Don Arturo Paoli: dalle favelas alla marcia della pace negata

Articolo pubblicato ne L’unità del 31 dicembre 2005, racconta la vita di don Arturo Paoli che da quasi un secolo vive nelle baracche dei senza niente.
La Marcia della Pace attraverserà Trento l’ultima sera dell’anno 2005.

Mancherà la voce di un testimone straordinario: da quasi un secolo vive nelle baracche dei senza niente. La commissione incaricata di scegliere i protagonisti-simbolo della buona volontà dei credenti, aveva affidato ad Arturo Paoli l’impegno di scuotere il torpore dei sazi e degli obesi per ricordare che 3 miliardi di persone vivono sotto il filo rosso della fame. Paoli ha speso la vita ad allargare la parola pace spogliandola dalle ambiguità che fioriscono nelle bocche dei signori in doppiopetto: eserciti di pace, conferenze di pace, promesse di pace. Bla, bla, bla.
Ma la dignità di coloro ai quali è impedito scegliere la pace non viene mai considerata. Numeri in fila, non esseri umani. Bartolomeo Sorge ricorda la frase di Paolo VI. La gente non crede più alle parole. All’origine della grande crisi è la non credibilità delle promesse. La gente vuole ascoltare solo testimoni perché chi non parla con la propria vita, parla a vuoto.

Il comitato di Trento, con l’assistenza del vescovo Bressan, aveva scelto due protagonisti che dovevano aprire la marcia dei volonterosi: la testimonianza di Paoli e Antonio Papisca, professore all’università di Padova le cui analisi scavano i problemi sociali. Dibattito guidato da Francesco Comina autore di un libro intervista a Paoli, Qui la meta è partire, aperto dalla prefazione di Ettore Masina. Ma il programma è cambiato. A Roma hanno deciso diversamente. La scelta di Paoli e Papisca diventa il < malcelato desiderio di strumentalizzare la marcia per fini ideologici >. Pax Christi, Caritas. focolarini, scouts, insomma la galassia dei movimenti cattolici che nascondeva < i malcelati desideri >, ha chiesto spiegazioni. Eccole: Paoli e Papisca non sono trentini, quindi fuori posto. La testimonianza di chi li sostituisce resta generosa e appassionata, ma l’aver eliminato la voce sconvolgente di un teologo che da mezzo secolo vive sulla pelle il dolore degli altri, fa capire con quali cautele la curia di Roma affronta i problemi dell’ingiustizia e della sofferenza. Paoli non può intervenire come terza voce perché nato a Lucca e non a Trento. Impossibile evitare il sospetto di una diversità nascosta dietro paraventi comunardi cari a un certo tipo di padani. Il vecchio teologo era tornato in Italia: una brutta caduta. Finita la convalescenza, ancora po’ zoppo ma cammina. E con l’ottimismo di un ragazzo è ripartito per il Brasile. Rientrerà in tempo per un’altra manifestazione: il 6 gennaio, a Perugia, in un convegno sulla spiritualità, risponderà sui temi del libro.

Prima di montare nell’aereo che lo riportava alla sua favela, chiacchieriamo nella campagna di Reggio Emilia. Pomeriggio di una domenica nebbia e pioggia, stanzone della cascina che raccoglie tante famiglie: 27 persone attorno al tavolo della cena. Chi passa, si ferma. Una voce dalla cucina: "Quanti piatti devo aggiungere ?". Non chiede i nomi. Vite diverse: infermiere, impiegati, operai, contadini, i loro figli, il loro parroco. Sbarcano il lunario con un agriturismo (La Collina di Codemondo) che non somiglia a nessun altro di questi posti. Fin dal primo giorno una stanza è aperta per accogliere chi non sa dove dormire. Hanno chiamato Paoli per esercizi di una meditazione che sembra fuori tempo con gli ipermercati che spuntano di là dai campi. E fuori cornice per la semplicità che trascura l’attenzione alle forme. Le donne fanno domande mescolando la pentola.

Conoscevo Paoli da lontano. I suoi libri hanno accompagnato tante generazioni; radio Tre di Uomini e Profeti e le riflessioni di Rocca, rivista della Cittadella di Assisi. Quanti anni avrà? Lo ascolto con la meraviglia di chi continua a dubitare inquietato dalla lucidità di una prosa vigorosa nella quale i dubbi non vengono accolti. Luminoso, occhi allegri, capelli bianchi come il Chaplin della vecchiaia: parla a bassa voce, ma la voce rimbomba appena il ricordo umilia la vita degli altri. Batte l’indice sul tavolo per far capire che non ci sta. Sicuro di avere 93 anni? Allora sorride: "Continuo a contarli".
Scrive Masina: "Era bambino quando in Messico e a San Pietroburgo sventolavano le prime bandiere delle rivoluzioni popolari". Impara a leggere sillabando le lapidi nelle quali l’Italia incideva i nomi di chi si era svenato nel macello della prima guerra mondiale. Non lontano dalla sua Lucca i fascisti bastonano a morte Amendola, ed entra al ginnasio mentre Mussolini scioglie l’aula grigia del parlamento. Si laurea a Pisa, tesi su Carducci: la vocazione arriva appena dopo. A 34 anni rischia la vita per salvare un ebreo tedesco, Zvi Yacov Gerstel, oggi famoso per gli studi sul Talmud. Per Israele Arturo Paoli diventa un "giusto tra le nazioni". C’é un albero col suo nome nei giardini del ricordo. La Resistenza continua: discrezione e coraggio di un prete. Finita la guerra diventa vice assistente nazionale della gioventù cattolica, ma nel 1952 comincia una seconda vita, lunga strada verso le favelas di mezzo mondo. E’ un mescolamento che arriva ai nostri giorni "segnati dalla debolezza della politica… Incapacità di guidare e trasformare la storia, per inseguire un sondaggio", amarezza di Vincenzo Paglia, ispiratore della Comunità di Sant’Egidio, vescovo di Terni. Nel 1952 Luigi Gedda inventa comitati civici per organizzare i credenti in una specie di macchina da guerra impegnata a distruggere le sinistre senza Dio. Papa Pacelli e la Confidustria benedicono l’’operazione elettorale alla quale si sentono estranei giovani e i non giovani che attribuiscono alla fede una speranza diversa. Non ci sta Carlo Carretto, dirigeva l’Azione Cattolica. Non ci stano Giorgio La Pira, Giuseppe Rossetti, Davide Turoldo, Camillo Del Piaz. Anche Paoli non è d’accordo. Il Montini monsignore in Vaticano nasconde il rifiuto in un silenzio che fa rumore. E senza far rumore i dissidenti vengono dispersi. Arturo Paoli deve lasciare la dirigenza nazionale: lo promuovono cappellano delle navi che portano gli emigranti in America Latina. Via dai giornali cattolici aperti all’entusiasmo dei giovani. Fra loro ragazzi che non hanno smesso di scrivere: "Anni fa ho ritrovato Umberto Eco…Leggevamo soprattutto Maritaine; incontravo De Gasperi e Guido Gonella".

All’improvviso finisce. Carretto si rifugia nella congregazione dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucault, uno dei tre beati proclamati da papa Ratzinger appena eletto. I segni della storia continuano ad intrecciarsi. Mentre Carretto sceglie il silenzio del deserto, anni e anni nel Sahara, Paoli va e viene sulla nave che Evita Peron ha messo a disposizione per trasportare italiani, spagnoli e portoghesi rimasti senza niente fra le rovine della guerra. Sogno americano nell’Argentina opulenta. A bordo della Corrientes don Arturo Paoli incontra Jean Saphores, piccolo fratello della comunità di Lima. Sta per morire; lo assiste fino all’ultimo respiro. E decide di continuarne la vocazione. Il noviziato dei piccoli fratelli annuncia quale vita li aspetta: devono lavorare fra la gente. Testimoniare la fede senza una parola. Solo l’esempio. Il noviziato lo impegna come facchino nel porto di El Ablodh, attorno al deserto algerino. "Era il 1954, 42 anni. I ragazzi mussulmani con i quali scaricavo le navi avevano un rispetto profondo per il ‘marabut’, la persona religiosa. Prima di cominciare il lavoro mi baciavano la fronte perché a un religioso si bacia la fronte. Non importa se il mio Dio aveva un nome diverso. C’era la guerra. Dalla finestra ho visto legionari francesi schiacciare coi piedi la testa di una persona quasi fosse un topo, un gatto.Hanno continuato finché é morto". Raggiunge Carretto nel deserto. Esercizio di meditazione e di silenzio lungo seicento chilometri. Camminano per settimane in coda a carovane e cammelli. "E’ stata l’avventura spirituale più bella della mia vita. Ho imparato dai beduini a confidare in Dio senza dubitare. Attraversare il deserto è un modo per affidarsi a lui; lui che decide della nostra vita. Anche un’esperienza umana affascinante: i venti portavano i semi dall’Olanda e fiorivano i tulipani. Si trovavano pesci sotto la sabbia. Vivevamo di niente, ecco la prova. Dovevamo imparare a sopportare la povertà".

Non è un’intervista, solo un colloquio nel quale prevale la sua voce. Nel ’57 viene mandato a Bindua, Sardegna delle miniere: deve fondare una nuova comunità e scavare in galleria. Un pastore che si sporca le mani umiliando nel lavoro la dignità sacerdotale, non è ben visto dalla burocrazia vaticana di quegli anni. Lo spostano in Argentina, Fortin Olmos, fra i boscaioli alle dipendenze di una multinazionale inglese. E quando gli inglesi se ne vanno, Paoli organizza una cooperativa per permettere ai disoccupati di sopravvivere. Intanto diventa superiore dei Piccoli Fratelli per l’America Latina e si trasferisce a Buenos Aires. Delinea una teologia comprometida, impegnata nel sociale, anticipo della teologia della liberazione. "Non è proprio così…", scuote la testa. Incontra il vescovo Enrique Angeletti, una delle poche voci critiche della Chiesa negli anni tragici della dittatura militare. Va nel Cile di Allende e nel settembre 1973 i miliatari del golpe distribuiscono l’elenco degli stranieri pericolosi "da eliminare in qualsiasi circostanza". Arturo Paoli è il secondo della lista. Si salva perché la morte di Allende lo trova in Venezuela: non solo prediche e conferenze, continua a lavorare con le mani. Nuova meta, il Brasile del 1983: la piaga della prostituzione lo commuove. Deve fare qualcosa e le sue giornate si allungano nelle notti. L’ultimo passo lo porta A Foz do Iguaçu, quartiere di Boa Esperança, a due passi dalle cascate: miseria e degrado sociale angosciano un uomo pur vissuto sempre nella povertà. E’ stato il vescovo a chiedere aiuto, ma l’esempio non basta. Nasce l’Associazione Fraternità ed Alleanza. Era il 1987. Abita ancora lì. A poco a poco le baracche di cartoni e lamiere diventano qualcosa che richiama la normalità delle case: muri e tetti. Ma l’infelicità non è solo assenza di cose normali, accompagna il vuoto della folla disorientata dalla non speranza. Sono passati vent’anni e qualcosa comincia a cambiare.

"Il soffocamento della Teologia della Liberazione crea qualche problema…". "Soffocamento non direi. La teologia della liberazione è molto viva sotto la cenere. Sono amico di Gustavo Guetrierrez, il teologo domenicano che ne ha elaborato il messaggio. Nel primo scritto in cui annunciava le novità di una teologia da far crescere in mezzo alla gente, cita un mio libro pubblicato nel ‘68 dalla Morcelliana di Roma: ‘Dialogo della liberazione’. Non essendo un teologo sistematico – non mi piace e non vorrei neanche esserlo, per la verità – cercavo la liberazione nel misticismo. Cristo come liberatore. Come dice Levinas (grande filosofo del quale legge e rilegge gli insegnamenti, anche lui povero, profugo e straniero), siamo passati da un indirizzo teoretico ad un indirizzo piuttosto etico mentre la teologia occidentale viene pensata in una inculturazione greca che è al di là della visione delle cose fisiche. Ecco la svolta: studiare l’essere umano nella contingenza, nel mondo visibile. Nel mondo, insomma. L’impianto della teologia greca non ha ormai senso".

E la Chiesa ? "E’ stato il Concilio a richiamare i credenti non solo per parlare di Dio ma per camminare con gli uomini affermando il diritto ad una vita piena. Esaminarci misurando giustizia ed ingiustizia. Il Vangelo ha raccomandato l’annuncio attraverso le persone, non attraverso alle sole parole. E’ la persona che parla. La parola è un rimedio; un’emergenza. Se la mia vita non testimonia, non posso parlare".

Parla e l’ascolto oltre la sera. Racconta dei natali nella favela. "…la novena, la messa e un grande pranzo che dura fino all’alba nell’aria tiepida dell’estate australe. Ma la notte di Natale voglio raccogliere i miei pensieri. E sfuggo gli inviti. L’ultima volta ho inventato di aspettare una signora, la signora Castel Branco, grande famiglia di un ex presidente. Dovevo cenare da solo, con lei. Ho allontanato chi accudisce la mia stanza. ‘Vai pure alle festa degli altri, noi dobbiamo parlare a lungo. Prepara per due…’. Sono rimasto con l’ invitato invisibile seduto dall’altra parte del tavolo. Ho acceso le candele, gli ho offerto il vino pensando e pregando. Il più bel Natale della mia vita".

Quando Arturo Paoli ha preso l’aereo per il Brasile, ho immaginato quale notte di Natale lo stava aspettando.