Da Macondo… a Lugano

Certo passare in un sol balzo dal Paese di Utopia di García Marquez a quello dei caveaux dell’alta finanza bisogna ammettere che è un bel bagno di realismo! Certo passare in un sol balzo dal Paese di Utopia di García Marquez a quello dei caveaux dell’alta finanza bisogna ammettere che è un bel bagno di realismo! Ci proveremo.
MACONDO è un’idea prima che una struttura, che non poteva accogliere con entusiasmo un progetto per il quale, prima che da obiettivi finalistici, nasce da "un continuo viaggiare, nel corso del quale abbiamo avuto occasione di incontrarci e conoscerci, personalmente e spiritualmente…"
Rispetto alla proposta lanciataci da Bruno Amoroso con la costituzione in Club, pensiamo che con le sue (limitate ma volenterose) risorse, MACONDO possa cercare di offrire per la sua natura un contributo focalizzato nel terzo degli obiettivi indicati dal programma: collocarsi in quel ruolo di cerniera, tra il momento di elaborazione teorica- sia tramite le prese di posizione pubblica (obiettivo 1), che le iniziative seminariali e di elaborazione scritta (ob.2)- e la diffusione a rete di questi materiali di dibattito nelle sedi e nelle pratiche sociali che li sostanziano, crediamo sia il il proprio posto per una realtà come quella di MACONDO.
L’«osservatorio» di cui si è parlato in questi mesi e negli incontri preparatori, come possibile concretizzazione di questo impegno, non può ambire ad essere- almeno in questo momento- il luogo della produzione intellettuale o accademica del Club; può invece porsi come punto di snodo e di circolazione delle informazioni nella"costruzione degli anelli di solidarietà (…) fra ricercatori, gruppi di base e reti di solidarietà nei diversi continenti, che si oppongono al disegno di Apartheid della Globalizzazione…"

Radicalismo e riformismo tra Nord e Sud del mondo.
Anthony Giddens, sociologo inglese ed ascoltato consigliere del New Labour di Blair, dal suo (prestigioso) osservatorio- costituito dalla direzione della London School of Economics, uno dei tempi della politica sociale ed economica occidentale- si è posto in un recente studio il problema del futuro del radicalismo politico e delle possibilità del riformismo nelle società e negli stati nazionali, sconvolti dal processo della globalizzazione. Se pure il suo interesse primario è volto ad affrontare la crisi dei (nostri) stati sociali del welfare, attraverso una serie di ipotesi e proposte denominate "politiche generative" o " delle seconde possibilità", Giddens suggerisce come "sia bene soffermarsi un po’ sulle somiglianze tra i problemi che affliggono lo stato sociale all’interno delle regioni industrializzate e quelli che incontrano i programmi di aiuto per combattere la povertà del Terzo Mondo"
Ora «È possibile pensare che, dovendosi occupare del futuro del welfare state nel ricco Occidente, non si abbia nulla da imparare dalle zone meno sviluppate del mondo», dice Giddens; come lui siamo convinti invece che la politica sociale di un mondo globalizzato debba ormai tenere in conto contemporaneamente i problemi del Nord e del Sud del mondo, secondo un’idea di sviluppo alternativo che egli espone in un "decalogo". Discutendo quelle proposte, capaci di "mettere in questione la stessa nozione di sviluppo come crescita economica", Giddens incontra su questa strada il pensiero di un gruppo di studiosi francofoni, riuniti nel «Mouvement Antiutilitariste dans les Sciences Sociales» (MAUSS) e di uno dei suoi fondatori come S.Latouche.
È il vasto terreno del «settore informale»- da questi esplorato, soprattutto nelle pratiche economiche del continente africano- a costituire il punto d’incontro di una critica su due fronti al produttivismo, ed è proprio lo sviluppo di questo settore informale l’obiettivo e la misura dell’efficacia per quelle che Giddens chiama "politiche della vita in senso generativo".

La critica antiutilitarista e antiproduttivista allo "sviluppo".
"Lo stato sociale è profondamente radicato nel produttivismo, che a sua volta in usi e stili di vita stabiliti- e in primo luogo nella divisione sessuale dei ruoli(…) l’attività informale obbedisce ad una logica diversa da quella del produttivismo".
Purtroppo, difficoltà semantiche (forse di traduzione) rendono un po’ difficile una specificazione concreta di politiche sociali non produttivistiche, riguardo a temi scottanti della crisi del welfare, come l’incalzare della disoccupazione di massa o le trasformazioni demografiche come l’invecchiamento della popolazione. Quello che però appare molto chiaro è come il superare il produttivismo può significare anche proteggere (e rinforzare) le tradizioni o le solidarietà locali, ossia- dice Giddens citando C.Levi-Strauss- "quel numero infinito di alleanze quotidiane, la rete delle solidarietà private, che salvano il singolo essere dalla pressione della società nel suo insieme". Deve perciò diventare esigenza esplicita di una nuova società di welfare l’invenzione e la sperimentazione di "politiche che sostengono o creano reti di interazione sociale".
L’oggetto che sembra quindi necessario far emergere è quel settore di reticoli sociali che da qualche tempo diversi autori classificano come «informale». Per definirlo mi pare possa essere di ausilio una pagina di André Gorz, che pure non si riferisce esplicitamente a tale concetto.
"Con «comunità» la sociologia designa abitualmente un raggruppamento o un collettivo, i cui membri sono legati dalla solidarietà vissuta, concreta in quanto persone concrete(…) sia che l’abbiano messa in comune, (…) sia che l’abbiano in comune originariamente e dalla nascita(…).
In entrambi i casi il legame tra i membri di una comunità non è un legame giuridico, né un legame istituito, formalizzato, istituzionalmente garantito, e neppure un legame contrattuale, ma un legame vissuto esistenziale, che perde la sua qualità comunitaria a partire dal momento in cui è istituzionalizzato, codificato; perché, a partire da questo momento acquista un’esistenza obiettiva, autonomizzata, che, per perpetuarsi, non ha più bisogno dell’impegno affettivo, dell’adesione vissuta di tutti i membri. L’istituzionalizzazione ha, per l’appunto, la funzione di assicurare la persistenza di un legame indipendente dalla persistenza dell’impegno affettivo di ogni membro: trasforma l’adesione vissuta in obblighi determinati".

Alle declinazioni più attuali dell’idea di comunità la rivista di MACONDO "Madrugada", ha dedicato parte cospicua di uno dei suoi ultimi numeri (n.35).

Possiamo sostenere pertanto che uno degli spunti più fruttuosi in questo senso sia proprio la valorizzazione del settore informale, tanto nella politica sociale dei paesi occidentali quanto in quella di cooperazione con e tra le realtà del cosiddetto Terzo Mondo. È quanto sostiene magistralmente, soprattutto con riferimento ai «naufraghi (cioè agli esclusi) dello sviluppo», Serge Latuoche:
"La percezione dell’informale come laboratorio di socialità «alternativa» presuppone che si respinga la pretesa universalistica degli economisti (e senza dubbio più in generale degli occidentali). Ma è giustificato vedere nell’informale un’altra razionalità all’opera, un’altra economia in gestazione, ancora in attesa dei suoi futuri teorici? L’informale obbedisce certamente a un’altra «razionalità» che non la razionalità economica occidentale: quella del «produttivismo», quella della produzione per la produzione e della legge del maxmin.(…)
Se si considera l’infomale nella sua globalità si ha a che fare con una forma diversa che obbedisce a una razionalità sociale irriducibile alla pura logica economica e dunque all’Occidente. L’informale obbedisce ad una logica di «massimizzazione» dei benefici sociali in termini di potere, di prestigio o d’influenza all’interno del gruppo di riferimento o nel gioco dei gruppi fra di loro. Ciò è del tutto ragionevole ma non si riduce a una ricerca di profitto o di crescita dell’unità di produzione.(…)
La lezione dell’informale costituisce su questo punto un barlume di speranza. Mentre teorici, scienziati e filosofi non riescono a pensare la sintesi tra la tradizione e la modernità, tra l’Occidente e il suo altro, i naufraghi dello sviluppo possono riuscire concretamente a inventare una vita, a ricostruire una socialità in cui la fusione dei diversi apporti bene o male avviene. Lo spettro della miseria non è la minaccia più pericolosa che si erge di fronte alla società dei naufraghi.
L’informale già dimostra che la solidarietà è una forma di riccheza autentica. Mettere la propria «povertà» in comune nella speranza di ottenere l’abbondanza non è irrealistico. Il funzionamento sociale delle reti neoclatiche produce l’equivalente di nuovi servizi e persino di beni materiali. L’economia della reciprocità con le sue obbligazioni complesse non è soltanto un modo di circolazione di beni già esistenti, prodotti al di fuori delle reti; essa è produttrice, senza rendersene conto e senza saperlo(…). L’organizzazione comunitaria degli esclusi comporta una produzione di beni collettivi, dalla viabilità alle attività culturali (teatro, feste) che non compare mai come tale perché è immersa nella socialità."

Conclusioni: le radici dell’erba. Esperienze e scambi nei e tra i confini "mondializzati".
"La postmodernità, che è già all’opera nella scomposizione del presente, presuppone certamente un lungo processo di decolonizzazione dell’immaginario. Essa postula un «reinserimento» dell’economia e della tecnica nel sociale, dunque un’autentica ricomposizione del tessuto societario che forse si può vedere all’opera ai margini della «grande società», nel Nord come nel Sud".
Se nello studio e nella raccolta di esperienze innovative sul primo aspetto (l’informale come risorsa dei sistemi welfare) è possibile appoggiarsi sugli "strumenti ufficiali del conoscere", quali l’università, per sviluppare il secondo (l’informale come risposta autocentrata ai bisogni delle popolazioni del resto del mondo) è necessario ricorrere- facendola risultare quindi quanto mai preziosa- alla rete di contatti e collaborazioni in giro per il mondo su cui sorge il «Club di Lugano», una rete di "antenne" e "sensori" sparsi nei cinque continenti.
La partecipazione di MACONDO al progetto vorrebbe sostanziarsi così, come un’attività di raccordo (o di servizio se preferiamo) tra il momento di sintesi reappresentato dalla sede (per forza di cose) ristretta al Club e la doppia ramificazione che ne dovrebbe alimentare l’iniziativa:
-quella della miriade di realtà ed esperimenti sociali (da noi, ma soprattutto nel resto del mondo) che, nell’informale, inviano messaggi e materiali critici alla globalizzazione "vista da sotto";
-e quella dei gruppi, delle associazioni o piccole aggregazioni (nel mondo, ma soprattutto da noi) che sono luoghi di ricezione e dibattito, di autoformazione possiamo dire, sui "prodotti" del Club.
È certamente troppo ambizioso per i nostri (di MACONDO) poveri mezzi, parlare di «osservatorio sulla globalizzazione»; ma sicuramente possiamo trovare e tenere acceso un monitor su quanto si muove in superficie del "pensiero unico" e del "mondo ridotto a mercato", e raccontarcelo, soprattutto attraverso il contatto umano, senza disdegnare le nuove tecnologie comunicative.

Bibliografia:
A. Giddens, Oltre la destra e la sinistra, Il Mulino, Bologna, 1997
S.Latuoche, Il pianeta dei naufraghi, 1993
Offe C.-Heintze R., Economia senza mercato, editori Riuniti,1997
A.Gorg. Miserie del presente, ricchezza del possibile, Manifestolibri, Roma, 1998
rivista Madrugada n.35