Diversa-mente

Diversità umane e azioni sociali

La diversità come costruzione sociale

Il tema delle diversità e della loro gestione interessa in maniera sempre più significativa l’epoca in cui stiamo vivendo.
Pensare alle diversità umane e a come gestirle significa immaginare il tipo di società che abbiamo in mente.
Se ancora oggi le città sono in larga parte immaginate e costruite sulla base di standard antropometrici di un “uomo adulto in buone condizioni di salute” significa che la strada da percorrere è ancora lunga.
La normalità dell’occidente produttivo riesce ancora a farla da padrona, collocando i bisogni e le possibilità delle diversità in un terreno marginale e residuale.
Uso il termine “immaginare” in modo non casuale, credo infatti sia importante non dimenticarci che la diversità è sostanzialmente una costruzione sociale.
Questo non significa negare l’esistenza di “oggettive differenze” fra gli esseri umani.
Ma il cuore della questione sta tutto nella attribuzione di significato che alle differenze viene attribuito nel gioco delle relazioni sociali di un’epoca.
Gli studi storici sono molto preziosi a questo riguardo perché ci consentono di uscire da una presunzione di esistenza “oggettiva” per accedere alla visione più convincente del suo processo di costruzione (lenta o veloce che sia) “intersoggettivo”.
Un esempio a questo riguardo è il tema delle diversità di età.
La percezione che oggi abbiamo di una specifica e differente identità dei primi anni di vita è in realtà il frutto della costruzione sociale dell’infanzia prodotto dalle società europee dei secoli scorsi.
Questo non significa che non ci fossero oggettivamente “cuccioli d’uomo” bisognosi di cure e di accadimento. Ma l’arco temporale, il significato e i rituali connessi alla interazione con i bambini erano profondamente diversi ma come oggi siamo abituati a pensarli.
Ma se molte società tradizionali o molti paesi del sud del mondo continuano a riproporci una infanzia diversa (sia nel bene che nel male) da quella che osserviamo (in genere poco) nei nostri ambienti siamo contemporaneamente impegnati nel lavoro invisibile di destrutturazione e ricombinazione del significato attribuito ad altre età della vita.
In questo senso l’Italia, nella sua posizione di paese più vecchio del mondo, appare in particolare investita nel lavoro di elaborazione della condizione anziana, cioè di quell’arco dell’età della vita che nel passato era appannaggio esclusivo di una minoranza di fortunati e che oggi si configura come un tempo da ripensare profondamente e sicuramente in modo diverso da come ci è stato storicamente consegnato in eredità.
Ma se la grande conquista dell’allungamento straordinario della speranza di vita in molte parti del mondo ci induce a rivedere il gioco delle diversità lungo l’arco temporale (fra i quali il delicato problema dei rapporti inter-generazionali sempre più densi e articolati) è il tumultuoso processo di globalizzazione in cui siamo inseriti che tende a investire in modo sempre più potente il piano delle identità personali oltrechè dei più noti ed evidenti processi economici.

Identità globalizzate

Da questo punto di vista, come suggerisce il sociologo Zygmund Bauman, la globalizzazione si manifesta e agisce attraverso una serie di fenomeni particolari (e per certi versi nuovi nell’esperienza umana) quali:
– il flusso continuo e incessante del cambiamento (spesso solo sul piano retorico)
– l’eccesso, la ridondanza e l’invadenza delle informazioni (sovente non adeguatamente contestualizzate)
– la compressione dei tempi e la velocità dei processi (su misura delle macchine e della produzione automatizzata e non della biologia umana)
– la richiesta di flessibilità (il più delle volte come processo di adaguamento alle esigenze del sistema, o della “megamacchina” come la chiama in modo efficace l’economista francese Serge Latouche)
– la frammentazione e la ricombinazione sociale (soprattutto sul piano dello sgretolamento delle reti relazionali tradizionali e del tentativo di ricostruzione di nuove forme di socialità)
– la confusione dei confini tra gli ambiti della vita (in particolare negli stili di vita più metropolitani e cosmopoliti).
Come si può immaginare si tratta di processi che possono “impattare” in modi e forme differenti i diversi soggetti sociali e i diversi ambiti organizzativi: il singolo soggetto, la famiglia, le reti di amicizia, l’associazionismo, la scuola, il lavoro, la comunità locale.
Le stesse “percezioni” che i diversi soggetti esprimono nei confronti di questi processi mostrano poli di atteggiamento a volte molto lontani, se non radicalmente contrapposti.
Ho proposto questa riflessione perché penso che oggi il tema delle diversità e del loro modo di agire e interagire socialmente sia meglio compreso se riusciamo a collocarlo in una cornice più ampia.
Una cornice dove il grado di complessità tende a crescere in maniera incessante e rischia esporre le persone ad una situazione di alta incertezza e persistente senso di insicurezza.
È interessante notare come l’incertezza del futuro e insicurezza del presente siano le risposte più frequenti che i cittadini di molti paesi del mondo (al sud e al nord, in contesti poveri o ricchi) danno nelle principali ricerche sulla qualità della vita.
Questo dato mi induce a pensare che è solo a partire dalla consapevolezza di questa “trappola comune” che è possibile riattivare un contatto diverso fra soggetti differenti (e spesso ostili).
Se è infatti indubitabile l’importanza di battersi contro visioni e proposte (politiche, sociali, culturali) che tendono a slittare verso una visione di società escludente e discriminatoria è peraltro ingenuo immaginare di contrapporvi visioni romantiche e rassicuranti di accettazione e dialogo.
La storia ci insegna che il processo di confronto fra le diversità (di genere, di età, di etnia, di fede politica, etc.) è spesso aspro e doloroso. Si tratta non tanto e non solo di una dolore fisico (violenza) o psicologico (sopraffazione,esclusione) ma sovente di un dolore mentale: cambiare la propria visione di sé, dell’altro e della interazione.

Pensare e agire diversamente

Nelle esperienze di lavoro sociale ed educativo che mi trovo a svolgere in molti progetti finalizzati a far dialogare le diversità per costruire nuove e differenti forme di convivenza mi pare di aver intravisto alcune piste promettenti a questo riguardo.
Mi auguro che la messa in comune di queste tracce possa contribuire ad aprire nuovi varchi di pensiero e di azione nei contesti locali dei lettori di Madrugada:
– un approccio curioso: la diversità ha bisogno di essere esplorata prima che capita. La curiosità è in questo caso un atteggiamento filosofico di apertura e ricerca più che uno stile relazionale. Prima di avviare un’azione (di sensibilizzazione, formazione o intervento) è fondamentale una attenta analisi preventiva delle soggettività esistenti e del loro modo di rappresentarsi come diversi (una comunità di immigrati, un gruppo minoritario);
– una conoscenza ravvicinata: troppo spesso le “nostre rappresentazioni” influenzano il modo in cui guardiamo gli altri. In questo senso possiamo dire che “indossiamo occhiali che non sappiamo di avere”. Gli occhiali della nostra cultura, età, genere, identità, classe sociale, professione. È quindi cruciale una conoscenza ravvicinata attraverso il contatto con testimoni significativi in grado di far emergere autorappresentazioni, modalità organizzative, rituali, consuetudini, abitudini, regole;
– un contatto diretto: se il programma su cui stiamo lavorando riguarda diversi gruppi sociali è utile riuscire ad attivare un rapporto diretto con i leaders di questi gruppi. Il contatto con i leaders consente di essere introdotti nel gruppo e di poter attivare in seguito relazioni più dirette e più solide;
– stili relazionali efficaci: le modalità di relazione devono tenere conto delle culture di appartenenza, dei rituali dell’avvicinamento e di relazione, nonché del gioco di rimandi relativi alla stesse caratteristiche culturali e identitarie degli operatori (genere, età, cultura,etc.). Anche in questo caso si tratta di “essere preparati” da una parte ma anche di “usare l’ignoranza” (sapere di non sapere) fonte di apprendimento (facendo domande, dichiarando che non si sa qual è “il modo migliore di”, o l’atteggiamento “più auspicabile per”). La relazione si costruisce facendola e osandola. In questa quota di rischio sta il vero processo interculturale;
– contesti di partecipazione attiva e diretta. Il lavoro con le diversità è spesso un lavoro di empowerment, di sviluppo delle potenzialità. Per questo motivo è necessario dare vita a occasioni in cui le minoranze meno incluse possano partecipare attivamente attraverso la creazione di gruppi o di coalizioni impegnate su problemi da loro portati;
– équipe di lavoro differenziata e autoriflessiva: lavorare con le diversità è una palestra esistenziale e professionale. In questo senso il proprio gruppo (di volontariato, di lavoro, di impegno sociale o politico) è un laboratorio di elaborazione di una nuova cultura. In questo senso l’equipe è tanto rivolta all’esterno (con iniziative e azioni locali) che capace di analizzare e gestire le complesse dinamiche relazionali interne sollecitate dal contatto con mondi diversi;
– migliorare le condizioni di vita sviluppando intercultura: il lavoro con le diversità visto da questo punto di vista mira a migliorare le condizioni di vita dei gruppi a cui è rivolto. È cruciale in tal senso una propensione a ricercare forme di progettazione partecipata e di problem solving collaborativi con modalità che consentano di coniugare l’attivazione concreta di interventi sul campo a favore dei singoli gruppi (di tipo urbanistico, culturale, economico, relazionale, espressivo, e altro) con l’attenzione a sviluppare forme di collaborazione fra le diverse comunità e meccanismi interculturali nella risoluzione dei problemi.

Ennio Ripamonti
psicosociologo e formatore
docente Università Cattolica, Milano
ripamonti@metodi2000.it