Della felicità

La grande differenza che ancora grava sulla umanità non è tanto quella tra l’esistenza che ci è data e la scomparsa, la morte, tra vivi e morti; il poeta Elliot denunciava appunto questo provincialismo di credere che la vita sia dei vivi adesso e non comprenda anche quelli che sono scomparsi, non comprenda anche i morti, non comprenda tutti.

La grande differenza che ancora grava sulla umanità non è tanto quella tra l’esistenza che ci è data e la scomparsa, la morte, tra vivi e morti; il poeta Elliot denunciava appunto questo provincialismo di credere che la vita sia dei vivi adesso e non comprenda anche quelli che sono scomparsi, non comprenda anche i morti, non comprenda tutti.

E la grande differenza non è nemmeno quella tra credenti e non credenti, che è una differenza molto ideologica, che serve solo a tagliare la umanità, ad escludere; ma la grande differenza, che ancora grava è quella tra coloro che confidano nella felicità, credono in una felicità possibile, una felicità incontrata e magari persa, magari mai incontrata, ma sognata, una felicità però vera, perché non è mai senza o contro gli altri.

Credere in Dio significa credere in questa felicità, da cui nessuno è escluso; non significa credere in un mago, in un grande teologo, in un giudice, in uno che ti manda all’inferno o in paradiso, ma è credere nella felicità, in questa comunione definitiva, irreversibile (con gli altri), come ci credono i bambini.
Dall’altra parte invece l’economia, la politica, le prassi religiose più incrostate e tradizionali sono intrise di una disperazione profonda.

In questo spazio di festa ci sono testimonianze [fa riferimenti ai testimoni provenienti dall’Africa Kenya, Repubblica Centrafricana] rispetto alle quali non ci sarebbe nulla da fare festa; rispetto ai pesi, alle fatiche, alle morti irredente, agli scomparsi il bilancio non è mai quello di una vittoria, di una liberazione totale; eppure ci sono semi, segni, processi di liberazione, ma quante vittime intanto! Non possiamo dire che l’azione del bene come tale riesca a pareggiare l’azione del male.

Da un lato c’è il paradosso di una felicità irreversibile e totale, dall’altra l’esperienza concreta per cui le vittime del male nella vita interiore, nella vita pubblica, nella natura, nei rapporti interpersonali sono così tante, con un dolore così soverchiante che per noi è difficile credere nella consolazione, che è un aspetto specifico della felicità; il dolore (in quelle esperienze testimoniate) non è eluso, ma attraversato, portato insieme.

Allora rispetto a questo una festa come quella di Macondo mi faceva pensare che la grande alternativa è quella di avere il coraggio di questa confidenza nella felicità, da cui nasce la compassione, la responsabilità, la giustizia, l’uscita dall’indifferenza.

Il passo successivo dopo questa impressione è quello di vedere da quale luogo noi possiamo oggi sperare o dove possiamo riconoscere questa possibilità di sorriso.

Il luogo per noi in Italia in Occidente non è particolarmente favorevole; voi conoscete la parola riassuntiva che da qualche anno si chiama globalizzazione; la usiamo come parola che ricapitola il processo storico globale; non è una parola positiva perché i costi umani, sociali, ecologici di questo processo, dicono che la logica intrinseca di questo processo è perversa.

Globalizzazione indica che una parte si estende, mangia, ingloba assimila tutto il resto, per cui non ha molto senso parlare di globalizzazione della giustizia, globalizzazione dei diritti. Sono contraddizioni logiche, perché il vero processo dell’emersione della umanità, l’antropologia vivente, che non è una disciplina all’Università, è il processo storico di emersione e liberazione dell’umanità, quella è l’antropologia vera.

Allora concretamente la tessitura di questa antropologia di liberazione passa non attraverso i processi di liberazione comunque li formiamo o comunque li aggiustiamo; ogni ottica riformista è illusoria e non fa altro che mantenere questo assetto paradossale e tragico. I processi di umanizzazione passano attraverso l’interdipendenza: una parola che incomincia per inter, e parla un’altra logica. Allora ciascuno è centrale, nessuno è periferico e tutto ciò che di buono possiamo fare passa per l’incontro.

L’universalità non è del concetto, non è del dogma religioso, non è di una tradizione, l’universalità nasce dall’incontro dei viventi. Questa è un’altra prospettiva. Rispetto a questo noi in Italia culturalmente sentiamo la cappa di una mentalità individualista. Pensate all’impatto della globalizzazione in Italia, che cosa può voler dire in un paese che ha dei problemi storici di riconoscimento, di traduzione della giustizia per tutti. E mi pare che i risultati di fondo siano stati negativi. Vediamo insieme.

Primo punto: l’offuscamento del valore delle persone e del legame sociale. La capacità di sentirci solidariamente dentro di un contesto più ampio, di sentirci non tanto nazione, ma di sentirci legati dentro il cammino della Umanità, se prima era poca, oggi è stata ulteriormente ridotta.

Secondo punto: la mutazione genetica dell’ordine democratico. L’effetto della Globalizzazione in tutti i paesi è di produrre una mutazione genetica delle istituzioni dalla scuola al carcere, ai parlamenti, alle chiese, alle altre istituzioni. Con la Globalizzazione tutti sono ridefiniti in quella direzione, nella funzione appunto dei criteri dominanti della Globalizzazione. Un impatto del genere in Italia vuol dire una disaggregazione della istituzione della scuola (per es.) delle istituzioni politiche; tutto viene finalizzato alle compatibilità con il mercato e con quello che in Italia viene praticato da un capitalismo selvaggio, in qualche modo parassita dello Stato, da cui può attingere.

Terzo: la totale irrilevanza delle attuali generazioni. Nella demagogia corrente, anche cambiando governo, il ministro attuale che si occupa della condizione giovanile, ha detto: “i giovani sono una risorsa”; ed è l’antropologia della Globalizzazione, che dice che l’uomo è una risorsa e dei giovani e delle persone straniere si parla in funzione del profitto; oppure (i giovani, ecc) sono un esubero; così da risorse decadono e diventano un esubero; non bisogna dire alle persone che sono delle risorse, che sono produttori di profitto.
Si dice anche che i giovani sono il futuro; invece i giovani, le nuove generazioni sono il presente. Sono un altro presente che continua a non essere visto. Che continua a veder negati i diritti di futuro, di orizzonte, di respiro di nuova libertà. Si dimentica che loro porterebbero l’unico vero rinnovamento della società; non sono un’altra fonte di rinnovamento; non c’è un Dio mago che dall’alto rinnova la società. Questo passa attraverso le nuove generazioni e provoca le vecchie e le adulte generazioni in un rinnovamento radicale .

Ultimo punto. La mancanza di attrazione di una promessa, di un senso, di un orizzonte. Perché la politica è asfittica, perché in Italia c’è molto volontariato, molti movimenti, molte realtà associative, spesso anche molto avanzate, come esperienza, ma l’espressione politica di tutto questo è irrilevante? Perché c’è questa strozzatura?

Ecco a mio avviso una delle ragioni: abbiamo perso la memoria del futuro, non c’è un orizzonte, non c’è una speranza , una speranza che non sia ideologica; ideologia è appropriarsi della speranza di tutti; come religione in senso negativo è quella che si appropria del dio di tutti.
Ora per noi oggi in Occidente non c’è speranza, non c’è orizzonte, non c’è senso che attragga, mentre invece l’essere umano è un essere magnetico, che si fa attirare, si appassiona a qualcosa che lo attrae. Se non c’è questo, non si vedono vie di alternativa, si stenta anche solo a mettere insieme un programma politico, che argini almeno delle cose particolarmente negative, un programma chiave che dia risposte alla precarietà, al tirarsi fuori dai progetti di guerra; anche su questo si balbetta, si prende tempo, non si osa sperare un’alternativa fino in fondo, non ci si crede, si gestisce la normale amministrazione; e quando questo è fatto in un minimo di legalità è già un grosso passo avanti da noi in Italia.

L’atteggiamento di fondo di questa sorta di mentalità diffusa è tipico di un sistema che vive nel privilegio ed è questo Centrismo che prima di essere una posizione politica è un Centrismo spirituale, che riguarda i cattolici in Italia ed in Europa. Andate a vedere che posizione politica hanno i cattolici: sono di centro in tutta l’Europa; cosa vuol dire “di centro”? Non vuol dire che non sono di estrema destra (e spesso lo sono) o di estrema sinistra , ma spiritualmente di centro vuol dire: “non mi sbilancio, non mi faccio trovare ai margini, non mi interessano i marginali, non voglio incontrare chi è al di fuori di certe regole; sono io il centro del mondo”; questo vuol dire essere Centristi. E allora è possibile in un paese come questo, che politici chiaramente riconosciuti come cattolici dicano: “Noi difendiamo i valori cristiani: i Bot, i CCT e la Prima Casa!!” [applausi !!!!]

E questo per noi è normale; questo modo di fare politica ha radici teologiche, ha dietro di sé una idea di Dio, una idea di Chiesa, un’idea del sacrificio, un’idea del fare la elemosina al povero, che è quella di dominare e di aiutare allo stesso tempo; l’Occidentale, il bianco non possono distruggere senza dire a se stessi che stanno aiutando, non possono bombardare senza dire che stanno ricostruendo; quindi se l’Occidentale ti aiuta sei finito, perché in realtà ti sta distruggendo.

In questo contesto, quali sono le ragioni di speranza? Da un lato vorrei ricordare che l’Umanità è distruttiva se non vede e per vedere deve sperare ma per sperare deve avere dei luoghi di anticipazione, di esperienza. Cioè la speranza deve essere concretizzata, praticata, esperita dentro lo spazio della vita quotidiana. Altrimenti non c’è credibilità della speranza e se non c’è speranza, noi non vediamo, siamo accecati; viviamo dentro gli schemi comportamentali del tardo Capitalismo, con tutta la distruttività che esso esprime.

A questo punto quali sono le fonti di speranza?

In primo luogo citerei tutti i movimenti di restituzione dei diritti; quello che i Romani antichi chiamavano “restituito in integrum”; reintegrare i diritti di quelli, cui sono stati visti negati. Questi sono movimenti con coscienza sopranazionale, internazionale che riguardano i diritti civili, i diritti delle donne, la tutela della pace, i diritti del mondo naturale; questa coscienza si è diffusa, si è allargata, ha oltrepassato le frontiere e si è radicata, incarnata in esperienze concrete. Questo è un dato per dimensioni, per lucidità nuovo rispetto ai secoli precedenti: questo è un elemento di speranza.

Il secondo elemento sono le forme comunitarie di vita accogliente; l’individualismo è l’altra faccia della massificazione; noi torniamo a respirare quando possiamo avere almeno un frammento di esperienza di esistenza comunitaria. Perché le persone fanno volontariato? Lo fanno per respirare; perché una vita totalmente dentro i nostri ritmi, dentro i nostri calcoli è disumana, è claustrofobica, ci impedisce il respiro; mentre invece lì dove ci sono forme di esistenza comunitaria, di condivisione quotidiana della vita viene rigenerato il tessuto della società.

Il terzo elemento è quello che io chiamerei la primavera internazionale della non violenza, delle scelte di lotta non violenta . Se noi facciamo un discorso teorico, all’Università o al bar, arriviamo dritti dritti al luogo comune, per cui ci vuole tanta non violenza quanta è possibile; e chi lo negherebbe? ma ci vuole anche tanta violenza quanta è necessaria. Questo è un tabù, una banalità, un luogo comune a cui si arriva in dieci secondi. Chi non penserebbe così? Nelle situazioni estreme invece, di fronte a fortissime tendenze di violenza, (pensiamo ai contadini delle comunità di pace in Colombia o ad altre situazioni in Africa, in America Latina, ai processi di fine della lotta armata in Irlanda del Nord, nei Paesi Baschi, al processo in Sud Africa di democratizzazione dopo l’Apartheid) è nelle situazioni estreme che fiorisce la scelta di non violenza.

Non è nei dibattiti in cui ci permettiamo di prevedere fin dall’inizio quanti omicidi sono accettabili, chiamandoli il Male Minore. E sentite subito l’abisso di logica diversa che c’è tra la politica del Male Minore e una politica di tutela del Bene Comune. Non sono la stessa cosa; nella politica del Male Minore abbiamo già messo in conto una serie di vittime. Allora secondo me, questi movimenti di restituzione, quelli di assistenza comunitaria, i movimenti di lotta non violenta, che non sono affatto minoritari sulla scena mondiale, sono fonti concrete di speranza.

L’ultima fonte che cito la troviamo dentro ciascuno di noi, la natura relazionale del nostro essere; l’essere umano non vive se non ha relazioni, se non crede in alcune relazioni fondamentali e allora mi pare che la grande conversione, la grande svolta sia quella di riconoscere i valori reali dentro le relazioni. Noi siamo magnetizzati, noi siamo attratti dentro la relazione; per vivere dobbiamo amare la vita, dobbiamo appassionarci a qualcosa. Quelli che fanno i cinici, i realisti a buon mercato e ironizzano sull’amore, sul bene o sorridono subito quando sentono queste parole non s’accorgono che per vivere, per ragionare, per respirare devono a appassionarsi alla vita, altrimenti non si vive.

Ed allora il modo di stare nelle relazioni, deve essere quello di liberarsi dei sentimenti che accecano, cercare di attraversarli, di guarirli; pensate all’invidia, l’odio, l’angoscia, la disperazione. Questi sentimenti ci portano a vivere secondo la morte. Inoltre se crediamo che la morte è la verità ultima della esistenza, la misura ed il senso dell’esistenza; (e badate che fior di filosofi in Occidente hanno detto che possibilità più propria dell’uomo è l’essere per la morte); se noi crediamo in questo saremo distruttivi nel nostro vivere e tenderemo a sopravvivere, addossando ciò che è morte fisica, sociale, giuridica, economica e culturale agli altri, cercando di risparmiare un poco di tempo per noi, un poco di privilegio, un po’ di vita protetta per noi soltanto.

Soltanto uscendo da questa logica vittimaria che trova naturale, necessario, inevitabile e fonte di progresso produrre vittime, quindi soltanto con un altro sguardo che riconosca un’altra verità che non sia la morte, soltanto dentro questo sguardo noi possiamo riconoscere i valori che respirano.

I valori che respirano sono i valori per cui vale la pena di vivere; i valori non sono concetti, parole che finiscono con l’accento sulla A, come la libertà, la dignità, ecc; i valori sono incarnati, sono valori viventi incarnati; sono le persone, gli esseri viventi, il mondo della natura, le relazioni, il futuro, l’Umanità intera. Allora possiamo metterci al servizio di questi valori, ma non con la depressione e la disperazione di chi dice: “cerchiamo almeno di differire la morte”, bensì con la responsabilità generativa di chi fa nascere in senso biologico o in altro senso, con la responsabilità di chi adotta, di chi affida, di chi fa nascere una relazione, con una intenzione di eternità, di chi fa nascere e lo fa per una vita per sempre, eterna; che non è un premio finale o un qualcosa che venga tolto; chiunque di noi abbia una capacità generativa vuole che ciò che è generato possa vivere in una forma di pienezza.

Per questo mi viene in mente la indicazione di un grande anima, Aldo Capitini, filosofo italiano perugino che non essendo cattolico, non essendo marxista non essendo idealista nessuno se l’è filato e a tutt’oggi se voi cercate le sue opere non le trovate, perché sono esaurite, non si trovano;
quindi una saggio, un bravo editore le potrebbe pubblicare tutte e sarebbero veramente aria per una cultura asfittica come quella italiana; lui diceva questa cosa del perdono: diceva di fronte all’altro sento che io devo risalire dentro di me ad un punto interno in cui mi senta madre di lui. Il perdono è risalire ad un punto interno in cui io dinnanzi all’altro pur io avendo ragione, pur avendo tutti i diritti, e posso avere ragione, posso avere negati i miei diritti, ma di fronte all’altro risalgo ad un punto interno, in cui mi sento madre di lui.

Ecco pensavo durante questa festa, che questa non è solo la dinamica interiore della relazione di perdono; questa è dinamica interiore della responsabilità generativa, di quella che ha cura del futuro nel presente, lo assume oggi, se ne fa carico come di un valore che respira.

Ma allora possiamo avere dei sentimenti che non ci accecano e sono veramente il nucleo di quella che noi chiamiamo la speranza, che non è speranza in qualcosa ma in qualcuno e per qualcuno.

Docente di Filosofia Teoretica all’Università di Macerata.
Relazione tenuta alla festa convegno di Macondo
Domenica 28 maggio 2006
Sul tema: “Dio ti ha dato lo sguardo; sorridere tocca a te”

Trascritto da noi, non visionato dal relatore.