Cronaca dalla sede nazionale

4 agosto 2003 – Milano. Ritornano ancora. Dall’Albania ritornano coi salvacondotti, li salvagenti (come giusto che sia il finale di un nome maschile, plurale) non coi gommoni, prelevati i salvagenti, gente, sotto li sedili loro di ciascheduno. Con l’aereo e non coi gommoni pur temendo lo sbarco. I cani alle loro coste digrignavano li denti con rumor di croste: là in fondo stavano li uomini e le donne con lo volto pavido tra un lieve tremor e la paura, e lascian far dessi, i cani che non sono fessi. Che ci fusse la droga? E tutti saltan lo fosso, fuori che uno, non perché ce ne abbia, ma perché montagnoso, grande, come il re del diluvio che non potendo stare dentro la barca di Noè, lo armeggiarono fuori, solo senza la sua regina e lo ritrovarono alla fine del diluvio piuttosto bagnato. Ma la regina, no! Era rimasta tra la ciurma, eppur fedele, che non c’era un altro re tra la masnada lessata per quaranta giorni. Son passati tutti sotto il metal detonatore e non se ne è salvato uno: tutti rivedibili, tranne il re gigante pieno di conchiglie e di alghe. Lui in quarantena per supplire al diluvio. Lesotr (les autres) li altri, li piccirilli spediti a casa con il salvacondotto, tra miriadi di domande innocenti e repliche basite e silenzi, replicanti sol con il capo frastornato, muto però, sol accennante: ma come tu in albaniaafarechecosache poi non ti ho più sentito? ah! Che ora mi spiego (diceva quel lenzuolo prima di dispiegarsi per l’eterno sonno… ma questo i miei lettori di cronache vetuste già il sanno). Le riflessioni sul campo mobile di Skrapar sotto la guida di Fulvio, il fervente, si son fatte nella cronaca precedente, alla voce campi. Le somme le hanno tirate più oltre, ma non anticipiamo le sorprese e passiam oltre, che già il ciel s’abbuia!

13 agosto 2003 – Soverato (Cz). La libreria In/contro retta da Adriana e Giuseppe, librai organici, ha organizzato una serie di incontri nello spazio di Morgana aperto ai cittadini di Soverato, terra di mare, e a quanti rientrano da terre lontane, agli amici abitanti e provenienti dalle terre limitrofe e dalla città madre di Catanzaro. Oggi toccava in sorte a Macondo nella persona di Gaetano Farinelli sul tema della Solidarietà internazionale: una risposta alla globalizzazione e lui che iniziava a fronte di un pubblico coperto dalla luce del riflettore che gli illuminava la crapa e li occhi mentre stringeva la stanghetta dell’occhiale che gli premeva l’orecchio, e si grattava sulla parte del naso rimasta in ombra, cominciava raccontando della omologazione del suo paese natale Comacchio e vuoi forsanco di Soverato città di mare, che addiveniva per lucro città di spiaggia, ma che pur aspira a costruire un suo futuro, senza retrocedere in difesa, che ci basta la caduta silenziosa di Cuper allenatore argentino. Sensibile il pubblico e attento, nel chiarore lunare. Adriana era reduce dal Brasile, e dalla esperienza dei ragazzi di strada; Giuseppe ha lavorato in quel paese per molti anni e ne conosce le fibre intime ed i moti.

17 agosto 2003 – Ottiglio (Al). Ogni anno don Piccio organizza una serie di incontri per coppie, affrontando i temi della giustizia, della relazione, e della pedagogia degli oppressi. C’era un folto gruppo di coppie, che da anni segue un percorso pedagogico e sociale. Molti di loro hanno i figli già grandi, ma frequentano ancora tale iniziativa. Faceva molto caldo, attenuato dall’ombra degli alberi e da riverbero dolce della campagna. A Giuseppe era affidato il tema Dai credito alla bontà dell’uomo con pausa e ripresa dopo pranzo e pennichella; il tema della speranza richiamava l’impegno personale ed insieme l’analisi dei tempi.

27 agosto 2003 – Paderno del Grappa (Tv). Convegno organizzato da Macondo: Aiutare o prendersi cura?, che aveva come sotto titolo: Legalità e giustizia. Il territorio molto bello, meno accogliente l’ambito locale per l’accolta frequente di gruppi ospitati dall’Istituto Filippin ridondanti nei cortili e nelle sale limitrofe e a volte le medesime e la rigidità degli orari. L’afflusso discreto con una frequenza massima di ottanta persone. Diversi i relatori che hanno affrontato in modo diverso il tema, a partire da condizioni e da culture diverse; e con conseguenti scelte diverse, anche se non divergenti. E veniamo agli atti: introduce il convegno Giuseppe Stoppiglia.
Il giovedì è occupato da Olaseinde Arigbede che proviene dalla Nigeria; medico, fa la scelta di vivere pienamente coi contadini del suo paese, della sua regione e ne diviene il capo, nella accoglienza completa della loro vita e dei loro ritmi, dentro il travaglio di una famiglia nel confronto con la moglie, in un processo di cambiamento che è cresciuto in lui in maniera graduale e dialettica.
Gli ha fatto seguito il dottor Enrico de Nicola, procuratore generale della Repubblica a Bologna che affrontava il tema della giustizia in termini teorici e storici, fino alla analisi e critica della situazione attuale, che vede spesso lo stravolgimento delle basi giuridiche che dovrebbero tutelare la giustizia.
Seguivano gli interventi di Bruna Peyrot che introduceva Marta Buritica proveniente dalla martoriata Colombia, che testimoniava la fatica di far emergere la società civile in un paese in guerra su due fronti: quello legale del Governo costituito e quello delle formazioni di guerriglia che infestano il paese.
Il pomeriggio di venerdì era occupato dall’intervento di Pietro Barcellona. Seguiva poi Carmine di Sante che gestiva lo spazio di sabato e domenica, per l’assenza di un relatore, il dottor Luigi Pagano, direttore del carcere San Vittore di Milano.
Qui il racconto riprende sulle parole degli ospiti: Giuseppe presenta i relatori del convegno, i loro compiti; e annuncia il motivo del convegno: costruire e costituire luoghi di incontro per leggere il presente ed il futuro assieme; per questo la presenza di oratori vari e di varie provenienze: Italia, Nigeria, Colombia.
Il dottor Olaseinde dalla Nigeria afferma di voler anzitutto creare un ambiente pulito con il suo uditorio per poter procedere e dialogare assieme; per questo è bene guardare al passato ma senza fermarvisi, per proporre un concetto di giustizia, che sia strumento di guarigione; non quindi solo una giustizia che ripara i danni materiali; ma soprattutto una giustizia che ripara i danni spirituali. Parte il dottore dalla carta geografica della Nigeria, illustra i danni provocati dal colonialismo e poi delle religioni che si sono impiantate in Nigeria, ma senza sopprimere pienamente la religione atavica; di un popolo puoi distruggere tutto, ma non sopprimere completamente la sua cultura.
Venerdì è la volta di Enrico di Nicola, giudice, che affronta il rapporto tra diritto e giustizia, rapporto non astratto, ma passante attraverso il processo democratico. Tiene fermo lo sguardo sulla Costituzione Italiana intesa come traguardo e come strumento per realizzare la giustizia attraverso un processo sociale che escluda la norma del più forte o meglio la norma che favorisca l’individuo, ed escluda la relazione sociale. La proposta del giudice tiene pure come referente la riflessione del dottor Seinde, per una giustizia umana, non settaria; universale eppur realizzabile nel tempo e nello spazio.
Nel pomeriggio quando le menti si assopiscono nella tregua della pennichella e nella fatica della digestione parla la dottoressa e scrittrice Bruna Peyrot, che ha pure la funzione di introdurre Marta Buritica della Colombia.
Prende spunto dalla citazione che enuclea il suo tema: "Come donna non voglio una patria:la mia patria è il mondo" dal romanzo di Virginia Woolf "Le tre ghinee". E parte una riflessione sul movimento delle donne e sugli ostacoli che si frappongono, primo tra tutti la guerra; e da qui la necessità di avere un luogo, una stanza, per raccogliere l’io profondo e i segni della comprensione della vita e della storia. Stanza e non caverna, spazio e non torre chiusa.
Segue immediatamente Marta accompagnata dalla traduzione di Bruna. Offre una quadro cupo della Colombia, dove l’accesso al diritto e alla giustizia è precluso fin nell’ambito della coscienza e dunque lo spazio della speranza è soffocato; non è solo una violenza politica, ma anche sociale nei suoi vari aspetti. La guerra tra le parti Governo e guerriglia sancisce in definitiva la paralisi della coscienza. In questo spazio si muove l’esperienza di Marta, e di altre donne, individuale, di genere e propositiva di una società che sia capace di sperare.
Prende poi la parola il dottor Pietro Barcellona sul tema: L’albero che cade e la foresta che cresce. Imparare a collegare l’utopia alla prassi politica. E pare quasi una provocazione quella di Pietro che propone il profeta come figura che ci introduca alla politica; gli uomini, dice, si costituiscono in gruppo nel momento della separazione da qualcosa; e nasce l’istituzione che media il punto della rottura e che viene provocata dal profeta, che grida e richiama, che dispera e fa intravedere la speranza, perché il profeta è il prodotto di un popolo che lo aspetta e pure rompe con la tradizione che muore, da cui pur nasce, lui il profeta. Senza profezia non si dà politica; per questo anche la sinistra cade nelle maglie delle riforme del consenso.
Conclude il convegno Carmine di Sante: L’altro: un orizzonte profetico. Lo sbocciare nel cuore della storia dell’agape. L’Occidente attraversa una crisi di valori forte; eppure la sua ispirazione attinge al mondo greco la oggettività e alla Bibbia la soggettività; gli manca la capacità di coniugare i due elementi contrapposti; e forse una risposta potrebbe trovarla nella dimensione dell’"Altro" inteso non in modo astratto o teorico, ma "altro" come colui che ti accade di incontrare, e che rompe come il profeta, le pareti del carcere in cui siamo confinati.

2 settembre 2003 – Vicenza. Il dottor Seinde nostro ospite in Italia incontra a Vicenza la segreteria della CISL e quaranta operatori di settore, per iniziare un rapporto di scambio se non proprio di collaborazione reciproca. L’attenzione è alta sia per l’argomento, ma anche per la capacità di Seinde nel coinvolgere gli ascoltatori.

12 settembre 2003 – Lurate Caccivio (Co). All’interno dell’iniziativa Percorsi di pace alcuni circoli della zona organizzano la presentazione del libro di Gianni Bordin: Non seppellite il mio cuore cui avrebbero dovuto partecipare l’autore, che per motivi di famiglia era assente e Giuseppe Stoppiglia presidente dell’Associazione Macondo. L’incontro si svolgeva presso "L’alchimista" in memoria forse del brasiliano Coelho che ha avuto a suo tempo rinomanza italiana. Al tavolo dei convenuti pozioni colorate e infusi di raizesdecan. La riflessione del relatore partiva dalla coniugazione delle fonti della civiltà occidentale sullo spazio mobile del volto, da non confondere con il formato tessera che si applica sul passaporto dei cispadani, dei padani e dei transpadani con punto voce in dialetto locale da fattoria agricola sottoposta ancora ad enfiteusi per proroga.
Como. Nello stesso giorno, pur senza il dono della bilocazione, che altrimenti ti fan santi e sei bell’in paradiso, che l’è piacevole, hermoso, ma che una proroga in terra non fa male: assemblea della FEMCA categoria della CISL su di un tema che il titolo rende affascinante: Quando avevamo le risposte, ci hanno cambiato le domande, che per i prammatici è una prova di pazienza, per i buongustai l’è come dire: il pranzo è servito, andiamo via, ma è pur anco il richiamo ai segni dei tempi, la memoria, che si manifestano se stiamo attenti e se il nostro cuore è di sentinella.

15 settembre 2003 – Mestre (Ve). Trigesimo dalla morte di Patrizia Piovano. Molte le donne quasi esclusive all’incontro che si apriva con il rito in viola e si concludeva nella sala riunione della CISL per la quale Patrizia aveva operato vent’anni prima fino al matrimonio con Tonino, pure lui presente, quasi ad inseguire i luoghi della esistenza e ritrovarne le orme; matrimonio che determinava uno stacco temporale, anche se la sua anima è rimasta legata a questi luoghi del primo lavoro, e delle lotte e dei sogni. Donna e poi sposa, madre ma con una ironia e una serietà nella comunicazione che superava i ruoli e restava se stessa a fronte degli amici e di quanti altri incontrasse nel suo cammino.

18 settembre 2003 – Napoli. Mattino: Palazzo San Giacomo. Giuseppe interviene ad un corso organizzato dal MOVI e dal Comune di Napoli per giovani volontari sul significato e sul valore dei Valori, che sono tali, non astratti nella misura che la società, la comunità umana li accoglie e li fa propri; che non si trovano nell’iperuranio, o nel cielo della Luna, ma fanno parte dei desideri dell’uomo, delle sue aspirazioni, e che poi l’uomo nella relazione sociale e politica può realizzare.
Pomeriggio: Giuseppe presenta il libro Di mestiere faccio il maestro di Marco Rossi-Doria. Un libro tra racconto e riflessione pedagogica, ricco di sentimenti, di richiami e di proposte educative. Molti alunni sono presenti in toga, qualche uomo di strada in cappa e spada; qualche donna, in abito congruo, porta tra le mani una rosa, rosa bianca, rossa. E non per la ragione ipocrita del bipartisan, ma per la leggerezza della cortesia. Nessuno batte le mani alla fine del discorso ineffabile, non ripetibile. Si tratta di un argomento pedagogico, educativo, che non vuole distrazioni.

19 settembre 2003 – Procida (Na). Che a volte Bossi confonde con Pontida e ci vorrebbe fare un salto tra i suoi tesserati; ma poi lo dissuade il mare ed il suo genio tutelare. Suona il Tam tam dal Brasile che ormai si conclude il convegno organizzato da Gennaro e dalla sua segretaria sulla Paternità, per affrontare il nucleo della crisi famigliare e sociale.

21 settembre 2003 – Desenzano (Bs). Verifica campo di Albania. Tomas e Chiara, indigeni non aborigeni, ospitano i convenuti parte in parrocchia e parte nella casa loro. Nella sala della biblioteca, che contiene una TV che visiona cassette di catechismo, libri con copertina plastificata e dorsi lucidi, una lunga tavola e larga attorno a cui si siede Fulvio con lo staff e un popolo bilingue; ognuno dei convenuti scampati ai cani annusanti in Milano dopo l’atterraggio racconta la cronaca di una storia semplice vista da punti di vista diversi, senza particolari osceni, che poi non ci sono stati, se si esclude qualche tuffo dalla rupe verso il basso, concludentisi in tonfi maleodoranti. Il campo a Skrapar ha mostrato le debolezze di una certa formazione, ha puntualizzato la difficoltà di un rapporto culturale e la inutilità di uno svago folcloristico. Attese e paure; qualche brano di angoscia. Due bravi ragazzi hanno prodotto un filmato, che nel suo genere è commovente perché ripropone un clima; che poi era il fascino di quell’incontro in cui le parole erano preziose, ma provenivano da barricate e da asperità e da silenzi che intelligenza ed amore forse sapranno aprire e sciogliere dopo la attuale glaciazione.

27 settembre 2003 – Ronzano (Bo). All’Eremo è festa dei popoli, una festa che diviene una tradizione, una tradizione che cozza con la conservazione, perché entra nei problemi e nelle contese del momento: globalizzazione, localismo; e si ferma a raccontare del grande continente America Latina, le luci e le ombre sociali e politiche; le speranze ed i rigurgiti; molti i nomi e i volti presenti; noti e meno noti della chiesa e della informazione e del volontariato. E un gruppetto, piccolo e intraprendente, con gli occhi aperti sul mondo, come la rubrica; nucleo solido di Padova e provincia, presente nelle grandi kermesse, ma sempre sottovoce per parlarsi da vicino, annusarsi e sfiorarsi barbe e gote. E raccontare storie recondite. Baci, abbracci e altro. La festa poi continuava anche la domenica con Il Brasile di Lula e si concludeva sulla voce di Anna Goel Apariciòn con vida.

28 settembre 2003 – Valle San Floriano (Vi). E chi mai potrà raccontare le avventure di sessanta uomini e donne che fanno fronte ad una moltitudine di duemilacinquecento persone, che approfittando del blocco della corrente elettrica hanno superato le barriere invisibili del campo ed hanno invaso i sentieri e si sono appostate alle tavole imbandite di ogni ben di Dio se si esclude il pane, che se lo sono mangiato gli svizzeri con l’oscuramento e quelli dell’Enel in combutta. E si soffermavano ansimanti e sudanti, senza parole per chiedere il prima e il dopo ai tavoli del ristoro perché di bocca buona e tenevano la lingua al bando e le parole per tempi migliori. Era presente il presidente di Macondo alla premiazione dei gruppi marciatori, che quando si spostavano a oriente oscuravano il sole, e quando si collocavano a destra oscuravano il programma di governo, che per questo gli toccherà di mettere la fiducia sulla parola, che a leggere tutto si fa fatica, con grande vantaggio degli eletti. La giornata era dedicata ai ragazzi e alle ragazze che vivono nella precarietà. In Brasile e in Argentina. Fabio ed il gruppo hanno retto alla fatica del giorno e della notte. E c’erano tante stelle; qualcuno s’è provato di contarle e l’hanno trovato al mattino in Australia nel marsupio di un canguro.

3 ottobre 2003 – Olmi (Tv). Organizzato dalla parrocchia, con un folto gruppo di giovani uomini e donne, preceduto da un breve filmato introduttivo dell’argomento, si è tenuto un incontro con Carmine di Sante prendendo spunto dal suo recente libro: "Lo straniero nella Bibbia". È stata un’occasione favorevole per riprendere il filo del discorso sull’etica che parte dalla relazione responsabile con l’altro e sulla identità che si forma nell’accoglienza del diverso, e del debole.
Il clima della serata è stato positivo; molti giovani si sono fermati alla fine del dibattito per continuare nella riflessione. Erano presenti Giuseppe Stoppiglia e il cronista distratto per introdurre l’autore ed il tema.

4 ottobre 2003 – Lonigo (Vi). Villa San Fermo Si aprono le porte del palazzo, si curvano le figure del Cinquecento ad accogliere i convenuti: sono venti, sono il fiore, sono la farina, il lievito, la pasta della associazione. Convenuti dal monte e dal piano sfuggiti alle vedette, si son passati i nomi in codice, IVA inclusa e hanno dato fiato. Al controllo alcolico: negativo, tranne il solito furbetto, che beve le bottigliette campione che son piccole e cosa vuoi che facciano, robe da bambini, dice lui. È il Coordinamento di Macondo per le attività dell’anno 2003-2004. Sono presenti almeno venti persone, responsabili dei vari settori. Il presidente illustra le varie attività svolte e le nuove proposte; insiste sul valore della formazione e sulla funzione di Macondo nel rapporto coi giovani. Paola Borghi ribadisce il valore esistenziale dell’auto-consapevolezza sia per gli adulti che per i giovani e dunque dell’importanza di continuare; Fulvio Gervasoni indica una strada meno artificiosa per la formazione e un percorso costruito nella fatica personale da parte dei partecipanti ai campi. Baldassare Zanchetta ha dato relazione della festa nazionale e Fabio Lunardon ha illustrato la marcia trionfale di Valle san Floriano. Han preso la parola anche altri, ma di loro le cronache hanno taciuto gli interventi, son rimasti i volti e gli indirizzi.

17 ottobre 2003 – Pove del Grappa (Vi), sede di Macondo. Valter Cavina aveva convocato quanti s’erano rivolti a lui per indicazioni di itinerario ed erano partiti per il Messico quest’anno. E ci siamo trovati nella sede di Macondo in venti persone, alternando la narrazione alla degustazione; l’ascolto all’accoglienza di quanti continuavano ad entrare nella sala fino alle dieci di notte, portando torte dolci e salate, affettati e primi piatti, in quantità, come i re magi, senza passare per Erode, che come risaputo, gli piace mangiare a scrocco e poi se ne lava le mani. Abbiamo così raccolto una lunga conversazione con notizie ed informazioni nuove, che potranno servire ad altri che partiranno per l’ignoto, nella terra dei Maya.

18 ottobre 2003 – Ferrara. Redazione di Madrugada a le Pagine assieme al presidente della cooperativa Monini Francesco, nostro direttore. Al vaglio la proposta sui prossimi temi. Alla riunione erano presenti tutti i componenti, ad esclusione di Mario Bertin, per motivi di distanza. A Cardini, reduce dal Brasile, abbiamo tentato di estorcere i segreti della nuova figura del carnevale di Rio, ma ben poco è trapelato. Qualcuno ha consigliato una tortura compatibile e umana, ma la proposta ai voti è stata bocciata. A Francesco non sono bastati i telefoni per mettersi in comunicazione con Vespa ed accogliere l’investitura di buttafuori che avrebbe mano libera sugli ospiti di riguardo.

18 e 19 ottobre 2003 – Como e Lugano. Giuseppe incontra un gruppo di persone impegnate al senso della vita ed alle sue varie espressioni e che desidera andare oltre l’omologazione economica.
Domenica a Lugano incontra una comunità evangelica, nella scuola di Avviamento Sociale Maia Hofstetter, Swiss Mission International, per uno scambio di idee sul significato ed i bisogni di vita interiore. L’incontro informale, affabile è stato portatore di sentimenti positivi.

25 ottobre 2003 – Nervesa della Battaglia (Tv). Giuseppe parla ad un gruppo di animatori, che fanno catechismo ai bambini della parrocchia. Che cosa possono insegnare i ragazzi del catechismo, su quali contenuti imposteranno la loro testimonianza, quali interessi ed ideali andranno a toccare? Con queste ed altre domande Giuseppe ha aperto la sua prolusione a fronte di un gruppo attento che a tratti sgomitavano per farsi largo tra i concetti e le proposte di Giuseppe e si slanciavano in prima fila a raccogliere le parole chiave, per poi trovarsi senza la combinazione, scoperti davanti a tutti con le pive nel sacco, e due spanne di balbuzie che impediva loro di formulare domande e delucidazioni. Un serata movimentata.

A oriente del sogno occidentale
Le immagini di questo numero di Madrugada

a cura di Roberto Della Chiesa

Qui presento una selezione di immagini colte a Skrapar in Albania, nell’ambito del progetto A oriente del sogno occidentale (27 luglio – 4 agosto 2003).
Difficile per me dire qualcosa di sensato e concreto riguardo al viaggio a Skrapar, probabilmente la città più brutta del mondo in un paesaggio la cui bellezza, a volte aspra, a volte dolce, in certi momenti ti toglie il respiro. Skrapar: il peggior incubo di qualsiasi urbanista, fatta di fatiscenti condomini con le facciate punteggiare di parabole, come enormi occhi ciechi puntati verso l’Italia (il peggio dell’Italia: le emittenti televisive) ma abitata da persone che, se le guardi nei loro occhi di carne, ti sembra di caderci dentro, tanto sono profondi. Skrapar, senza religioni né culti, sotto una montagna che – qualcuno si azzarda a dire – ha generato tutti gli dei greci. Skrapar e il mio disagio, il mio tentativo di raccontarla senza retoriche immagini di povertà.

Tracce d’assoluto

L’incontro delle cose e delle persone si ferma sull’orizzonte del loro puro apparire e disarma ogni tentativo di comporle in un raccontare, in quanto il raccontare presuppone la messa in campo di ipotesi progettuali, continuamente annientate dall’incoerenza delle sensazioni. Intanto i macondini del Campo mi sembra abbiano a che fare con problemi simili, nel loro splendido gioco di mettersi in gioco in un gioco sempre con meno regole. Certo sarebbe una buona difesa il trincerarsi dietro qualche preconcetto… insomma sto parlando di una pura esperienza dell’essere, mica di roba da poco. Incontrare, avvicinare, toccare una persona per strada assume, in questa atmosfera rarefatta dello spirito, il rilievo di un’esperienza epifanica; e così pure l’improvvisa apertura di inattesi scorci naturali. E non sto esagerando! Due esempi: un pomeriggio, dopo la visita dell’ospedale, stiamo raggiungendo con altri il resto del gruppo al fiume, per la verifica. Siamo in leggero ritardo. Costeggiamo un orto. Si affaccia un uomo tra verdura e recinto: capelli bianchi, occhi chiari, viso largo e largo sorriso; ci guardiamo, ci salutiamo, ci sorridiamo, (qualcuno traduce), ci invita ad entrare a conoscere la moglie e bere una grappa ma noi dobbiamo andare. Ci scusiamo, ci sorridiamo, ci tocchiamo le mani sopra il recinto e ci lasciamo quasi ci strappassimo dolorosamente a chissà quale opportunità e lui continua a sorriderci rubandoci la promessa che torneremo da lui, e noi correndo sul sentiero ripido ci sentiamo entusiasti e dispiaciuti per quest’incontro mancato e sappiamo che non avremo il tempo di tornare.
Nello scarto tra l’apparentemente assoluta banalità della situazione e la sua fortissima tonalità emotiva trovo tracce d’Assoluto.
L’altro esempio è l’immagine di Arbri che ci mostra il Canyon. Tra gli occhi e il gesto e il fiume e le rocce e il cielo c’è la geografia del nostro viaggio.
Il suo senso? Forse in quello che sta dietro i suoi occhi? Forse, ma allora i suoi occhi diventano liquidi specchi.

Come bisturi per raschiare la pelle morta

E poi il ritorno in Italia. Finalmente in Italia mi dico!
Scendo dall’auto entro in casa e vado in pezzi assieme a tutto ciò che prima mi era tanto familiare. Come se tutto fosse irreale e solo Skrapar e i suoi abitanti e i suoi monti e i suoi fiumi fossero veri.
Ho impiegato più di un mese per rimettermi assieme.
Le foto? Le ho usate come bisturi per raschiare via la pelle morta.