Date e indirizzi

Nel libro “Contro l’architettura”(ed. Bollati Boringhieri) l’antropologo (e architetto) Franco La Cecla racconta fatti e fattacci accaduti in varie città quando l’iniziativa privata soppianta la presenza dei pubblici poteri, o meglio, quando i pubblici poteri abdicano in favore dell’iniziativa privata. Una frase mi ha particolarmente colpito: la mia città è in mano ai banditi. Si riferisce a Palermo. Io la faccio mia e la trasferisco direttamente a diecimila chilomentri di distanza. Sì, perché ieri è stato formalizzato con tanto di firma del sindaco l’assalto alla città. Adesso definitivamente e ufficialmente anche la mia città è in mano ai banditi. Oppure potrei citare lo straordinario film di Francesco Rosi: Le mani sulla città. Ora è definitivo, con tanto di bollo e francobollo: le mani sulla città ce le possono allungare quanto e come gli pare.

Camaçari è una località della baia di Salvador, una zona straordinaria chiamata Recôncavo Bahiano. Oggi è sede di un importante complesso industriale dominato dalla Petrobras: petrolio. Qualche settimana fa una enorme chiazza nera portata dalla marea lascia il suo segno di distruzione nelle acque tanto care a Jorge Amado e a tutti noi. Il mangue è una specie di palude primordiale caratteristica di tutta quella costa in cui la ricchissima biodiversità trova la sua culla. Ora è irreparabilmente distrutto. Migliaia di pescatori che vivono del loro lavoro sono alla fame. La Petrobras, mi assicurano, farà di tutto per chiarire le cause del disastro e pagherà la multa di cinquanta milioni di reais (venti milioni di euro). Ai pescatori fornirà una cesta basica, lo scatolone con un pacco di riso, uno di fagioli, olio e zucchero per un paio di mesi fino a quando, garantisce, la situazione sarà normalizzata. Tante grazie.

Nel millenoventonovanta, per la prima volta, venne individuata a San Paolo una nuova droga, una specie di cocaina concentrata dall’alto potere viziante, il crack. Qualcuno avvisò: attenzione, questa droga cambierà per sempre lo scenario della città. Nel millenovecentonovantatre ricevo una telefonata da Berlino. Ciao Paolo, sono io. Vengo in Brasile per lavoro, ci dobbiamo vedere perché ho bisogno di te. Siamo in cinque, io, il cameramen, il tecnico delle luci, quello del suono e un aiutante. Non ti preoccupare, andiamo in albergo. È un’amica cineasta. Lavora per la televisione tedesca. Sta facendo una serie di documentari sull’infanzia in situazioni estreme nei paesi che avrebbero tutte le condizioni per evitarlo. È stata a Istanbul, a Los Angeles, a Napoli. Oggi tocca a noi. Paolo, so che qui, pur non essendo meta turistica come Salvador o Fortaleza esiste molta prostituzione infantile… Era preparata, aveva letto e riletto notizie fatti e fattacci che ci riguardano. Ora ha bisogno di andare sul campo. Non ti accompagno, vai da sola. Devi andare là in rua Aurora all’angolo con rua Triunfo, vicino al distributore, gira a destra nella rua Couto de Magalhães, entra al numero tale, parla con, vedrai che è facile. Oppure vai in rua Mauá e prosegui fino a largo General Osório. È pieno di alberghetti, basta entrare e parlare con, devi dire che.

Due giorni dopo mi telefona accalorata. Paolo vieni a prendermi, vieni a prendermi subito. È una cara amica, la sento agitata e preoccupata, non vuole spiegarmi, vado. Davanti al portone dell’albergo, lei, la troupe al completo e i bauli del materiale. Carichiamo tutto in macchina e andiamo da me. I boss del racket non avevano gradito la loro presenza. Dovevano sloggiare immediatamente. Li stavano cercando. La mia amica non si è limitata a filmare. Ha pagato il biglietto a due ragazzine per tornarsene a casa, una cittadina vicino a Salvador, Camaçari. Le avevano prelevate dal fondo di una favela con la promessa di un lavoro e di soldi facili: la solita storia. Tredici e quattordici anni, forse quindici. La mia amica lascia da parte ogni scrupolo professionale, ogni distanza, ogni imparzialità. Prende a cuore la storia delle due ragazze. Chiede se vogliono andarsene. Venite con me. Se le porta via, prima in albergo e poi alla stazione delle corriere, compra il biglietto, addio e buona fortuna. Nel frattempo i capoccia li cercano. La mia amica mi telefona. Eccoci tutti a casa mia.

Me ne sono ricordato stamattina, duemilaenove, nel leggere il giornale. Dopo una serie di servizi televisivi sul degrado della zona intorno a rua Aurora in cui oramai il crack si vende a chili e le bambine prostitute non si devono nascondere nei portoni ma ti corrono dietro quando passi, il comune ha accelerato il processo di “riqualificazione urbana”dell’intero quartiere. Ci sta provando da tre o quattro anni, senza successo: la prima fase è l’occupazione fisica, militare, del territorio. Arrivano i soldati, a piedi, in moto e a cavallo, girano avanti e indietro. Montano tende da campo in cui psichiatri e dottori del policlinico si dispongono a visitare i poveracci portati, o meglio (come divulga l’alto comando) invitati a partecipare al programma di disintossicazione volontaria. Arriva il conselho tutelar per l’infanzia, arriva la TV. Un paio di giorni. Le tende si smontano. Rimangono i soldati. La zona di rua Aurora è in stato d’assedio. Il comune divulga la qualità e la quantità di incentivi fiscali alle imprese che vogliano installarsi in quel territorio. Qualcuno abbocca, cominciano le demolizioni e i “restauri”. Passano gli anni e quello che dovrebbe essere il fiore all’occhiello dell’amministrazione è invece diventato la sua spina, la sua croce. I lavori a rilento, le lungaggini burocratiche, le demolizioni lasciate a metà, rendono quella zona ancora più degradata di quanto non lo fosse. I soldati continuano attenti, ma basta girare l’angolo, basta arrivare in piazza Júlio Prestes che ti si spalancano davanti i portoni dell’inferno. Crack, morti ammazzati, prostitute vecchie e bambine, bivacchi, gente a rantolare. Insorge la protesta. Sí, perché questa gente cammina, si sposta in modo ameboide per il territori limitrofi, ha cominciato ad avvicinarsi alle zone residenziali, sta quasi per attraversare la linea Maginot del minhocão (con questo nome buffo – il lombricone – è chiamata la sopraelevata che taglia in due il centro della città: da una parte i cortiços, le abitazioni collettive, il crack, dall’altra le zone residenziali). Ieri il comune promulga una legge prontamente approvata e ricevuta con entusiasmo perfino dal consiglio municipale di pubblica sicurezza: trasferire definitivamente all’iniziativa privata la facoltà di investire nell’area degradata e poter espropriare e demolire ciò che è ritenuto indegno di esistere. Ed è stato definito che, tanto per gradire, la terzerizzazione del territorio (l’hanno chiamata proprio così: terceirização) può comprendere non solo il quartiere di cui parliamo ma anche altri, da molto tempo sotto la mira della speculazione edilizia. Naturalmente nel testo della legge approvata non esiste nessun accenno alla gente che abita in quelle zone e neanche al tipo di indennizzo che riceverà dall’iniziativa privata. Ormai i tempi sono più che maturi: terceirizar il territorio è la parola d’ordine, le mani sulla città. Ai meninos de rua sono state riservate un paio di ONG, catalogate e sponsorizzate: un bel progetto di intervento con tanto di Petrobras a caratteri cubitali sulla maglietta: ragazzini assunti per contattare altri ragazzini e convincerli a seguirli nella loro sede, il tutto accompagnato a distanza dalle guardie municipali che non si sa mai. Al crack, le ruspe dell’iniziativa privata. Alla prostituzione infantile… niente paura, quella ha già trovato un’altra luogo, un’altra rua. Ormai, fiutato il pericolo, i magnaccia e le bambine si sono trasferiti armi e bagagli in rua Conselheiro Furtado che comincia nella piazza dietro la cattedrale e passa proprio di fianco al tribunale. Millenovecentonovanta, Millenovecentonovantatre, Duemilaenove. La mia città è in mano ai banditi.