Cristiani, che ne avete fatto di Cristo e del Vangelo?

Che cosa abbiamo fatto noi Cristiani della  messianicità? Della nostra vocazione di essere princìpi di liberazione del mondo? A questa impegnativa domanda Di Sante risponde dal punto di vista biblico.

Ringrazio voi e soprattutto gli organizzatori per il tema vertiginoso che mi è stato affidato.

Una delle cose che l'Ebraismo mi ha insegnato è che il vero pensiero nasce dalla domanda dell'altro, a differenza del mondo greco che pensa che il Pensiero nasce attraverso la riflessione isolata, solitaria. Il pensiero occidentale è un pensiero autoprodotto, mentre il pensiero biblico, ebraico, è un pensiero eteroprodotto, nasce dalla domanda che ti fa l'altro. Questa è la ragione per cui nell'Ebraismo si ama dire che la domanda è più importante della risposta.

Vorrei precisare la prospettiva entro cui mi colloco, è la prospettiva biblica. Ma qual è la prospettiva biblica? La propongo con una parola che fa sorridere, e che chiamo prospettiva cardiologica, non in senso medico ovviamente, ma tutto quello che la Bibbia dice lo dice dal punto di vista della cardia (del cuore).

Ma che cosa intende la Bibbia per cuore? Per noi tutti il cuore è l'organo del sentimento, dell'amore; per la Bibbia è anche questo, ma è soprattutto la parte più profonda e segreta di ogni uomo e di ogni donna del mondo. C'è dentro ogni essere umano una zona che è insondabile ed è inattingibile da qualsiasi dimensione razionale; questa dimensione profonda, ultima, viene chiamata cuore. In che cosa consiste questa dimensione ultima, profonda, inattingibile, insondabile? Consiste, per il racconto biblico, nel sentirsi di fronte a un Tu che ti istituisce tu, per cui non sei mai solo ma sei alla presenza di qualcuno o di qualcosa, che può essere chiamato con vari nomi, tra i quali Dio (ma Dio è già un termine religioso e formale). A livello comunque prelinguistico questa zona profonda è quella zona dove noi sentiamo che non siamo mai soli e che siamo di fronte a qualcosa o qualcuno che ci ama e che ci chiama ad amare. Per questo è un Tu, come dice Martin Buber: non colui al quale io do del tu, ma, prima ancora, colui che mi dà del tu. Questa è la zona profonda dove si radica l’amore, la sua istanza e il suo dramma: dell'essere amati oppure no, dell'essere una solitudine, un solipsismo nel Cosmo, oppure no. Aggiungo che questa zona, chiamata cuore, è una zona conflittuale.

È chiaro che tutta la realtà è conflittuale: lo è la politica, lo è il mondo giuridico, lo è l'economia, tutto il mondo esterno è ambiguo e conflittuale, ma la Bibbia individua un luogo originario dove si gioca il conflitto ed è nella profondità del cuore umano. In che cosa consiste questo conflitto? Consiste nel dover decidere per l'altro oppure per sé; tutti i conflitti esterni riproducono questo conflitto originario. In termini semplici potremmo definirlo il conflitto tra il l'Io per Sè (narcisismo) oppure l'Io per l'Altro.

Noi il cuore lo intendiamo come spazio spontaneo (pensiamo al titolo del libro della Tamaro Va' dove ti porta il cuore); per la Bibbia è il luogo invece della decisione (per Sé o per l'Altro), con un termine moderno potremmo dire che il cuore è il luogo della soggettività; non però la soggettività solipsistica, cioè chiusa in sé stessa, tipica della tradizione cattolica, neppure la soggettività ludica, ma la soggettività posta alla presenza del Bene, della Bontà, dell’Amore, della Benevolenza (Dio) che chiama al bene, alla bontà, all’amore, alla benevolenza. La soggettività biblica non è contrapposta a tutto ciò che è esteriore: all'economico, al politico, all'erotico, ma è quel luogo segreto da dove tutto il resto viene illuminato. È quel luogo profondo che motiva e guida in tutto il nostro agire: è l'intenzione.

Un’ultima premessa. Io parlerò del tema alla luce anche del libro L'epoca delle passioni tristi. Gli autori di questo libro affermano che la crisi che oggi attraversiamo è legata alla crisi dei messianismi secolarizzati: dei grandi racconti o ideologie che per più di un secolo hanno orientato l’occidente verso l’idea che la felicità umana è raggiungibile e realizzabile grazie al cambiamento storico, rivoluzionario, scientifico o psicologico. E’ questa idea di felicità dislocata nella storia, nella rivoluzione, nella scienza o nella psicologia che oggi è in crisi. Ma questa crisi, biblicamente parlando, non è una disgrazia, non è una maledizione, ma può essere una grazia se diventa l’occasione per riscoprire il senso vero del messianismo biblico.

Veniamo alla domanda: che cosa ne hanno fatto i Cristiani del Cristo?

La prima cosa che vorrei dire è questa: cristo non è un cognome. Se voi lo chiedete al popolo di Dio, il 99% vi dirà che cristo è il cognome di Gesù. Lo scrivono anche con la C maiuscola: Gesù Cristo. Cristo invece è un attributo, ci dice chi è Gesù: il messia (cristo è infatti la traduzione greca del termine ebraico mashiah), colui che, nel mondo, ha instaurato la fine della sofferenza, del male, della violenza e la pienezza dell’amore e della pace. Gesù è il messia, colui nel quale il messianismo si è compiuto – la fine del male e l’instaurazione della pace – e nel quale pertanto si incarna il principio messianico per eccellenza. Che cosa hanno fatto i Cristiani di questo principio di liberazione dal male? Che cosa abbiamo fatto di questo principio o segreto che annunzia la fine del malum mundi? Che cosa abbiamo fatto noi (per noi intendo coloro che si definiscono Cristiani, non coloro che provengono da altre fedi o tradizioni) della messianicità di Gesù?

L'idea che il mondo attendesse un messia è ebraica, non è ancora cristiana, lo specifico del messianismo neotestamentario è che Gesù è diventato messia sulla croce.

Ma in che senso Gesù è diventato messia, ovvero rigeneratore del mondo, sulla croce? Nel momento in cui il male supremo, quando la violenza estrema si abbatte su Gesù, lui dice a chi lo rifiuta, a chi lo odia, a chi non lo ama “Ti voglio bene! Per me sei la cosa più preziosa del mondo!”

Dire questo non è un'idea, il messianismo non è un'idea, è un agire, il messianismo è introdurre una relazione di amore gratuito, disinteressato, nonviolento dentro quella situazione di incomprensibilità, di difficoltà, di rifiuto, di odio, di violenza che ci si abbatte contro. Questo gesto di amore incondizionato rompe la catena del non amore e introduce l'amore là dove non c'è l'amore.

Dentro un mondo violento, dentro le relazioni conflittualizzate, intrise di amore ma anche di incomprensione, di odio, di malevolenza, Gesù introduce l'antidoto per cui l'umano rifiorisce. Per questo Paolo dice che Gesù che diventa messia sulla croce è una follia! Il contesto in cui Paolo parla della follia è in una lettera ai Corinzi, quando dice che la croce e la messianicità di Gesù è follia. Annunciare che il male del mondo si elimina attraverso questo gesto di amore assoluto dentro il non amore del mondo è una follia. I Corinzi affermavano che pure lui – Paolo – era pazzo per queste cose che professava, e Paolo rispose, in sintesi, “è vero, datemi del pazzo, ma io sono pazzo della pazzia di Dio che si è innamorato di voi e ha mandato Gesù e vi ha destinati a lui come ad una fidanzata perché possiate innamorarvi di Lui, per poi redimere il mondo come ha fatto Lui.”

Essere Cristiano vuol dire essere co-messianici, fare quello che ha fatto Gesù, ovvero introdurre il gesto d'amore gratuito e misericordioso nel mondo, perché questo è il segreto che fa rifiorire l'umano. Cristianizzare il mondo non vuol dire far sì che gli uomini del mondo entrino nella Chiesa, vengano battezzati, significa messianizzare il mondo, eliminare il male del mondo, ridurre il male del mondo. Si tratta di far rifiorire l'umano lacerato, l'umano che non riesce ad amare e ad amarsi.

Che cosa abbiamo fatto noi Cristiani di questa messianicità? Della nostra vocazione di essere princìpi di liberazione del mondo? Non darò una risposta sul piano delle persone, la Storia è piena di uomini giusti, di santi. L'Ebraismo dice che il mondo si regge su pochi giusti e neppure loro sanno di esserlo, perché se lo sapessero si potrebbero autocompiacere. Ma vi proporrò che cosa noi Cristiani abbiamo fatto dell'idea della messianicità di Gesù. Sarà una proposta divisa in cinque momenti: 1. che cos'è il messianico (in parte l'ho già anticipato); 2. la desoggettivizzazione del messianico: noi Cristiani abbiamo dislocato il messianico dal cuore a fuori dal cuore, abbiamo destoricizzato Gesù, lo abbiamo collocato fuori della Storia, mentre il Dio biblico è il Dio che si fa compagno dell'uomo perché ognuno di noi diventi compagno dell'altro uomo; 3. la risoggettivizzazione del messianico: la grande opportunità che abbiamo oggi; 4. il messianico e il politico; 5. infine la comunità cristiana tra il messianico e il politico.

Il messianico.

Il messianico è quel principio che annuncia la possibile liberazione del mondo dal male. Sto leggendo il libro di Raniero La Valle Prima che l'amore finisca, dove ricorda le grandi figure che hanno segnato la sua vita e le grandi sfide del 1900, e c'è un capitolo dedicato a Ivan Illic, questo grande intellettuale messicano morto recentemente, il quale affermava che tutte le guerre sono nate con l'intento di voler eliminare il male dal mondo e – io aggiungo – per eliminare una violenza precedente. Ma se la pretesa di eliminare il male dal mondo porta alla guerra e alla violenza, allora che ne è del principio messianico che è principio di eliminazione del male nel mondo? E che ne è della Bibbia che del principio messianico custodisce l’annuncio e la memoria? La risposta è che il male che, per la bibbia, dobbiamo eliminare non è il male che è fuori di noi, fuori di me, bensì il male che è in noi, in me, dentro di me, cioè dentro la nostra cardia.

Etty Hillesum in quella pagina straordinaria che si trova nel diario dice che “devo eliminare il marciume che è dentro di me”, non posso pretendere di eliminare il marciume degli altri, anche perché questo è un giudizio, dovrei mettermi nel cuore dell'altro, è una cosa che la Bibbia non vuole: non si giudica il fratello. Non posso giudicare il suo cuore, perché è una zona insindacabile, profonda e ci può arrivare solo lo sguardo di Dio.

Sono rimasto sconvolto da una cosa che afferma Paolo nella lettera agli Efesini, ho impiegato quasi cinquant'anni a capirla, quando dice che Gesù, sulla croce, ha riconciliato le genti, ebrei e pagani, e ha abbattuto il muro della separazione “distruggendo l'inimicizia dentro di sé”. Sulla croce, nel suo cuore, Gesù, che aveva sentimenti di inimicizia di fronte a chi lo uccideva, ha dovuto vincere l'inimicizia dentro di sé, per rigenerare il mondo, questo è il segreto messianico.

Proclamare Gesù messia è capire e condividere questo, e poiché tutto questo non si iscrive nella logica dell’umano, perché di fronte alla violenza noi ne produciamo un’altra maggiore, i discepoli hanno capito che Gesù è figlio di Dio e lui stesso Dio perché capace di fare – cioè di amare – un qualcosa che solo Dio è capace di fare. Ma questo è quello che dobbiamo fare noi Cristiani, questo è il principio messianico.

 

La desoggettivizzazione del messianico

Questo principio messianico, questa idea che il mondo rifiorisce distruggendo l'inimicizia dentro il proprio cuore, dentro la propria soggettività, ha subito già nel sorgere, nei primi decenni della Storia cristiana, delle dislocazioni. I Cristiani, cioè, hanno fatto difficoltà a capire questo (l'abbiamo anche noi). La storia cristiana conosce una infinità di strategie o di amnesie, dove tutto questo è stato ridotto o dimenticato o depotenziato. Sul piano tematico e narrativo teologico lentamente si è perso questo potenziale sovversivo messianico e le chiese si sono consegnate all'amnesia, alla dimenticanza. Non dico che hanno cancellato questo potenziale (i santi ci sono sempre stati), però è stato rimosso, addomesticato. Con quali strategie?

La prima la possiamo definire la futurizzazione del messianico. Ovvero riconoscere che il mondo va male, però andrà meglio non oggi, ma fra dieci, venti, trent'anni. Questa futurizzazione l'aveva conosciuto anche la Chiesa delle origini e forse è il nodo più drammatico della Chiesa delle origini, anche Paolo s'era posto il problema. Gesù era morto e le cose continuavano come prima, ma Gesù sarebbe tornato. Quando? Paolo pensava in pochi anni e poi il mondo sarebbe stato bello, rinnovato, il male sarebbe scomparso. Passarono alcuni anni, ma il mondo continuava come sempre. Allora Paolo e Giovanni hanno avuto la grande intuizione, forse la più grande intuizione del Nuovo Testamento: riconoscono di essersi sbagliati a pensare che Gesù sarebbe tornato dopo alcuni anni e capiscono che il vero problema non era attendere il ritorno del messia – la sua parusia – ma agire come il messia, imitandolo, facendo quello che lui ha fatto. Il mondo si messianizza quando faremo quello che lui ha fatto. Questa idea si afferma con fatica nel Nuovo Testamento, prevale invece l'idea della futurizzazione, oggi ripresa in modo particolare dai Testimoni di Geova.

Nel Cristianesimo questo modo di pensare è rimasto, è presente anche dentro il nostro immaginario, in cui permane l'idea secondo cui verrà un momento dove il male sparirà, ma non ora, bensì in un futuro da definire.

Una seconda strategia è quella della metastoricizzazione. Non più il mondo sarà liberato dal male nel futuro ma dopo la morte. Il male è talmente radicato, talmente profondo che non è possibile pensare che ci sarà un giorno dove tutte le lacrime saranno asciugate. Questa è la visione apocalittica, intesa nell'accezione che la liberazione dal male verrà dopo la morte, in Paradiso. Molti oggi affermano che viviamo in una situazione apocalittica, nel senso che c'è troppo male e non si può far nulla. Una grande voce di questa visione è stato Sergio Quinzio.

Un'altra figura della desoggettivizzazione del messianico è quella della sacramentalizzazione, ovvero la Chiesa come spazio dove il male è vinto, la Chiesa come uno spazio altro dal mondo, dove, con la liturgia, si fa l'esperienza di un mondo liberato. Questa è la figura predominante delle strategie che ho esposto.

Dopo la Riforma protestante si è imposta un'altra figura, quella della interiorizzazione. Tu puoi sentirti libero dal male dentro te stesso dimenticando il mondo esterno.

In tutte queste figure c'è del vero, le tipicizzo per ragione espositiva. C’è del vero anche nel trovare uno spazio forte dentro di se per non farsi travolgere dall'esterno. Ma se l'interiorizzazione dimentica il mondo esterno diventa un'illusione. Analogo è il devozionalismo, dove anche qui il mondo diventa secondario, scompare.

L'ultima figura, quella la cui scomparsa, secondo gli autori de L'epoca delle passioni tristi, sarebbe la ragione stessa della crisi che viviamo, è la secolarizzazione del messianico.

Di fronte al fatto che il messianico era stato interiorizzato, consegnato all'anima, ai sacramenti e all’interiorità più o meno devozionalista, arrivano voci come Marx che dicono “dobbiamo pensare noi a trasformare il mondo!”. Ma come?

Il Novecento ha conosciuto diverse risposte a questa domanda. C'è lo Storicismo che pensa che la Storia, in forza di se stessa, va verso 'il sol dell'avvenire'. La Storia ha in sé qualcosa per cui si migliora di generazione in generazione. Marx rincarava affermando che alla Storia bisognava dare una mano attraverso la Rivoluzione. A quel punto il soggetto del messianico diventa la Rivoluzione, sarà lei a portare il mondo nuovo. Poi la Rivoluzione è andata in crisi e si è affermato il nuovo soggetto messianico che è la Scienza. Ma, grazie a Dio, oggi anche la scienza, vista come luogo dove ritrovare un senso, è in crisi.

La risoggettivizzazione del messianico.

Se la liberazione dal male non può venire dalla scienza, dalla tecnica, dalla rivoluzione allora da chi può venire? Viene ritrovando il luogo originario del messianico, ovvero il cuore dell'uomo. Per cui la grande crisi che noi viviamo può essere vissuta come un kairos, come una grande opportunità. Kairos è un termine biblico che vuol dire il tempo propizio per fare delle scelte determinanti. Il kairos è il tempo opportuno per ritrovare, per capire, per tornare a pensare il luogo dove noi possiamo vivere il nostro sogno di una umanità liberata, in termini laici, o, in termini neotestamentari, di una umanità redenta e riconciliata, in cui essere seguaci fedeli e coerenti di Gesù. Questo luogo è la nostra soggettività, è il cuore. Ripeto non in senso solipsistico, ma come il luogo da cui partire per creare un mondo bello, felice dove si diffonda il bene. Io credo che questo sia una grande opportunità, una grande occasione. Allora non dobbiamo essere pessimisti; il mondo è affidato all'amore di Dio (e Lui la sua parte la farà sempre) e alla risposta nostra. Questa è anche la potenza della nostra soggettività: noi non siamo determinati da ciò che è al di fuori di noi. Sul piano psicologico, sul piano sociologico è chiaro che lo siamo, tutti i rapporti umani avvengono dentro determinismi e condizionamenti, ma a ciascuno di noi – e in questo consiste la nostra singolarità e grandezza! – è data la possibilità di rompere la catena o il determinismo del non amore. Questa è la dignità nostra, questa è la grandezza dell'umano, questa è la potenza della soggettività.

La cosa grave che avviene oggi è di pensare che noi siamo impotenti di fronte a ciò che ci accade. Invece dobbiamo riscoprire la nostra potenza, intesa come la soggettività che si apre, ospitale, misericordiosa, che è capace di stabilire relazioni gratuite, che non giudica ma che accoglie l'altro.

Questa possibilità è una possibilità che ognuno di noi custodisce, che ogni cuore custodisce in sé e deve riscoprire nelle parti più profonde di sé. La grandezza del racconto biblico consiste proprio in questo: esso ci dice che per quanto i determinismi di ognuno di noi siano forti, siano schiaccianti, a ciascuno però è data la possibilità di uscirne. Certo che se un bambino nasce e cresce in un favela, in un luogo violento, poi riprodurrà quella violenza; anche chi vive in una società consumistica, come noi, riflette quel clima; però, per quanto i determinismi siano forti, li possiamo trascendere, in noi c'è una forza – da riscoprire – capace di romperli: non è una parola di speranza questa?

E’ questo che dobbiamo ridirci, dobbiamo riscoprire questa dimensione della nostra soggettività. Io sono convinto che la crisi profonda che attraversa l'Occidente è proprio la soggettività che si vive vive in balìa delle forze esterne. Oggi dobbiamo ricreare il cuore (la cardia), dobbiamo ridare forma all'Io, perché quello che dagli anni '70 in poi si è destrutturato in Occidente, è proprio la soggettività come luogo di responsabilità, luogo capace di uscire da sé per darsi all'altro.

La vera Riforma è partire da lì. Quando Levinas è morto, il discorso d'addio lo ha fatto Derrida, dove affermava che questo grande filosofo, che oggi è il più letto al mondo, aveva capito che non si può trovare una risposta ai problemi dell'uomo di oggi, che sono problemi planetari, se non si ritrova il luogo sorgivo da cui partire per fare i grandi cambiamenti. Levinas aveva capito che il mondo ha bisogno di un nuovo ethos internazionale, un nuovo ordine mondiale, e un nuovo diritto internazionale. Ma per avere tutto questo Levinas aveva capito che ci vuole una soggettività diversa, responsabile e ospitale. Tutto l'immenso lavoro teorico di questo pensatore non è stato altro che offrire coordinate concettuali affinché gli uomini e le donne del ventesimo secolo potessero aprirsi a questa possibilità di autocomprendersi come soggettività ospitali, capaci di accogliere gli altri. Se manca questo luogo sorgivo sarà impossibile fare tutto il resto. Forse in questo sta anche la crisi della politica, delle istituzioni. Istituzioni, diritti, leggi, norme sono impotenti perché in sé non hanno la capacità di creare soggettività ospitali.

Una soggettività ospitale, materna, per dirla con la Zambrano, che come un grembo ti accoglie, è una rivoluzione teorica, mentale, spirituale. Il discorso biblico della cardia, non è un discorso antipolitico, ma è il discorso che rende possibile il politico.

Questo è il kairos in cui viviamo: tornare a riscoprire la nostra soggettività come il luogo originario da cui partire; dove farci ospitali nei confronti degli altri; dove non rispondere al male con il male; dove vivere le Beatitudini.

Il cuore messianico è il cuore che vive secondo la logica delle Beatitudini. Il grande inquietante, paradossale, vertiginoso discorso di Gesù sulla montagna non può essere trasferito tout court ne' nell'ambito educativo, ne' nell'ambito politico, perché il luogo delle Beatitudini è il cuore.

È un discorso paradossale dove Gesù i poveri, i piangenti, i perseguitati… gli scarti li definisce beati. Perché beati? Il loro essere beati non sta nel loro pianto, nella loro fame, nella loro ingiustizia subita, se così fosse dovremo buttarla questa Cartha Magna del Cristianesimo. Sono beati perché Gesù annuncia loro una possibilità: a chi conosce la fame e sa cosa significa non avere cosa dare da mangiare al figlio, chiede di fare in modo che nessun altro abbia fame. A chi conosce la sofferenza, il pianto Gesù chiede di fare in modo che nessun altro conosca la sofferenza, il pianto. È la grande lezione dell'Esodo, quello che Dio chiede a Israele: “Tu che sei stato straniero in Egitto, ti chiedo, quando incontrerai uno straniero, di non fare a lui quanto hanno fatto a te!”. Dio chiede di rompere la catena.

Le Beatitudini sono un miracolo perché consentono ai poveri, ai perseguitati di divenire i possibili nuovi e reali costruttori del regno di Dio, gli uomini e le donne che possono creare un mondo nuovo, fraternizzato. Sono soggetti del Regno di Dio, non perché soffrono, ma perché, come ha fatto Gesù, stando dentro l'odio non rispondono all'odio con l'odio.

Il luogo dove vivere le Beatitudini, dove vivere la soggettività buona, è il quotidiano. Il luogo dove vivere il messianismo è il quotidiano. Ciò che dobbiamo messianizzare è il quotidiano, perché è il quotidiano che ci fa soffrire. Il quotidiano è il luogo della soggettività, della intersoggettività e del lavoro, il luogo dove si è sempre in rapporto con gli altri, con le cose – mediate dal lavoro – e con il proprio io: bisogni, desideri e invocazioni. Dobbiamo fare del quotidiano un piccolo Eden e diffonderlo per contagio vivendo le beatitudini, introducendovi comportamenti gratuiti e misericordiosi. Il quotidiano è terribilmente difficile perché produce comportamenti reattivi, ci comportiamo con gli altri come gli altri si comportano con noi: dobbiamo rompere la catena reattiva e introdurre comportamenti gratuiti. La logica del gratuito è liberante e pacificante; il Dalai Lama dice “ cominciate la vostra giornata pensando positivamente”. Io aggiungo: gratuitamente, stabilendo relazioni sempre più buone e asimmetriche che spezzano la logica del do ut des e dello scambio mercantile.

Il messianico e il politico.

Il politico ha bisogno sempre di un prepolitico. Dal punto di vista fenomenologico, l'agire umano è sempre mosso da qualche intenzione.

Se noi consideriamo davvero gli altri come fratelli, l'altro uno come me, allora io sarò mosso da questo sguardo. Per la Bibbia il politico è sorretto da questo prepolitico. La crisi della politica mi pare che nasca proprio da questo. Ci sono tanti modi per concepire la politica. Levinas dice che una politica lasciata a sé stessa e non misurata dal volto e dalla relazione tra i volti sarebbe una politica consegnata all'ambiguità, all'indifferenza e, a lungo andare, alla violenza. Sarebbe come una casa abbandonata a se stessa, senza persone che la abitano, mentre sono le persone che la abitano che le danno un senso. Lo stesso vale per il politico. Ognuno di noi vive in uno spazio, che è uno spazio politico; nessuno di noi vive in una situazione aerea, siamo collocati in un contesto. Dentro le nostre collocazioni e dentro i nostri ruoli dobbiamo introdurre il principio messianico. La politica è come un organismo dove tutti siamo collegati; ognuno di noi – come ogni parte di un organismo – deve introdurre nel politico questo sguardo, questo principio messianico. Non stiamo parlando di una riduzione del politico, ma di individuare dove partire per ricreare una polis che sia a misura del sogno di Dio. Ognuno di noi ha un ruolo politico, il problema è come starci e la risposta è con le Beatitudini (cfr pure 1Pt 4, 10).

L'Ecclesia tra lo spazio soggettivo e lo spazio politico.

Che cos'è una comunità cristiana? È l'insieme di sorelle e di fratelli che condividono questo sguardo sul mondo, che credono che bisogna messianizzare il mondo, eliminare il male partendo dal proprio cuore.

Oggi la crisi della Chiesa è sul piano istituzionale, perché l'istituzione ecclesiastica non riesce a sintonizzarsi con la comunità reale, con i cuori delle comunità vive che pulsano, amano e soffrono. C'è uno scarto fra la dimensione istituzionale e la dimensione viva, amante e sofferente delle comunità.

Il Concilio Vaticano II aveva tentato di avviare un grande cambiamento, questo processo di rinnovamento si è in parte interrotto. Ma dobbiamo avere uno sguardo che trascende il momento difficile, avere la speranza, che vuol dire vedere oltre, non farsi chiudere e schiacciare dal momento presente. La chiesa istituzionale sta vivendo una stagione invernale. Ma la Chiesa può cambiare, il Concilio ha messo in moto un processo di cambiamento che dev'essere ripreso.

Dobbiamo condividere e avere pietas della stessa istituzione ecclesiastica che oggi attraversa una crisi dalle proporzioni immani e imprevedibili.

Dobbiamo sognare una Chiesa istituzionale che sostituisca una Chiesa che condanna con una Chiesa che simpatizza; una Chiesa che invece di tacere, parla; o che invece di parlare solo di alcuni problemi parli dando voce ai poveri, agli invisibili, ai piangenti.

Conclusioni

Resistere vuol dire etimologicamente rimanere in piedi di fronte al vento che si abbatte su di te o davanti ad una politica che non intercetta le tue esigenze. La resistenza è il tratto costitutivo dell'uomo messianico, dell'uomo che vuole ridurre il male del mondo, il termine biblico è ipomoné, pazienza, che non significa sopportare, ma portare, sostenere. Di fronte alla difficoltà non mi lascio abbattere, resisto. Questa è la spiritualità messianica.

Resistere oggi è difficile davanti ad una società seduttiva; è più facile resistere al tiranno, perché del tiranno puoi vedere anche la faccia bruta, che resistere davanti alla seduttività della tecnologia, del consumo, degli idoli. Ma questa è una ragione in più per vivere messianicamente e elaborare il messianismo della resistenza.