Dio, irruzione, alterità e felicità

Dio è alterità. Ma noi non incontriamo l’“alterità” di Dio per strada o in chiesa. La incontriamo nelle alterità del prossimo, nel volto dell’altro e degli altri. Lévinas dice che «l’alterità di Dio si iscrive nel volto dell’altro», volto da intendere non esteticamente ma eticamente. È il volto come “volto ferito”, per riprendere il termine di Franco Riva. “Volto ferito” vuol dire soprattutto due cose: “il volto in quanto nudità” (il volto è l’unica parte del corpo che non si può coprire) e il volto in quanto “appello”, in quanto “invocazione” alla vicinanza, alla solidarietà. Volto, nudità, miseria, sofferenza, invocazione e comandamento costituiscono, per Lévinas, un’unica realtà.

Per Lévinas c’è un legame costitutivo tra l’irruzione dell’alterità – nel volto di chi ci accade di incontrare, nel volto di ogni prossimo – e la felicità.

Siamo ricercatori della Verità

Ma cosa vuol dire irruzione? Che Dio, in quanto alterità, non fa parte né dei nostri desideri né dei nostri progetti e che egli non dipende da noi e dalla nostra ricerca. L’irruzione dice la priorità di Dio sulla nostra volontà e desiderio. Da questo punto di vista non si può non essere d’accordo con il filosofo Vitiello il quale afferma che, più che ricercatori della verità, noi siamo abitatori della verità. Compito dell’uomo non è cercarla ma scoprirla”, togliendo il velo che la cela ai nostri occhi.

Dio come alterità che irrompe vuol dire soprattutto tre cose. La prima: il suo introdursi, nel senso di entrare dentro un ordine già dato o costituito, come il ladro che si introduce di notte in un mondo non suo ma di un altro.

Il secondo significato è che ciò che entra all’improvviso in un ordine già dato, lo scompiglia, mettendolo a soqquadro e modificandolo. Irrompendo, Dio entra nei nostri mondi – i mondi dei nostri progetti e desideri – e li scompagina dischiudendo un al di là o oltre dei nostri progetti e desideri. Il discorso dello “scompiglio” richiama quello della sofferenza che della felicità è apparentemente la negazione e dello scompiglio una delle figure principali. Ma più radicale ancora della sofferenza, è l’alterità del volto, l’alterità per eccellenza che irrompe e scompiglia.

Il terzo significato è che l’ordine infranto, messo a soqquadro, è condizione di possibilità per l’istituzione di un nuovo ordine: quello della grazia, del gratuito o della gratuità.

Gratuità è il termine più bello della bibbia e vuol dire relazione d’amore data gratis, relazione asimmetrica, relazione d’amore che non obbedisce alla logica dell’economico, dello scambio, del do ut des. La bibbia è kerigma, cioè annuncio, di una duplice gratuità. Innanzitutto in quanto l’io ne è l’oggetto o il destinatario. C’è un versetto bellissimo di Isaia che dice: “Non temere, io ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni, tu sei prezioso ai miei occhi perché sei degno di stima ed io ti amo”. Come pure c’è quella pagina straordinaria di Gesù che nel vangelo di Matteo invita a contemplare i gigli dei campi e gli uccelli dell’aria dove viene messa in scena la gratuità che precede e avvolge l’io e che, per ognuno, deve diventare il metron del proprio amare, pensare e agire.

La gratuità donata

Ma la gratuità donata non può non trasformarsi in gratuità attiva. Quel Dio che ama gratuitamente e che regala tutto gratis (dai fiumi agli oceani, alle galassie) chiama l’io a fare lo stesso. Questa è la gratuità attiva di cui l’io non è più oggetto ma soggetto, per cui tutto ciò che è fatto all’io, l’io a sua volta è chiamato a rifarlo al primo prossimo che gli accade di incontrare. Questo movimento viene formulato nel discorso sulla montagna, in quel versetto dove, dopo aver detto: «Guardate il vostro Padre che è nei cieli e che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi», Gesù conclude: «Siate anche voi perfetti come il vostro Padre che è nei cieli». Non dice: «Contemplate quanto è bello l’amore gratuito del Padre», ma «Siate perfetti come vostro Padre celeste».

Il soggetto consapevole che tutto è grazia, è il soggetto riconoscente.

Non solo nel senso che acquisisce una nuova conoscenza, per cui egli finalmente sa che alla logica del possedere va sostituita quella del ricevere; non solo neppure nel senso che, poiché tutto è grazia, il suo saperlo si trasforma in grazie e per questo, con una formula di Heidegger, il suo denken si fa danken, il suo pensare un ringraziare; ma soprattutto nel senso che il suo nuovo pensare e il suo ringraziare non si potranno non incarnare in un agire gratis, come quello del Padre celeste che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi.

Il soggetto che, nel suo agire, si ispira a Dio, per la Bibbia è il soggetto giusto.

Il segreto della felicità

Qui si inscrive, per la bibbia, il segreto della felicità: che fiorisce dalla giustizia e dalla misericordia. Felicità paradossale che non affonda le sue radici nella cura del proprio io ma nella cura dell’altro, non nella propria autorealizzazione e rivendicazione dei propri diritti, ma nella promozione dei bisogni e dei diritti – per ricorrere al linguaggio profetico – dello straniero, del povero, dell’orfano, della vedova e dello stesso nemico!

C’è una massima del Talmud che dice che il mondo si regge su tre pilastri: sulla Parola – la Parola di Dio – sulla giustizia e sulle opere di misericordia. Tre pilastri: la Parola di Dio istituisce la giustizia e la giustizia si esprime nelle opere di misericordia. La giustizia è conformità ad una misura e questa misura, per la bibbia, è l’agire gratuito e misericordioso di Dio, l’agire del Padre celeste. Giusto è ciò e colui che è conforme all’agire di un Dio che, nel Primo Testamento, è il Dio che ascolta il gemito di Israele oppresso e ne asciuga le lacrime e, nel Nuovo Testamento, il Dio che muore su una croce continuando ad amare chi lo rinnega e nega.

In un’altra massima talmudica si legge: «L’uomo che mangia è il più giusto degli uomini». Massima paradossale, perché, se fosse vera, noi che mangiamo più del necessario dovremmo essere più che felici! Cosa vuol dire allora questa massima? Proviamo a spiegarla in questo modo: l’uomo che mangia e che mangiando è consapevole che il pane gli è donato da Dio (dacci oggi il nostro pane quotidiano) e che, se è donato, lo ridona condividendolo e sfamando chi ha fame, è l’uomo più giusto.

E se giusto, anche il più felice. Perché la felicità fiorisce, per la bibbia, dalla giustizia e dalla misericordia.

Carmine Di Sante

teologo e biblista