Denunciare la guerra da dentro il ventre del mostro.

Interessante l’articolo apparso su Z-Mag intitolato "11 Settembre" scritto da Michael Albert e Stephen Shalon.
Una settimana dopo gli attentati, loro lanciano un testo brillante, esplicitamente destinato alla mediazione politica. Gli autori hanno fretta. "Alcuni possono giudicare inadeguato trarre conclusioni tanto presto, ma l’analisi politica deve essere fatta adesso, prima che i fatti nuovi peggiorino la situazione", affermano. E si gettano in uno sforzo commuovente di dialogo con la società statunitense. Un paradosso segna la reazione dalla società degli U.S.A. alla violenza di cui è stata vittima l’11 settembre. La maggior parte della popolazione sembra accecata dal sentimento di vendetta, dall’illusione nell’efficienza di una risposta violenta, dal desiderio di recuperare la sicurezza per mezzo di una azione che, oltre a punire i terroristi, riaffermi la supremazia assoluta del potere imperiale. La novità è che gli allarmi sul vero senso della guerra proposta da George W. Bush arrivano anche dagli U.S.A. stessi. I suoi autori – giornalisti e ricercatori indipendenti – affrontano già da molti anni lo stablishment del loro paese. Ne conoscono la forza, i metodi, i piani. Perciò parlano sicuri.

Avvertono che la "crociata" lanciata dalla Casa Bianca a pretesto per combattere il terrore, condurrà, se non sarà interrotta, ad un mondo meno libero, uguale e democratico. Dobbiamo fermare la macchina da guerra. A dirlo sono quegli Stati Uniti che combattono la barbarie da dentro il ventre della bestia.

Azione politica adesso, "prima che la realtà si intorbisisca"
Interessante l’articolo apparso su Z-Mag intitolato "11 Settembre" scritto da Michael Albert e Stephen Shalon.
Una settimana dopo gli attentati, loro lanciano un testo brillante, esplicitamente destinato alla mediazione politica. Gli autori hanno fretta. "Alcuni possono giudicare inadeguato trarre conclusioni tanto presto, ma l’analisi politica deve essere fatta adesso, prima che i fatti nuovi peggiorino la situazione", affermano. E si gettano in uno sforzo commuovente di dialogo con la società statunitense. Partono, chiaramente, dalla condanna degli attacchi. "Oltre alla profonda immoralità che c’è nell’usare civili come mezzo per promuovere cambiamenti politici, l’efficacia di questo tipo di azioni è sempre dubbia. Sarebbe una visione totalmente grezza degli U.S.A. pensare che gli attentati possano portare i governanti degli U.S.A. a scorgere immediatamente l’ingiustizia delle loro politiche."
Passano quindi a delegittimare la guerra di reazione. Per farlo, dimostrano in primo luogo il tentativo -ripetuto fino allo sfinimento dai mezzi di comunicazione tradizionali di tutto il mondo- di associare gli U.S.A. al "bene", per giustificare una crociata contro il "male".

Difensori della libertà o dell’oppressione?
"George W. Bush ha affermato che gli U.S.A. sono stati colpiti dalla loro dedizione alla libertà e alla democrazia, e da gente invidiosa della loro ricchezza". Albert e Shalom ribattono: "la verità è che l’antiamericanismo si appoggia nel sentimento che gli U.S.A. impediscono tanto la libertà e la democrazia quanto il benessere materiale degli altri." E chiariscono: "in Medio Oriente, ad esempio, gli Stati Uniti offrono a Israele appoggio militare, economico e diplomatico verso l’oppressione contro i palestinesi. Sostiene regimi autoritari (come l’Arabia Saudita), che garantiscono alla compagnie nordamericane mastodontici guadagni con il petrolio(…). Quando atti terroristici sono commessi da amici degli U.S.A., come i massacri di Sabra e Chatila, supervisionati da Israele, nessuna sanzione è adottata. Ma sanzioni come quelle imposte all’Iraq, che provocano la morte di centinaia di migliaia di creature innocenti sono viste come ‘valide’".
E ancora: "Gli Stati Uniti sono la più grande Potenza del mondo. Promuovono un sistema economico globale di enorme diseguaglianza e incredibile miseria. Esibiscono la loro arroganza quando rigettano e bloccano il consenso internazionale in tematiche che vanno dalla tutela ambientale ai diritti dei minori, alle mine antiuomo, a una Corte Penale Internazionale e alla militarizzazione dello spazio."

In mezzo al dolore, fermare la macchina della guerra.
Poco avanti Albert e Shalom mettono il dito nella piaga. Redatto in forma di domande e risposte, il loro testo indaga: "Non è crudele parlare sui crimini degli Stati Uniti nel momento in cui stiamo sepellendo i nostri morti?". Rispondono "Sarebbe crudele se non fossimo anche noi inorriditi davanti a quello che è accaduto". Ma, principalmente, "se gli U.S.A. non stessero parlando apertamente di muovere una guerra contro paesi interi, di rimuovere governi, di promuovere attacchi massicci, senza evidenziare nessuna preoccupazione di separare i terroristi dalla popolazione civile", devono parlarne.

Non si tratta di un’esagerazione. Gli autori ricordano che la risoluzione votata dal Congresso autorizza Bush a "usare tutta la forza necessaria" contro un amplissimo ventaglio di bersagli: "nazioni, organizzazioni o persone che lei (Bush) determini abbiano pianificato, autorizzato, commesso o sostenuto gli attacchi terroristici, o protetto tali organizzazioni terroristiche o persone." In un altro testo, un altro giornalista indipendente statunitense ha ricordato che l’ingiustizia contenuta nel testo permetterebbe, ad esempio, di bombardare New York, che protegge abitanti come Henry Kissinger, accusato con prove di aver autorizzato azioni internazionali di terrore…

Nel mirino, le nazioni che non gradiscono gli U.S.A….
Albert e Shalom esaminano le conseguenze di tale risoluzione nel mondo. Ricordano che la lista di "Stati-terroristi" eleborata dal Dipartimento di Stato degli U.S.A. include Iran, Iraq, Siria, Libia, Cuba, Corea del Nord e Sudan. Ricordano che, per esempio, "Cuba è inclusa, si sospetta, non tanto per qualsiasi connessione reale con il terrorismo ma per la duratura ostilità degli U.S.A. al governo cubano, e per il lungo ricordo di attentati terroristici nordamericani contro il paese". E rincarano: "Se stessimo parlando del tipo di terrorismo rappresentato da bombardamenti e invasioni militari, embarghi di medicinali e cibo, attacchi a bersagli quali ospedali e cooperative agricole in Nicaragua, finanziamento e addestramenteo di squadroni della morte, allora abbiamo una lista ben distinta di nazioni colpevoli- incluse quelle che si dicono oppositrici del terrore, come U.S.A., Regno Unito, Russia e Israele."

… e i movimenti che infastidiscono l’elite dell’impero.
Il testo va oltre. Profondi conoscitori della politica statunitense, gli autori ricordano che, "dal fine della Guerra Fredda, gli U.S.A. hanno un problema: come portare la società ad appoggiare le politiche che non la beneficiano, ma servono gli interessi dell’elite." Dietro la chiamata di Bush, sottolineano, c’è una verità o interesse dello stablishment di "sostituire la Guerra Fredda con la Guerra Anti-Terrore. (…) Nuovamente avranno un nemico, che potranno colpevolizzare per qualsiasi cosa, tentando allo stesso tempo di calunniare i dissidenti, accusandoli di percorrere un cammino che porta invitabilmente agli orrori del terrorismo".

Albert e Shalom notano che i partigiani della guerra stanno cercando di far risaltare che essa sarà "lunga, difficile, contro un nemico implacabile, immenso e presente ovunque". E’ facile percepire l’obiettivo: "vanno a dichiarare che hanno bisogno di canalizzare le energie verso questa causa, che dobbiamo sacrificare il cibo per le armi, la libertà per la sicurezza, che ci dobbiamo sottomettere al comando della destra e dimenticare la lotta dei diritti. La loro risposta preferita sarà usare il potere militare, particolarmente contro nazioni indifese, forse anche occuparne qualcuna, e agire ampliamente in modo che non ridurranno il terrore, ma provocheranno conflitti nei quali il Potere ha i suoi interessi".

Una sfida che la Sinistra deve affrontare.
Nel finale del loro testo, Albert e Shalom trattano le sfide che la Sinistra degli U.S.A. certamente affronterà, data la forza che gli attentati hanno dato a Bush. Dato che tutta la congiuntura internazionale è cambiata, dopo l’11 settembre, è possibile che le loro osservazioni siano valide anche in altri paesi. Ed è rincuorante sapere che anche loro propongono, come via d’uscita, una disposizione ancora maggiore di dialogare con le società, di conquistare cuori e menti. "Saranno tempi difficili. Non ci servirà l’isolamento. Ma il cambiamento dipende dalla resistenza organizzata che risveglia la coscienza e riesce a coinvolgere (…). Non basta per la Sinistra avere delle posizioni corrette, o essere combattiva. Deve essere anche enorme…"

tratto dalla mailing list OUTRAS PALAVRAS N°5 del 19/09/2001. Nostra la traduzione.