Disgregazione di una società

Nel momento della perdita delle certezze e dei valori, la regressione al nazionalismo permette di riannodare i fili con la certezza assoluta, promossa a verità…
…Ciò che la stirpe, il nome del padre, che è anche il nome della nazione e l’identità dell’intera comunità, comprese le sue donne, occulta è (il nome della) la madre…

"Nelle epoche della più grande oppressione
si fa generalmente un gran parlare
di grandi e di nobili temi"
B. Brecht

      In periodi di particolare crisi, e tanto più in guerra, una società perde la sua "coerenza epistemologica"; il che vuol dire che lo scarto tra la società e l’immagine di sé aumenta e che il loro legame può anche spezzarsi. Ci sarà allora una rottura della rappresentazione e, implicitamente una sorta di scissione ermeneutica. Più la ferita è grande, e più la società si fonda (o piuttosto, si rifonda) su una menzogna o su un ideale che poco ha a che vedere con la realtà. In tal caso, prima o poi la non-verità verrà a galla e un nuovo paradigma, qualunque esso sia, verrà proposto. Una volta infranta la totalità (razionalizzata, immaginaria, simbolica, ma ugualmente reale), anche la logica interna che tiene insieme una società, e per di più la mantiene legata a un suo proprio modello di percezione e di sapere, crollerà. Nel peggiore degli esiti possibili, la nuova totalità assumerà la forma di un diktat bellico, di una mancanza di scelta. Non sarà la totalità del sogno poetico, dell’infanzia o dell’utopia felice e creatrice, che pure avrebbe potuto derivare. Anche se, nella specificità jugoslava di quest’ultima guerra, poeti, scrittori, professori e intellettuali si sono assunti il compito di "ricostruire" la totalità, prima con le parole e poi con le armi. Perché una società resista e il suo paradigma epistemologico sia funzionale, occorre che ci sia un passaggio e un’osmosi tra basso e alto, ossia che il modello di potere (simbolico e non) e di comando si riproduca e prosperi, ma che possa essere anche limitato, proprio perché la società non sia ridotta a una comunità. La comunità, infatti, fa passare la comunicazione unicamente verso il basso (il comando, appunto), mentre la società è caratterizzata da legami e trasmissioni diversi e molteplici. È necessario che l’individuo si riconosca almeno in parte nel modello dato; ma, perché non ci sia entropia, è ugualmente necessario che circoli la comunicazione orizzontale (tra i diversi gruppi, linguistici o di altra natura). È proprio questo che è scomparso con la disgregazione della società.

 

      La scomparsa della totalità, tipica soprattutto della modernità, che avviene in un improvviso crollo, può essere descritta come una perdita di logica e di un paradigma epistemologico. Sono le due facce della stessa medaglia. La totalità è l’ideale di un intero (l’origine, la fondazione), che si regge sulla solida garanzia di una narrazione. Nella modernità (e, ovviamente, anche nel socialismo), alla totalità tribale, "etnica, "razziale", si sostituisce, nel migliore dei casi, un modello più o meno razionale e astratto, che fa appello all’universale e trascende le differenze. Ma questo caso ideale, sebbene regolarmente teorizzato, in realtà non si realizza mai completamente. Nella sua forma "pura" esso si dà di rado, per non dire mai. In ogni modo, la cosiddetta società socialista, nonostante la sua forte tendenza all’universalismo e alla modernizzazione, resta ancora disseminata di richiami all’origine, alla natura ecc…, poiché si radica ancora in gran parte nelle tradizioni contadine. Il ricorso alla "tradizione", anche quando avviene in un ambiente più o meno moderno, è la negazione della modernità. Tuttavia le reminiscenze tribali o arcaicizzanti avrebbero avuto pochissime possibilità di prendere il sopravvento, se non fosse stato ancora presente il patriarcato premoderno, in grado sempre di adattarsi a ogni modernità, e se non si fosse prodotta una profonda scissione tra realtà e l’ideale politico razionale. I paradigmi nazionalisti hanno trovato la loro possibilità di azione proprio in questa rottura, che faceva si che l’immagine che ci si dava di sé, un sé ideale, fosse del tutto scollata dalla realtà, che la norma non corrispondesse allo stato di fatto e che, quindi, la verità ci apparisse d’un tratto scissa.

      Due ordini di verità. Con due livelli dissociati di sapere e di "realtà": era questa la rottura epistemologica. Ogni sapere ci arriva avendo già in sé la scissione, sulla quale per di più non ci si doveva interrogare. Il famoso divario tra "teoria" e "pratica" era, così, parte integrante della trasmissione stessa delle conoscenze. Nel caso, ad esempio, dell’autogestione si assumeva, per assioma, che essa fosse teoricamente buona, anche se non funzionava. E a questo si dava il nome di dialettica. Non se ne parlava nemmeno di mettere in discussione il modello vigente di razionalità (una razionalità povera e autoreferenziale , ma che si prendeva sul serio). In un’epoca precedente, e ancora più ingenua, o in altri paesi, era la razionalità ufficiale del socialismo scientifico. Si dava quindi per scontato che fosse proprio tale razionalità a dare senso all’esperimento di cui le generazioni del secondo dopoguerra erano state le cavie. Ma tale "mito fondatore" non ha fatto sufficiente "presa" e la legittimazione data dalla Resistenza è andata via via sfumando.

      Oltre la solita separazione tra razionale ("noi") e irrazionale ("gli altri"), la crisi accentua ancor di più l’incomunicabilità dell’esperienza, azzerando la tolleranza. Se l’insufficienza inerente al linguaggio è per noi disperante ma produce della poesia, la guerra rende del tutto incommensurabili il linguaggio dell’interiorità e quello dell’esteriorità. Allontanando da sé ogni idea di irrazionale, separando cioè radicalmente e imprudentemente la ragione dalla sragione, la razionalità ha prodotto un unico paradigma applicabile solo al proprio universo, lasciando così in balìa del principio opposto tutti gli altri universi possibili. Se, in quell’universo, non c’era posto per l’irrazionale, niente però, nella sua logica razionale, poteva impedire la formazione di altri universi derivati da altri paradigmi. La razionalità Una può infatti raffigurarsi come unica solo se prevede, anche del tutto involontariamente, proprio quella molteplicità che essa nega. La sua auto-narrazione (dal momento che anch’essa ne possiede una) lascia per lo più degli spazi esterni e, all’occasione, disponibili al mito di rifondazione storica attraverso il racconto della presunta origine unica e separata (della tribù); ma , teoricamente, quegli spazi sono aperti anche ad altri epiloghi, come in apertura di ogni modernità. Tutto dipenderà allora da altre condizioni. Nel momento della perdita delle certezze e dei valori, la regressione al nazionalismo permette di riannodare i fili con la certezza assoluta, promossa a verità. La (letterale) resurrezione del popolo o della tribù garantisce che nessun soggetto si costituirà nel linguaggio come soggetto politico e permette così di sostituirlo con l’impostura di una coscienza collettiva.

      La totalità è una narrazione, una storia, e non c’è nazione senza narrazione. La nazione aspira a una totalità moderna. Il racconto, quale "biografia della stirpe nazionale", è indispensabile a causa della discontinuità e dell’oblio costitutivo di una nazione in divenire; un oblio che è complementare a una memoria selettiva. Il racconto funge da totalità, rimandando a un’unità spirituale, esistente almeno nello spirito e come spirito; un’unità che cancella e quindi dimentica necessariamente la molteplicità e la diversità che ne sono all’origine. L’oblio costitutivo nasconde l’imperfezione inconfessabile della totalità e la particolare eccezione che ne è all’origine, ossia l’alterità, che vengono compensate dal racconto. Perché si dia, almeno attraverso la narrazione, una continuità della nazione e un’unità senza crepe, è indispensabile che esse non esistano nei fatti, che siano immaginarie. Ciò che la stirpe, il nome del padre, che è anche il nome della nazione e l’identità dell’intera comunità, comprese le sue donne, occulta è (il nome della) la madre. La madre non ne ha. Il passaggio attraverso il linguaggio, attraverso il nome, ne rivela anche la funzione creativa: stabilisce l’ordine, o ne dà conto. Il nome del padre permette la narrazione, rappresenta l’identità della nazione, ne raccoglie gli elementi e cela il possibile recupero del nome della madre, erigendo la sua effigie muta a garanzia dell’identità collettiva. La narrazione, non basandosi su una memoria trasparente, è allora sempre già uno scarto che sostituisce la memoria, nella ricostruzione di una totalità, e, attraverso l’assunto di una memoria precostituita, rappresenta anche una promessa di un avvenire felice. Quando la narrazione non può più affermare una continuità con un’origine (vera o fittizia ha poca importanza per il meccanismo!) o quando inizia a pretendere una diversa origine, la coerenza (epistemo)logica salta. Si tenterà allora disperatamente di rimediare alla sua perdita attraverso altri oblii e nuovi ricordi collettivi. Ogni tentativo di riparazione è, contemporaneamente, la ricerca di un nuovo senso, di una nuova logica e di una nuova giustificazione (e legittimazione); è lo sforzo di costruire un nuovo paradigma.

      Lo iato tra i due livelli di realtà o verità implica due cose: da un lato stabilire una certa distanza dall’origine (o dal testo dell’origine); ma, dall’altro, l’imposizione di un interesse particolare in quanto generale e comune. Il racconto sull’origine costituisce spesso un rapporto soggetto-oggetto, dunque già una certa scissione, che riproduce un ordine gerarchico. Ecco allora la lacerazione nel tessuto sociale o, anche, tra parti del mondo (come , ad esempio, Nord-Sud). Si tratta di un différend , di un dissidio, come lo intende Jean-François Lyotard: il senso dell’uno non ha significato nel linguaggio dell’altro, che è quello dominante. I modelli binari svelano la loro reale assimetria simbolica, producendo quella ineguaglianza che sottende il mondo. All’interno di tale assimetria, l’altro, colui/colei che viene rappresentato, non compare alla prima persona. È pur vero che si parla dell’altro o del terzo , ma ciò dipenderà dal modello di analisi seguito: in una semplice dicotomia soggetto/oggetto, ci sono solo l’altro e il medesimo. Se invece prendiamo in considerazione la fondamentale assimetria della relazione, come fanno gli psicoanalisti o anche alcuni filosofi, ad esempio Jaques Poulain; se consideriamo il fatto che c’è sempre un"terzo istruito" dai due termini, uno spazio comune che rende possibili entrambi, come è in Michel Serres, si può in effetti parlare di un elemento terzo. Il dissidio è una constatazione da parte di un pensiero teorico che dimentica il reale e che ha la sua propria origine in un punto cieco. Enunciando il dissidio, anche nella forma del consenso, si enuncia una proposizione che lo giudica, perché qualsiasi proposizione non può affermare che la sua propria verità.[…]

      L’esperienza dell’altro o del terzo in ogni caso non conta, non viene nemmeno percepita, non corrisponde alla norma. L’autogestione, che assume la scissione tra le due realtà è infatti un meccanismo che si presume ragionevole e razionale, perfetto nella sua astrazione a tal punto che la pratica concreta non vi interviene. È tutta costruita su una divisione tra teoria e prassi che condanna implicitamente la ragion teorica. È data a priori, nel sapere che lo riguarda perché l’esperienza ne "rovina" la teoria. La sua pratica, che dovrebbe essere vissuta come liberatoria, è spesso sentita da tutti come una corvée, salvo da coloro che sono attratti da una possibile partecipazione al potere, anche locale. In altri termini, l’esperienza della vita reale dell’altro/del terzo non compare nella rappresentazione o nel linguaggio, se non come eccezione pratica che conferma- e rovina- la regola teorica. L’altro resta l’impensato, il direttamente impensato (il diretto-impensato): ciò che, appunto, non si lascia pensare nel modo immediato, ma solo indirettamente. La "terza persona" non ha accesso alla parola o, se ce l’ha, non è ascoltata; le due cose si equivalgono. Perché l’unico linguaggio che si propone è spopolato, senza corpo e senza tracce di vita reale, un linguaggio nel quale non c’è l’altro né si sente parlare qualcuno, dato che non c’è relazione. È un linguaggio senza profondità, di pura superficie, che non parla dell’esperienza vissuta né della vita vera, ma dà solo un modello da seguire. Non riconosce né molteplicità né esteriorità, riconosce solo il collettivo che sacrifica l’individuo in nome della totalità. Il socialismo non è l’unica forma, ma solo una delle tante. L’abbandonare la ragione teorica sotto l’assalto della pratica, che non sempre la confermerebbe, rappresenta il fallimento di una certa modernità: ma la rinuncia alla teoria non è una fatalità. Jaques Poulain parla dell’"abbandonare il desiderio di abbandonare", cioè di mantenere l’esercizio del giudizio corresponsabile. Nella modernità, l’universalità può essere agita o imposta in diversi modi, più o meno violenti, ma ha sempre un’origine che è possibile disvelare.

GLOSSARIO:
Epistemologia= studio critico dei fondamenti, della natura, della validità del sapere scientifico.
Ermeneutica= teoria e tecnica dell’interpretazioni dei testi o del linguaggio.
Paradigma= modello.
Osmosi= scambio reciproco
Entropia= tendenza alla degradazione, al livellamento, alla stasi.
Iato= frattura, divisione.
Dicotomia= divisione di in concetto in due parti contrapposte che ne esauriscono il contenuto.


Brano tratto da "Autopsia dei Balcani" di Rada Ivakovic, Raffaello Cortina Editore, 1999