Dio irrompe nel mondo: il paradossale, il meraviglioso, l’inatteso

l’intervento di chiusura al convegno di Asiago sulla felicità 26-28 agosto 2005

la felicità è legata all’irruzione dell’alterità; nel titolo si parla proprio di "irruzione" e quindi c’è un legame, non secondario, non casuale ma costitutivo tra questa e la felicità.

Il tema che mi è stato dato suona: “Dio irrompe nel mondo: il paradossale, il meraviglioso, l’inatteso”.

La proposta che cercherò di fare è la seguente: la felicità è legata all’irruzione dell’alterità; nel titolo si parla proprio di “irruzione” e quindi c’è un legame, non secondario, non casuale ma costitutivo tra questa e la felicità. E’ vero che non sappiamo che cos’è la felicità, ma nel titolo – ecco la proposta che farò – c’è il termine “irruzione” con la quale si cercherà di coniugarla. Stoppiglia ha voluto precisare: “irruzione di Dio”: Dio è Alterità. Noi non incontriamo però Dio come “Alterità” per strada ed, in realtà, neppure in chiesa. Noi incontriamo Dio come Alterità nelle alterità dei prossimi, nel volto dell’altro e degli altri. Levinas dice che “l’Alterità di Dio si iscrive nel volto dell’altro”, volto da intendere non esteticamente ma eticamente. Una delle ragioni che ha reso celebre Levinas in Europa è proprio questa categoria del volto, anche se il volto di cui egli parla viene inteso forse indebitamente troppo esteticamente. Questo non è in Levinas, per il quale il volto è il “volto ferito”, per riprendere il termine di Franco Riva. “Volto ferito” vuol dire soprattutto due cose: “il volto in quanto nudità” (il volto è l’unica parte del corpo che non si può coprire) e il volto in quanto “appello”, in quanto “invocazione” alla vicinanza, alla solidarietà. Levinas mette insieme volto, nudità, miseria, sofferenza, invocazione e comandamento. Ecco allora la proposta: il legame costitutivo tra l’irruzione dell’alterità – nel volto di chi ci accade di incontrare, nel volto di ogni prossimo – e la felicità.

Innanzitutto alcune premesse. Ho ascoltato con gioia gli incontri di ieri e ho avuto grandi stimoli che vorrei ritrattare – nel senso etimologico del termine – ossia riprendere e trattare nuovamente.

La prima premessa è un paradosso che già è stato richiamato più di una volta. Un paradosso che voglio riformulare attraverso la copertina della rivista Time che esce ogni settimana a Londra e raccoglie il meglio di quello che viene pubblicato negli Stati Uniti e nel mondo. Le sue copertine sono celebri perché segnalano i grandi temi o cambiamenti in atto. Nel 2000 la rivista riportava in copertina un’affermazione relativa al tramonto dell’utopia. La settimana dopo un lettore scriveva una lettera al direttore osservando:“ Se dovessero ritornare oggi, nelle città dell’Europa, dell’America, dell’Australia e del Giappone, Darwin, Freud, Marx, gli Illuministi del 1800, Erasmo di Rotterdam e Tommaso Moro – il padre dell’utopia – rimarrebbero stupiti e griderebbero: ‘questa è l utopia da noi voluta e sognata!’”

Qual è il paradosso? Che noi, nel mondo Occidentale, viviamo nell’utopia, ma non ne siamo consapevoli e ci piangiamo addosso e siamo nel malessere! Questo è quanto è emerso anche ieri. Questo è un paradosso di cui prendere consapevolezza: non ci manca nulla, eppure ci manca tutto o molte cose.

La seconda premessa riguarda il rapporto tra religione e felicità. Le religioni sono, per definizione, annuncio di felicità. Tutte le religioni. Il fatto che nell’Occidente si pensi il contrario – che esse cioè siano state pensate come illusione o limitazione della libertà – è uno di quei paradossi e capovolgimenti semantici che non dovrebbero mai cessare di sorprenderci.

Una terza premessa riguarda il rapporto tra teoria, filosofia, e felicità. Anche Mario Bertin ha toccato questo punto. Della felicità non si può parlare. Ieri anche Franco Riva – giustamente – ha decostruito i linguaggi sulla felicità. Non sappiamo che cos’è la felicità perché essa appartiene al vissuto e non al linguaggio. Se uno è felice, lo mostra e basta. Anzi, se una persona andasse in giro proclamando: “io sono felice”, ci sarebbe più di una ragione per dubitare del contrario. E’ tuttavia vero che le culture hanno dei linguaggi e dei pensieri sulla felicità. Una cosa bella che ha detto ieri Franco Riva è che, piuttosto che dell’io in relazione, bisognerebbe parlare del noi che stiamo dentro le relazioni”. Lo stesso si potrebbe dire della felicità: noi non sappiamo che cos’è la felicità ma siamo dentro una rete di metafore, di teorie e di linguaggi che hanno parlato e parlano della felicità.

Che cosa è stato detto, in passato, sulla felicità? Si possono raccogliere i linguaggi sulla felicità in tre grandi prospettive o chiavi di lettura. La prima è quella della filosofia greca: la felicità come “virtù del giusto mezzo”. Questa definizione la trovo straordinaria: virtù non vuol dire essere autocontrollati o asceti ma essere capaci di trovare il punto di equilibrio e il giusto mezzo in tutto ciò che diciamo e facciamo: nel mangiare, nel parlare, nell’amare, ecc. Saper trovare il punto di equilibrio in ogni cosa: perché ciò che è “fuori misura” è “sgraziato” e fonte di infelicità

L’altra teoria è quella di Kant, secondo la quale la felicità è legata al dovere. “Perché devo fare il bene? Perché devo essere giusto?”. Per Kant la risposta è: “Perché, se tu sei giusto, sarai felice, perché, l’essere buoni è premio a se stessi”. Io credo che questo sia vero; credo che l’essere giusti, l’essere buoni, rende felici anche se, sul piano empirico, per l’io i conti non tornano quasi mai. Già Platone diceva che “chi fa il male sta male e chi fa il bene trova nel fare il bene la felicità”. Fra le cose più straordinarie della tragedia greca dell’Edipo Re, c’è il dialogo tra Edipo e Tiresia, che sa dell’uccisore di Laio. Quando Edipo gli chiede: “Dimmi, chi ha ucciso Laio?, Tiresia tace perché chi ha ucciso Laio è proprio lui, Edipo. Allora Edipo lo incalza: “Parla, altrimenti ti uccido”. Tiresia però tace ancora. Edipo allora: “Ma tu non temi la morte? Non sai che io posso ucciderti se non parli e mi rispondi ?”. E Tiresia: “No, non temo la morte, perché chi abita la verità è da sempre fuori dalla morte”.

Noi dovremmo pensare a questa teoria di Kant: fare il bene è premio a se stessi e quindi fonte di felicità.

L’ultima teoria, oggi la più condivisa, è quella che lega la felicità al desiderio e alla sua soddisfazione. Ma il desiderio non si può soddisfare, se si intende il desiderio come altro dal bisogno. La cosa più devastante che si sta verificando è l’identificazione del desiderio con il bisogno e la sua riduzione alla logica del soddisfacimento.

Questo mi porta alla terza premessa che è quella che riguarda il rapporto tra felicità e linguaggio. La felicità abbraccia un campo semantico praticamente inesauribile, sia sul piano simbolico (colori e immagini) che linguistico (piacere, felicità, gioia, letizia, allegria, allegrezza, contentezza, ecc). Ma questi diversi termini hanno tutti lo stesso significato oppure indicano cose diverse? Propongo personalmente una triplice distinzione:

il piacere: è quel benessere che nasce dal soddisfare un bisogno; l’esempio di chi ha sete o fame ed è felice dopo essersi dissetato e mangiato in abbondanza;

gioia: è quel benessere che nasce dalla relazione riuscita con un “tu”; non c’è più il mio bisogno ma la relazione – e una relazione riuscita e, per questo, felice, con un “tu”. Con un altro termine forse questa è la gioia;

letizia: è un termine amato soprattutto da Francesco. C’è una pagina straordinaria intitolata appunto “Perfetta letizia”. In cosa consiste la “perfetta letizia”? Non nel piacere, non nella relazione reciproca riuscita ma nella bontà, nella gratuità, nel disinteressamento di sé, nella instaurazione di una relazione gratuita e asimmetrica con cui si va incontro all’altro in quanto altro.

Un’ultima premessa. Quando parliamo di felicità non dovremmo mai pensare alla felicità soggettiva – la mia felicità o la felicità dei miei – ma a quella oggettiva: la felicità di tutti. La felicità, per essere tale, è e deve essere sempre oggettiva e universale. E’ il mondo che deve essere felice. La mia felicità sarà partecipazione a quella del mondo. E’ un po’ come l’aria: se questa è pura, sarò anch’io a respirarla pura e a stare bene.

Sviluppo ora il tema in quattro punti.

1. Dio come irruzione. Che cosa vuol dire questo termine “irruzione” e che “Dio è irruzione”? Vuol dire che Dio, o quell’alterità per eccellenza che noi chiamiamo Dio, non fa parte né dei nostri desideri né dei nostri progetti. Dio non dipende dall’uomo e dalla sua ricerca. So che questo concetto può essere per molti sovversivo perché noi siamo abituati all’idea dell’uomo che cerca Dio, che cerca la verità. In realtà per la Bibbia non è l’uomo che cerca Dio o la verità, ma è Dio o la Verità che va alla ricerca dell’uomo. Questa mattina abbiamo ascoltato il testo del Profeta Geremia dove si dice che è Dio ad essersi innamorato di Geremia e a sedurlo e non viceversa. L’irruzione dice questa dimensione: la priorità di Dio su ogni nostro movimento, volontà o desiderio.

Vitiello, un filosofo che insegna a Salerno, dice che, piuttosto che ricercatori della verità, noi siamo abitatori della verità. Compito dell’uomo non è cercarla ma s-coprirla” (termine usato ieri da una partecipante che, appunto parlava della “s-coperta della felicità”). “Scoperta” vuol dire “togliere la coperta”: è come se sugli occhi avessimo un velo e non lo sapessimo.

Chi nella cultura occidentale ha rimesso in circolazione il termine: “irruzione” – “irrompere” nella forma verbale, “irruzione” nella forma sostantiva – è stato E. Lévinas e questo vuol dire soprattutto tre cose. La prima è l’introdursi, nel senso di entrare dentro un ordine già dato o costituito. Si pensi al ladro che irrompe in una casa di notte e si introduce in un mondo che non è il suo ed è di un altro.

Il secondo significato è che ciò che entra all’improvviso in un ordine già dato, lo scompiglia, modificandolo. Irrompendo, Dio entra nei nostri mondi – i mondi dei nostri progetti e desideri – e lo scompagina mettendolo in discussione. Questo discorso dello “scompiglio” richiama quello della sofferenza che della felicità sembra la negazione stessa e dello scompiglio la figura per eccellenza. La definizione più profonda che ho trovato della sofferenza è in Levinas che dice che essa è la messa in discussione radicale dell’io desiderante e dell’io progettuale; se per esempio voglio scalare la montagna ma il mio corpo è disabile o ammalato, tutta la mia volontà desiderante e progettuale si frantuma e si rivela in tutta la sua insufficienza e impotenza. Ma per Lévinas c’è ancora un luogo più radicale dove l’Alterità irrompe e scompiglia ed è il volto dell’altro. Pensate a vostro figlio al quale fate un bel discorso e lui vi manda a quel paese! Il volto dell’altro nella sua Alterità è lo scompiglio per eccellenza dei desideri e progetti del proprio io!

Il terzo significato è che l’ordine infranto, perché sconvolto, è condizione di possibilità per un nuovo ordine. Questo è un punto importante perché non basta dire che c’è lo scompiglio, ma poi? L’Alterità irrompe e scompiglia per istituire un nuovo ordine. Ma, qual è questo nuovo ordine?

2. Irruzione e gratuità. Con questa domanda passiamo al secondo punto che è: irruzione e gratuità. L’ordine nuovo istituito dall’ Alterità che scompiglia è l’ordine della gratuità, termine che sta diventando sempre più centrale nella stessa riflessone filosofica. Fino agli anni ’80 i termini gratuità e perdono sembravano parole teologiche strane e lontane che invece oggi stanno diventando sempre più importanti.

Gratuità è il termine più bello della Bibbia e vuol dire relazione d’amore gratuita, relazione data gratis, relazione asimmetrica, relazione di amore che non obbedisce alla logica dell’economico, dello scambio, del do ut des. Molti dicono che non è possibile una relazione gratuita ed asimmetrica. Impossibile alla logica mercantile, la Bibbia annuncia una duplice gratuità, in quanto contemporaneamente oggetto e soggetto.

Innanzitutto oggetto, in quanto essa dice all’uomo: “tu sei amato gratis”, “tu sei venuto al mondo gratis”. Nascere infatti è venire alla luce ed entrare in un già dato – mondo, lingua, cultura, ecc. – che è donato e che è un regalo.

C’è un versetto bellissimo di Isaia che dice: “Non temere, io ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni, tu sei prezioso ai miei occhi perché sei degno di stima ed io ti amo”. Come pure c’è quella pagina straordinaria di Gesù che nel vangelo di Matteo invita a contemplare i gigli dei campi e gli uccelli dell’aria. Due testi che mettono in scena la gratuità che precede e avvolge l’io e che, per ognuno, deve diventare il metron del proprio amare, pensare e agire.

Ma la gratuità donata non può non trasformarsi in gratuità attiva. Quel Dio che ama gratuitamente e che regala tutto gratis (dai fiumi agli oceani alle galassie) ci chiama a fare lo stesso, ri-regalando. Questa è la gratuità attiva di cui io sono non più oggetto ma soggetto, per cui tutto ciò che mi è fatto, a mia volta io lo rifaccio al primo prossimo che mi accade di incontrare, cioè a chi, di volta in volta, mi sta accanto. Questo movimento viene formulato nel discorso sulla montagna, in quel versetto dove, dopo aver detto: “Guardate il vostro Padre che è nei cieli e che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi”, Gesù conclude: “Siate anche voi perfetti come il vostro Padre che è nei cieli”. Non dice: “contemplate quanto è bello l’amore gratuito del Padre”, ma “siate perfetti come vostro Padre celeste”

3. Gratuità e riconoscenza. Il terzo punto riguarda il rapporto tra la gratuità e la riconoscenza. Il termine “riconoscenza” ha due significati fondamentali. Il primo lo abbiamo nella forma verbale: “ho riconosciuto quella persona”, che significa avere una nuova conoscenza, un nuovo sapere. Qual è il primo sapere con cui noi nasciamo? Quali sono le prime esperienze che noi facciamo? Quella di possedere il mondo, possedere le cose. Ma col tempo scopriamo un altro sapere come sapere altro: quello dove capiamo che ciò che conta è la gratuità che ci precede e ci anticipa, è la bontà che ci chiama e ci eleva alla bontà. Questo forse è il cammino della vita. Nasciamo con la mano che stringe, per allentarla lentamente e progressivamente fino all’estremo abbandono e affidamento.

C’è un verso enigmatico di Eliot, il drammaturgo americano, che dice: “alla fine della nostra vita, noi torneremo là da dove siamo partiti e scopriremo la cosa per la prima volta”. Che cosa scopriremo per la prima volta al termine della vita, se non che noi siamo figli della gratuità, che noi la vita non ce la siamo donata ma ci è stata donata e che, se ci è stata donata, l’unico senso della vita è esserne riconoscenti e ridonarla?

Ma oltre che nuova conoscenza riconoscenza vuol dire anche ringraziamento. Poiché tutto mi è stato dato, il mio saperlo si trasforma in grazie e per questo, con una formula di Heidegger, “denken ist danken”, pensare è ringraziare.

Questa è la riconoscenza. Ma il termine riconoscenza è un segno fonetico o grafico che rimanda ad un atteggiamento che è lo stupore: che è cogliere il mondo donato, cogliere ciò che è al di là del proprio progetto e desiderio. Forse è questo – lo stupore – la porta per la felicità.

4. Riconoscenza e giustizia. Lo stupore sembra che abbia poco a che fare con la giustizia. Parlo di giustizia, anche se il termine potrebbe essere sostituito con quello di responsabilità.

C’è una massima del Talmud che dice che il mondo si regge su tre pilastri: sulla Parola – la Parola di Dio – sulla giustizia e sulle opere di misericordia. Tre pilastri: la Parola di Dio istituisce la giustizia e la giustizia si esprime nelle opere di misericordia. Il termine giustizia per la Bibbia è ciò che è conforme all’agire di Dio. Quando uno misura un paio di scarpe, le indossa e dice: “sono giuste”, con questa espressione intende dire che “sono conformi alla misura del proprio piede”. La giustizia è conformità ad una misura e questa misura per la Bibbia è l’agire gratuito di Dio, l’agire del Padre celeste che fa sorgere il sole cui buoni e sui cattivi. Giusto è ciò che è conforme all’agire di Dio, quell’agire che, nel Primo Testamento, è il Dio che ascolta il gemito di Israele oppresso e ne asciuga le lacrime e per il Nuovo Testamento il Dio che muore su una croce per amore di chi lo lo nega.

L’uomo giusto è l’uomo che, sull’esempio di Dio, si accorge della sofferenza dell’altro e se ne fa carico per amore. Questa è la felicità. Felicità paradossale. Apparentemente sembrerebbe che la felicità consista nell’asciugarsi le proprie lacrime, nel preoccuparsi delle proprie sofferenze e questo, in parte, dobbiamo farlo, però preoccuparsi di se stessi è rischioso perché può portare al narcisismo delirante. Questa, per la Bibbia, è la giustizia, che non si oppone alla misericordia o alla bontà, ma ne è la traduzione in forma universale.

Non c’è opposizione tra giustizia, amore e misericordia, ma solo diversa articolazione. La giustizia è traduzione della misericordia ed è sempre misurata dalla misericordia perché, come dice, Levinas, “soltanto un cuore può accorgersi di una lacrima”. Giustizia e misericordia vanno sempre insieme. Per questo il mondo, come vuole la massima talmudica, si regge sulla giustizia e sulle opere di misericordia sollecitate dalla Parola di Dio.

4. La giustizia come ingresso nella felicità. Il penultimo numero di Concilium è dedicato alla fame nel mondo, con il sottotitolo: fame ed eucaristia. Riporta una massima talmudica che dice: “L’uomo che mangia è il più giusto degli uomini” Massima paradossale, perché, se fosse vera, noi occidentali, che mangiamo più del necessario, dovremmo essere più che felici mentre sembra che non lo siamo. Cosa vuol dire allora questa massima? Proviamo a spiegarla in questo modo: “l’uomo che mangia e che mangiando è consapevole che il pane gli è donato da Dio (dacci oggi il nostro pane quotidiano) e che, se è donato, lo ridona condividendolo è l’uomo più giusto e, per questo, felice.