta” e uno dei temi è il figlio e lui dice ai genitori”…i vostri figli non sono vostri figli. Voi siete l’arco da cui si lancia la freccia; scoccata la freccia essa vola nella direzione del bersaglio” molto bello, ma è sbagliato.
Quindi adesso correggo: Voi siete l’arco che scocca la freccia, ma una volta che sono scoccate queste frecce, esse volano come uccelli nella direzione che vogliono. Noi non abbiamo nessun potere sui nostri figli.
Molti anni fa quando io ero professore all’università, un alunno mi ha chiesto un’intervista.
E’ arrivato a casa mia e la prima domanda che mi ha chiesto è stata: “Come ha programmato la sua vita per arrivare al punto a cui è arrivato?”
Ho capito subito che lui mi ammirava e avrebbe voluto seguire il mio stesso cammino, ma io ho risposto: “Io sono arrivato dove sono arrivato perché tutti i sentieri che io avevo progettato sono falliti.”
I genitori hanno questa preoccupazione di preparare il cammino per il proprio figlio.
In Brasile si parla molto di preparare i figli per il mercato del lavoro. Che destino sublime! Dio ci avrebbe creati  per essere ben integrati nel mercato del lavoro!

I figli ci collocano sempre in una situazione di incertezza e noi dobbiamo accettare quindi di muoverci in questa incertezza, altrimenti l’alternativa sarebbe metterli in gabbia.
Un’altra cosa che ho imparato dai miei figli è una cosa che Gesù ha detto che per entrare nel regno di Dio bisogna essere come bambini, ma non ho mai visto un vescovo che si dondola sull’altalena.
In realtà noi non crediamo nel Vangelo, noi crediamo  che quello che è bene è quello che pesa, il pesante, che è maturo. In portoghese si dice così: è una persona di peso. Se invece si dice di una persone che è leggera, significa che non merita fiducia, che non è matura.
Il messaggio che ci trasmettono i bambini è che l’ideale della vita è giocare.
Troviamo questo in Jacob Kuhn, teologo medievale: “l’unica cosa che Dio fa è giocare, scherzare”.
Il Paradiso è una ludoteca. Noi perdiamo il Paradiso quando smettiamo di giocare e pensiamo solo a lavorare.

Cos’è l’educazione
Dopo aver detto queste cose scandalose, io voglio riassumere per voi come penso l’educazione.
Io penso sempre per mezzo di immagini, sono un narratore di storie. Quando una persona ha davanti una buona immagine, questa è indimenticabile.
Chi vuole imparare è il nostro corpo, il corpo vuole imparare per vivere e vivere bene. Ciò che non ha niente a che vedere con la propria vita, lo si rifiuta di imparare. Se per esempio l’educazione volesse insegnare qualcosa che non ha a che fare con la vita, per esempio costruire un iglù, il bambino non sarebbe interessato (a meno che non sia eschimese).
I bambini non imparano molte cose a scuola perché non sono relazionate con la vita. L’analisi sintattica è anatomia di cadaveri, c’è solo un modo di insegnare la lingua: leggendo e parlando. Non si impara la musica con argomenti sopra la bellezza della musica, sapete che Bach era un compositore completamente matematico, ma non si impara la musica di Bach facendo l’analisi matematica della sua opera, quindi la questione è leggere, leggere, leggere.
Una delle cose più belle che ricordo della mia infanzia è che c’era l’aula di lettura, il bello era che dopo questa ora di lettura non c’erano dei test, degli esami, delle prove per sapere che cosa avevamo capito. L’obiettivo della lettura è la vagabondaggine, è il piacere l’obiettivo,
Sei mesi fa ho riletto “Cent’anni di solitudine” è un libro che ha delle bugie dall’inizio alla fine, tutto è inventato, falso, l’autore deve aver fiutato molta cocaina per scrivere quelle cose. Ma quello che ho letto mi ha dato molta gioia, oh quanto ho pianto!
La cosa più importante  che io ritengo che la scuola dovrebbe fare è la lettura, leggere,  ma senza chiedere poi che ci sia un rendiconto di quello che si è letto.
Un’altra cosa che si fa a scuola è l’interpretazione di testi.
“Nel fondo di questa fredda luce marina
 nuotano i miei occhi,
 due bassi pesci,
alla ricerca di me stessa”
sono versi di Cecilia Meireles, una poetessa brasiliana.
Prima domanda che di solito si fa a scuola: “cos’è che voleva dire la poetessa?” La prima reazione che suscita una tale domanda  è che  lei voleva dire qualcosa, ma non c’è riuscita. Stiamo accusando l’autore di incompetenza linguistica.
Quando qualcuno mi domanda: “ma cosa volevi dire quando dicevi questo?” Quando io dico questo è perché volevo dire questo, che se invece volevo dire quello, avrei detto quello.
Quindi la risposta alla lettura non è l’interpretazione.
Octavio Paz  dice che la domanda dovrebbe essere collocata così: “davanti a questo testo produci un altro testo, cos’è che suscita in te?” , bisogna crearsi scrittori.

Gli strumenti e i giocattoli
Il corpo umano che è quello che impara, che vuole imparare, ha due casse: una nella mano destra, e l’altra nella mano sinistra. Nella mano destra ha la cassa degli strumenti. Gli strumenti sono degli oggetti che servono a fare delle altre cose: un coltello, un martello, qualunque cosa, l’aspirina, carta igienica, filo interdentale sono tutti strumenti, anche il mio corpo è strumento, la mano, il mio occhio, le mie gambe sono strumenti per andare, anche gli organi del sesso secondo i manuali di medicina sono degli apparecchi riproduttori, la parola è strumento, la  scienza è strumento, cose che sono  necessarie per farne delle altre. Però una pentola non mi dà felicità, una scala non  mi dà felicità. Questo lo ha detto S.Agostino.
Abbiamo un’altra cassa nella mano sinistra che è la cassa dei giocattoli. La mano sinistra è la mano del cuore.
Non sono strumenti, non servono a fare niente. Allora perché noi scherziamo con i giocattoli? Perchè ci danno piacere.
Per esempio il mio oggetto preferito di piacere è il puzzle: 1000 pezzi che danno un lavoro incredibile. infernale  per completarlo.
Lasciatemi raccontare qualcosa che riguarda la mamma di quella bambinetta di prima: stavo lavorando, mettendo insieme il puzzle di mille pezzi, ma la parte alta del cielo, dato che non c’erano nuvole, era molto difficile incastrarli e ad un certo momento disanimato ho smesso.
Poi ho visto che si stava componendo da solo, ogni giorno c’erano pochi pezzi in più messi a posto. Era la mamma di quella bimbetta. Allora abbiamo fatto una sfida: quali di noi due riusciva a fare prima. Adesso quando compio gli anni, o c’è un anniversario io regalo a lei un puzzle.
L’adagio di Albinoni non serve a niente, le fughe di Bach, il bacio non è utile, non serve a niente, sono giocattoli e noi trattiamo con loro perché ci danno piacere.
La cassa degli strumenti ha una sola funzione: fare da ponte per arrivare alla cassa dei giocattoli.
Gli occhi per esempio possono essere sia uno strumento, quando li uso per qualche utilità, ma se mi fermo a guardare un fiore e mi innamoro di quel fiore, allora è un giocattolo.
La scuola in Brasile si preoccupa di questa cassa degli strumenti, ma non di quell’altra cassa, quella dei giocattoli.
Il mio impegno è questo che nella scuola ci siano le due casse, occorre anche quella degli strumenti perché ci dà competenza, ci dà potere, invece i giocattoli non mi danno nessun potere sul mondo, il loro potere è su me stesso perché io possa ottenere la gioia. La finalità principale dell’educazione è proprio quella di dare piacere, la cassa degli strumenti è ponte per arrivare là, che poi vuol dire essere sensibili, essere delle persone che sanno vivere la vita.

Conclusione
Adesso racconterò una storia Zen.
Un uomo era nella foresta, stava camminando e già era buio. A un certo momento ha sentito un ruggito terribile, era il ruggito di un leone.
Con molta paura, ha cominciato a correre, e siccome non  vedeva bene il cammino, è caduto in un precipizio. Nella disperazione è riuscito ad aggrapparsi ad un ramo sporgente. E lì è rimasto così appeso a metà, il leone in cima sull’orlo del precipizio e sotto delle pietre. Ha guardato attorno e ha visto nella parete del precipizio una cosa verde con qualcosa di rosso dentro, era una fragola. Restando aggrappato con una mano, con l’altra adagio adagio  è riuscito a raggiungere e a cogliere la fragola e l’ha mangiata. Era deliziosa, superba.
E le persone domandano: “insomma alla fine cadde o non cadde?”
Tu non ti rendi conto che siamo tu ed io appesi, prima o poi cadremo. Ma è meglio cadere avendo assaporato la fragola.

 

Relazione di Rubem Alves  tenuta all’Auditorium dell’Istituto "Graziani"a Bassano del Grappa (VI) il 15  novembre 2006   
Non rivisto dal relatore.