Diversità

Diversità e differenza

Che la nozione di diversità sia consueta manifestarsi in contesti discorsivi sull’ordine dei quali tende, almeno da qualche tempo, ad esercitare una funzione, per così dire, di regolazione filosofica e quindi di orientamento complessivo del palinsesto “teorico generale” il concetto di differenza, è circostanza che da sola fornirebbe un buono spunto per avviare una riflessione su ampiezza e limiti delle risorse semantiche e logiche che questa parola può mettere a disposizione dei desideri che ad essa si rivolgono come ad un possibile ancoraggio del loro voler dire in una pratica che ne sostenga le parti nello spazio del dire socialmente e istituzionalmente riconosciuto.
Altrettanto legittimo – e forse non meno utile ad un fine non troppo diverso – è probabilmente prendere le mosse da un connotato che al termine si lega quantomeno per effetto dei suoi ruoli allocutivi o, se si preferisce, delle sue più tipiche prestazioni retoriche.

Diversità e pregiudizio

Si potrebbe abbastanza sicuramente dire che, nella maggioranza dei casi, si impieghi il termine diverso per indicare o un individuo o un particolare comportamento che, per una sua caratteristica, si trovi ad essere respinto o comunque penalizzato in un contesto sociale che dovrebbe invece non discriminarlo. Ovvero la parola sembra votata ad una deprecazione del pregiudizio e postula implicitamente una sua interpretazione critica. Insomma si verifica l’incapacità, di cui si auspica il superamento, di condividere spazi e tempi dell’esperienza con quanti sembrano per loro natura sovvertirne le coordinate più irrinunciabili. In genere questo è il punto di partenza per un’apologia della diversità nonché di una connessa destrutturazione del concetto di normalità e in genere di quanto istituisca gerarchie e filtri di inclusione/esclusione sulla scorta di modelli assunti come naturalmente riusciti e moralmente obbligatori.

Rivendicazione del diverso

Sotto questo aspetto la rivendicazione in positivo della diversità si colloca nell’alveo di quella consumazione dell’efficacia spirituale della metafisica (o, se vogliamo, del suo aspetto più storicamente vistoso ma inevitabilmente meno intrinseco, quello catafatico, positivamente assertivo e quindi anche direttamente o indirettamente normativo) che vede la modernità far emergere come propria cifra autointerpretativa la manifestazione esplicita di un nichilsimo implicato da sempre nelle sue stesse premesse. Diagnosi questa che, come si potrebbe tentare di dimostrare se l’economia del nostro discorso non esigesse altra condotta, nulla toglie alla dignità libertaria, democratica, cosmopolita e antidiscriminatoria di queste oneste retoriche, con le quali chi scrive, ogni qualvolta avverta la necessità di prenderne le distanze, subito prova anche il bisogno di solidarizzare di fronte alle pretese di chiunque agiti caricaturalmente la scimitarra in nome si salvifiche forme di virtuosa (e in realtà quasi sempre barbara e viziosa) intolleranza. Solo, essa potrebbe non oziosamente incarnare la connessione radicale che lega le più divaricate e opposta declinazioni di quanto si sviluppi da ciò che della modernità è la matrice logica, indicando nella tolleranza, nella democrazia, nei diritti, concetti cui va riconosciuto di aver interpretato istanze ricche e vitali ma non sino al punto di oltrepassare il nesso genealogico di queste nozioni con la complexio di potere, sovranità, rappresentanza – rappresentazione. Sopratutto, anche guardando alla fenomenologia proposta dal più ravvicinato presente, consentirebbe forse di cogliere il continuum di violenza impositiva e illimitatezza dell’agire in cui paiono oggi ritrovarsi le società aperte con le loro libertà obbligatorie e le loro democrazie esportabili.
una minaccia della identità
Comunque se ci rivolgiamo al modo in cui viene ad agire l’evento della diversità possiamo costatare come esso non riguardi essenzialmente il nostro rapporto con l’altro quanto piuttosto la nostra relazione con noi. In tal senso la diversità si rende rilevante non tanto per una troppo marcata assenza di isomorfismi, insomma perché il diverso si presenti visibilmente come differente nell’aspetto o nei modi di manifestarsi rispetto alla nostra autorappresentazione, ma perché il suo diverso configurarsi agisce come una pericolosa evidenziazione di una possibile nostra diversità da noi stessi. La nozione freudiana di perturbante (ciò che prima heimlich, cioè domestico, intimo a noi stessi ci si presenta come minacciosamente estraneo, quando i nostri assetti si siano fondati sulla sua rimozione, divenendo così unheimlich, e, in tal senso appunto perturbante) si presta a condensare un versante tra i più attivi di quella di diversità, quello che, per un verso si sviluppa in direzione della filiera diversità-conflitto, mentre dall’altro apre sulla messa in questione della nozione stessa di identità.
Il diverso sembra minacciarci perché dilata un campo di possibilità rispetto a quello nella cui gamma noi abbiamo ridotto le componenti del nostro riconosciuto corredo identitario, come se, per una inquietante interferenza, all’organizzazione di quanto avvertiamo come la nostra forma se ne stia sostituendo in tutto o in parte un’altra. Ciò che accade, ed è il caso di molte situazione di relazioni interculturali vissute come frizione o addirittura scontro, quando intuizioni e pratiche diverse del tempo e dello spazio, diverse valorizzazioni del corpo e del linguaggio, si trovano a condividere e quindi a contendersi gli stessi luoghi e le stesse congiunture.

All’origine dei conflitti:
una rigida identità

I conflitti etnici o religiosi non sono immaginabili senza l’ipostatizzzazione di una identità rigida, nella quale si congelano e si compongono stereotipicamente elementi di un metabolismo culturale rescissi dalla loro dinamica vitale, assunta come filtro regolatore unico del rapporto tra una comunità e la rete di relazioni che ne consentono, con l’interazione con altri contesti, la vita stessa. Oppure si pensi a quanto siamo soliti definire razzismo, che difficilmente prende consistenza là dove non sussista la necessità degli oppressori di strutturare una percezione della diversità intrinseca degli oppressi che possa conciliarsi con una positiva visione del proprio ordine.
Sotto questo profilo il discorso sulla diversità può mutuare alcune considerazioni che formano parte integrante di quello che concerne la nozione di altro – alterità: l’identità si costituisce da sempre insediandosi nell’altro, facendo dell’altro il proprio altro, trasformando l’altro in visione distanziante che struttura la superiorità ordinante dell’io, ovvero lavorando al toglimento della possibilità del perturbante. Se ripercorriamo un rituale per eccellenza fondativo della modernità, come quello rappresentato dalla rappresentazione hobbesiana del contratto sociale, dove è inscritta la matrice concettuale delle nozioni di individuo come di soggetto collettivo, vi scorgiamo operare l’imperiosa necessità di far coincidere ordine e neutralizzazione, di subordinare l’esistente al rappresentato, di riportare l’alterità ai termini di una dialettica tutta interna al dispiegarsi della rappresentazione e di cifrare un altro più radicalmente diverso nell’incubo pedagogico dello stato di natura.

Il turbamento di sentirci più cose

Forse l’esaurimento, di cui siamo ai nostri giorni testimoni, della forza formatrice dell’insieme di categorie, di cui il discorso stesso che andiamo facendo costituisce per gran parte un tipico effetto, che hanno sino ad oggi strutturato le essenziali prestazioni delle istituzioni e dei saperi ad esse costituzionalmente (nel senso ampio della costituzione come Verfassung) connessi apre, in una gamma di situazioni che va dal politico per eccellenza sino al singolare più sotto traccia, ad una dimensione della nostra vicenda nella quale – né catastrofe delle catastrofi, né idillio del mondo liberato – il nostro sentirci-saperci avrà modi che non possiamo che preavvertire che come perturbantemente diversi.
La presente tematica costituita della diversità che chiede riconoscimento e omologazione in una estrema enfasi del principio per eccellenza costituzionale della cittadinanza rappresenta forse un importante sintomo anticipatore di qualcosa che possiamo in parte concepire quando appunto ci rivolgiamo all’evidenza così per noi difficile da articolare del nostro essere più cose, del nostro avere più identità e soprattutto, del nostro essere singoli.

Adone Brandalise
docente all’Università di Padova