Dall’utopico della oggettività all’utopico della soggettività

Il tramonto dell’utopia e delle concezioni storiche che essa ha ispirato (quali il socialismo e il marxismo che per decenni hanno alimentato il sogno di una umanità di uguali e di fratelli) può essere fatto coincidere con la caduta del Muro di Berlino del 1989, verificatasi a duecento anni esatti dalla rivoluzione francese. Per il filosofo Remo Bodei (La politica e la felicità, Edizioni Lavoro, Roma 1997, pp. 5­17) questo tramonto è stato ed era inevitabile da quando, a partire dalla seconda metà del Settecento, l’utopia si trasferì dal piano metastorico, dove il mondo perfetto sognato e disegnato era concepito letteralmente come u­topico, nel senso che non avrebbe mai avuto luogo, al piano storico dove, prima o dopo, si sarebbe realizzato diventando, da «non luogo», «luogo». Tramonto, per Bodei, oltre che inevitabile, necessario, essendo, questo capovolgimento semantico dell’utopico che, da non «luogo», si è voluto fare «luogo», causa di violenza, come già denunciava Popper negli anni Quaranta.
Romei ha ragione nel denunciare il fallimento della utopia moderna che, calandosi nella storia, troppe volte si è sposata con la violenza. Ma per il racconto biblico la ragione di questo fallimento non va ricercata nella storicizzazione dell’utopia, dal momento che, come vogliono i profeti, la realizzazione del mondo buono e felice, senza male e senza violenza, non riguarda la metastoria ma la storia. Per la bibbia la ragione di questo fallimento va cercata altrove: non nella storicizzazione dell’utopia ma nell’averla affidata in primo luogo al cambiamento del mondo oggettivo (strutture economiche e condizioni di vita materiali) invece che al cambiamento del mondo soggettivo, dove l’io è, di fronte all’altro, responsabilità assoluta e indeclinabile, risposta alla sua voce che lo appella.
Per la bibbia l’utopia non è un u­topos, un «non luogo» (dando al prefisso u il valore negativo di «non» che ha in greco) ma un eu­topos (dando al prefisso il valore di eu che vuol dire felice e buono). Essa, però, non inerisce al tempo, né allo spazio, né alla storia, né alla metastoria ma al soggetto etico o responsabile: quel luogo non luogo, luogo di ogni luogo, dove l’io si lascia colpire dal prossimo che gli passa accanto instaurando con lui una relazione gratuita e asimmetrica di bontà o di amore senza concupiscenza. La differenza profonda tra la concezione moderna dell’utopia e quella biblica va cercata proprio qui: mentre la prima afferma come prioritario il cambiamento del mondo e delle strutture che lo alienano, la seconda annuncia e denunzia l’insufficienza di ogni cambiamento che non ponga a suo fondamento la «conversione» della soggettività da struttura identitaria o egologica, dove l’io è in sé, da sé e per sé, in evento relazionale, dove l’io si fa accogliente e ospitale dell’alterità dell’altro. Non che, per la bibbia, non sia importante cambiare il mondo e le sue strutture di violenza, di ingiustizia e di sofferenza e che, per essa, conti l’interiorità dell’io che si chiude in sé e si rifugia nel recinto dell’esperienza religiosa o della mistica, ritenendo il mondo irredimibile e lasciandolo alla deriva. Di fatto, una concezione come questa ha preso dimora a lungo nella tradizione cristiana (è forse anche contro questa concezione che hanno reagito le correnti utopistiche, trasferendo il cambiamento nella sfera dell’oggettivo). Essa comunque non ha la legittimazione del racconto biblico per il quale l’utopico — il mondo giusto e fraterno di cui parlano i profeti — non riguarda l’interiorità dell’anima ma la realtà storica e mondana. Solo che, per la bibbia, la vera trasformazione storica e mondana, cioè la «rivoluzione» che si vuole veramente tale e non la sostituzione o l’alternanza dei padroni di ieri ai padroni di oggi, inizia e può solo iniziare da quella cellula originaria del mondo e della storia che è l’io in relazione o la soggettività responsabile.
Per la bibbia è la soggettività responsabile il principio che «rivoluziona» il mondo, restaurandolo e riparandolo; quindi non la razionalità sostanziale che disegna e progetta il mondo come mondo di fratelli e di uguali, come vuole Marx per il quale gli uomini sono uguali per natura, essendo le differenze, soprattutto le differenze economiche, frutto della contingenza storica; e neppure la razionalità strumentale che appresta le strategie e i mezzi per il raggiungimento dell’obiettivo, come hanno voluto il leninismo, lo stalinismo e i comunismi storici che hanno preteso di «guidare la rivoluzione» e realizzarla coniugandola con la violenza come sua «levatrice».
La soggettività responsabile non fa a meno, ma esige, la razionalità sostanziale e la razionalità strumentale; ma per essa queste invocano e rimandano ad una ulteriore e più radicale razionalità che è la razionalità etica: la razionalità del soggetto responsabile che non vive più per sé ma per l’altro, amandolo di amore gratuito e disinteressato, e che fa del suo esodo da sé all’altro la rivoluzione più radicale, senza la quale le altre restano insensate, come resta insensato il progetto di una casa (la razionalità sostanziale) o la sua costruzione (la razionalità strumentale) in assenza di volti che l’abitano.
Lungi dal promuovere la rassegnazione, la crisi dell’utopia in atto è e deve essere il kairos, il momento opportuno ed urgente, per riscoprirne la radice nascosta dove essa fiorisce e da «non luogo» si fa «luogo»: l’io responsabile che di fronte all’altro -ogni altro che è accanto, a cominciare dal più vicino, il familiare e il condomino — gli risponde, ascoltandolo, facendoglisi compagno di viaggio, ospitandolo, stringendogli la mano e andandogli incontro a mani piene.
L’io responsabile, che non si vive per sé ma per l’altro condividendo ciò che ha (tempo, cose, denaro, cultura, arte, intelligenza, fantasia, sofferenze, gioie e silenzi, ecc.) è l’io della relazione gratuita e disinteressata che è trascendimento della indifferenza, della rivalità e della violenza e instaurazione della pace, della comunione e dell’amore, il «sogno» che in ogni progetto rivoluzionario si annuncia ma che nessun progetto rivoluzionario, in quanto tale, è in grado di realizzare.
Forse mai come oggi si è in grado di capire che il luogo originario dell’utopia è la relazione di gratuità instaurata dal progetto responsabile. Se i poveri custodiscono da sempre il segreto di accogliersi e di gioire nonostante la durezza e le ingiustizie delle condizioni oggettive in cui vivono, noi paesi ricchi sperimentiamo la crisi e l’insufficienza di una utopia — il mondo buono e felice — che si vuole solo come trasformazione del mondo oggettivo e come sovrabbondanza di beni e di tekne. Beni e tekne sono necessari, allo stesso modo che una casa e una mensa per le persone che si amano, ma dell’amore non possono rivendicare di essere il principio bensì l’oggettivazione in cui si esprime e visibilizza. I beni e la tekne trovano il loro senso se messi a servizio della fraternità e dell’amicizia. L’utopia della responsabilità è l’utopia che, a fondamento dell’oggettivo e delle sue trasformazioni pone, come prioritario e irrinunciabile, il soggetto etico che ama e accoglie il prossimo gratuitamente come Dio che, ogni mattina, fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi.

Carmine Di Sante,
La rinascita dell’utopia,
Edizioni Lavoro, Roma 2000,
pp. 89, lire 12.000.