Donne al limite: il grido silenzioso del femminile.

Un percorso tra le donne del’900, figure femminili che all’odio hanno sempre resistito proponendo il volto dell’amore e della tenerezza. Le donne, di cui proverò a raccontarvi stamattina, sono donne che “hanno sempre camminato sui confini”. Sono sempre state al limite: in certi momenti l’hanno superato ma hanno riconosciuto se stesse in una condizione di limite.

Negli anni ’70 una giornalista chiese a María Zambrano (altra straordinaria filosofa spagnola che visse in esilio più di 45 anni, lontana dalla Spagna) : “Lei come si può definire? Se dovesse definirsi lei è una filosofa, è una straordinaria pensatrice?” Zambrano – allora aveva credo 77 anni – risponde e ribadisce questo concetto: “Sono sempre stata una donna al limite, ho sempre vissuto in una condizione al limite, liminale, una condizione di erranza”. E qui, progressivamente entriamo in questi concetti anche affascinanti ai quali ho fatto cenno poc’anzi e nell’elaborazione proprio dei concetti di nomadismo e erranza mi sono avvalsa di un libro che, negli ultimi mesi, mi ha seguito nel mio percorso di riflessione. C’è un passaggio nel libro che Antonia Tronti ha scritto e che vi voglio citare: “Rimanendo, lasciati trasformare”; ebbene, questo passaggio ci illumina sul concetto di erranza e di stabilità, che paradossalmente sembrano due concetti contrapposti, che invece sono presenti in queste figure. Sono figure erranti ma figure che, in qualche modo, restano anche nella stabilità di cui ci parlava Antonia. L’esperienza del pellegrino, dell’itinerante, del viandante che si pone per via, lo spostamento continuo, il rifiuto della stabilità, la condizione di erranza come condizione esistenziale, consapevolmente e pienamente assunta su di sé; non un vagabondaggio insensato: il pellegrino porta con sé, nel suo continuo andare, la sua fedeltà, camminando rimane e rimanendo cammina.

Le donne di cui vi parlo sono donne che camminando aprono strade e sentieri.

“Viandante; il sentiero non è altro che le orme dei suoi passi. Viandante non c’è sentiero, il sentiero si apre camminando”. Questa è una frase di Antonio Machado, un grande poeta spagnolo; proprio in questi giorni, provando a fare una scaletta per la relazione, ho ritrovato questa frase. Machado è quel poeta spagnolo che combatte contro il franchismo, che si accompagnerà sotto braccio a María Zambrano, alla madre ed alla sorella, che sceglieranno di lasciare la Spagna nel 1938 alla volta dell’esilio che, per tanti anni, li accompagnerà. C’è un’automobile che li porta nel loro viaggio ma, quando stanno per arrivare alla frontiera, Machado, anziano e ammalato, chiede a María Zambrano di fargliela attraversare a piedi. Tale episodio l’ho letto con un forte significato simbolico, cioè il voler attraversare, lasciare la terra amata a piedi, mi è sembrato significativo e denso di significato. Credo che questa sia una delle grandi intuizioni di Macondo: il viandante che attraversa, che apre sentieri che sono non sempre grandi strade ma che sono piccoli sentieri, come quelli che qualcuno di voi, ha percorso in montagna. Sentieri che poi aprono piccole strade, viottoli, che ci portano, spesso, nella vita, a seguire quelle che Erri De Luca chiama “derive, digressioni”. Proprio De Luca, che credo sia un amico di Macondo ci ha un po’ svelato nei suoi libri il concetto di digressione. Il senso della vita non sta tanto e non sta solo nella strada che noi percorriamo, ma sta proprio in quelle derive, in quei viottoli e sentieri che a volte sono pietrosi, che ci insanguinano anche i piedi; spesso i nostri piedi sono sanguinanti, perché queste vie laterali ci portano a compiere un percorso di conoscenza del sé, di consapevolezza, che talvolta è un percorso doloroso.

Roland Barthes, straordinario filosofo, scrittore, un intellettuale eclettico che aveva una parte femminile dentro di sé molto potente e forte, in un bel libretto che s’intitola ‘La camera chiara’ (sono degli appunti, note sulla fotografia), per guardare la fotografia coniuga questi due concetti mutuati dal latino, il punctum e lo studium. Per guardare una fotografia Barthes afferma che ognuno di noi dovrebbe, in qualche modo, liberarsi da tutte le conoscenze, da tutte le zavorre, da tutti gli zaini pesanti e guardare una fotografia attraverso il punctum – che è proprio quello che mi punge e mi ferisce di un’immagine, proprio come una spina, che lui pone in contrapposizione allo studium che è l’atteggiamento successivo, quello della conoscenza. Nel lavorare su Roland Barthes ho osservato che utilizza spesso la categoria del punctum, cioè “guardare alla realtà e individuare ciò che mi ferisce, che mi colpisce, che non necessariamente è solo fonte di sofferenza”. Dobbiamo liberarci di questo e guardare ciò che ci colpisce, ci punge come una piccola puntura di insetto. Se provassimo a guardare la realtà, liberandoci dalle sovrastrutture, dai luoghi comuni, forse riusciremmo a trovare anche il vero senso delle cose.

Man mano che nel corso degli anni ho proceduto in questo percorso di conoscenza della storia del ‘900, ho riconosciuto che era fondamentale raccontare, narrare, trasmettere, queste parole che progressivamente aggiungiamo ad altre. Narrare per far circolare conoscenza, ma anche quello che colpisce, ciò che ghermisce, ciò che ferisce.

Le donne, queste figure di cui provo a parlarvi sono donne che hanno una rappresentazione ambivalente. Sono donne nomadi, donne che varcano confini, che vivono al limite, sono donne che hanno, paradossalmente, radici molto ancorate; sono donne anche di terra che amano e che si sentano fortemente legate alla terra.

Le donne che ho studiato sono donne che hanno “praticato” ed usare questa parola, in questo periodo, è molto forte, ma dobbiamo ritornare al senso originario delle parole.

Qualcuno dice che le parole sono pietre e io credo che spesso le parole sono in grado di ferire oltre che le azioni; quindi dovremmo ritornare a dare senso e valore alle parole nel loro senso originario. Quando vi dico che “queste donne hanno praticato l’amore rifiutando l’odio”, dobbiamo dare il senso e il peso giusto di queste parole. Queste donne hanno praticato l’amore: pensate come è difficile tutto questo di fronte a quanto hanno vissuto queste donne. Hanno rifiutato l’odio come categoria esistenziale, come malattia. Hanno fatto un lavoro grandissimo su se stesse. E’ difficile rifiutare l’odio in un momento in cui la vita è attraversata fortemente dall’odio, dalla violenza e dalla morte. E’ difficile praticare l’amore anche nei confronti del proprio nemico.

Fra il pubblico so che ci sono psicologi, psichiatri, ci sono persone che lavorano sul “sé” e anche sul lato più oscuro del “sè”, credo che sia una delle lezioni più difficili da praticare. Certamente non sono solo donne che hanno praticato questa scelta di vita. Vorrei invitarvi a leggere un libro di Ernst Bernhard, uno psicoanalista ebreo, allievo di Jung. Trasferitosi alla fine degli anni ’20 in Italia, dopo il 1938, venne internato nel campo di interamento di Ferramonti a Tarsia, in Calabria (tra l’altro questo è l’unico campo esistente al sud in cui vengono internati gli ebrei). Vivrà in questo campo di internamento e di lavoro per oltre due anni. Ebbene decide di portare nel suo zaino poche cose: un quaderno per scrivere degli appunti, i Ching e l’Antico Testamento. Sono esattamente le stesse cose che un’altra figura, in questo caso femminile, che non conosce Bernhard ma conosce la scuola junghiana e conosce le suggestioni di Jung, ma vive in un’altra parte d’Europa, a Amsterdam, nel 1942, mi riferisco a Etty Hillesum, che porterà nel suo zaino, alla volta del campo di transito di Westerbork; questa donna porterà le stesse cose: un quaderno, una matita, l’Antico Testamento e i Ching. Qualcuno di voi credo che sappia cosa sono; li uso ormai da molti anni, anche come strumento di conoscenza ma anche come strumento oracolare, forse è una suggestione. E’ un testo antichissimo di cultura cinese; un testo profetico, sapienzale, oracolare che nel gioco delle monete che sembra, paradossalmente casuale ci permette, attraverso una serie di riferimenti simbolici, di contribuire a capire la condizione che noi stiamo vivendo in questo periodo.

Devo dire che l’attrazione per la cultura orientale e soprattutto per i libri oracolari attraversò molte figure del ‘900. Lo stesso Jung fu molto attratto e, nel secondo dopoguerra, scrisse un’interessantissima introduzione ai Ching; tuttora c’è una versione con una sua introduzione del 1954, in cui lui spiega che cos’è e poi dice, alla fine, questa frase: “Prendetelo come volete, questo libro, però è un libro di grande sapienza e conoscenza”. Lui stesso si avvicinò alla tradizione orientale, alla tradizione buddista, attraverso la lettura e la conoscenza di testi.

Ritorniamo a Bernhard; come ho già detto egli porta con sé, nel suo zaino queste tre cose e nel quaderno di appunti segna, puntualmente – è uno psicanalista, certamente, quindi questa suo approccio per lui è fondamentale – e quotidianamente i sogni che fa. Nei primi mesi fa un sogno ricorrente e, paradossalmente, è un sogno che fa in maniera ricorrente anche Hillesum; sognano i loro nemici, sognano le SS. Nel raccontare il sogno entrambi lo commentano e provano a spiegarlo. Bernhard ad un certo punto si ricorda del suo quaderno di appunti (questi sogni vengono ripresi in un bel libro che si chiama Mitobiografia), e lo utilizza; riporta una frase in cui dice che il lavoro più grosso che lui ha dovuto fare è stato quello di amare il proprio nemico di un amore che è indipendentemente da dove va, che è indipendente dal ritorno. Amo indipendentemente da quello che l’altro, prova per me, che in quel momento è esattamente l’opposto, che è l’odio. Il tentativo di amare l’altro, finanche il proprio nemico. Se qualcuno di voi ha letto il diario di Etty, troverà alcuni passaggi in cui lei segnala i suoi sogni e ce n’è uno molto interessante: il sogno delle due SS che lei incontra sul tram a Amsterdam ed alle quali lei rivolge la parola con un tono e con gesti d’amore.

Questo concetto Etty lo riprenderà qualche tempo dopo quando scriverà alcune riflessioni nel campo di Westerbork. “Questo amore per il prossimo, finanche per il nemico è un ardore elementare che alimenta la vita. Maria cara – sta scrivendo una lettera a una delle sue amiche più care – qui d’amore non ce n’è molto, eppure mi sento indicibilmente ricca e questo non saprei spiegarlo a nessuno”.

Etty è cosciente di questo salto radicale, non esiste nessun nesso casuale fra il comportamento delle persone e il sentimento che si prova per esse, che credo sia un passaggio straordinario. Amo l’altro indipendentemente dal fatto che l’altro mi ami oppure no.

Questo è nella relazione che si crea in queste persone, anche nel nemico, ma se noi lo riportassimo alle nostre esistenze forse tante volte qualcuno di noi ha amato l’altro, indipendentemente; amo questa persona ma non vuol dire necessariamente che questa persona ci ricambi, eppure il sentimento che proviamo per questa persona è così potente da riempirci la vita.

Un’altra donna straordinaria che ho incontrato in questi anni è Sylvie Germain; è una filosofa di formazione, è stata in Italia nostra ospite e si è anche avvicinata a queste figure, soprattutto alla figura di Etty Hillesum, e ha provato a coniugare parole nuove per raccontare queste storie. Una delle parole che mi sembrano più pregnanti è proprio biorisonanza. Invece di utilizzare solo la categoria della biografia, la biografia è la scrittura di una vita, il racconto di una vita, ha usato il termine biorisonanza, che è qualcosa di più; è la risonanza che una vita ha in noi. Nell’incontrare queste figure, dice questa filosofa e scrittrice, è come se queste figure entrassero in noi e costituissero una sorta di diapason per le nostre orecchie. E’ come se le loro vite entrassero in noi e si amplificassero attraverso la nostra sensibilità e il nostro sentire.

Sono stata chiamata a maggio in Germania per fare un corso su un tema sul quale, probabilmente, i tedeschi non hanno molto riflettuto, cioè il tema: “L’Europa e l’amore”.

C’è un grande progetto europeo di cui anch’io faccio, modestamente, parte, è un progetto sulla ricostruzione della storia del ‘900, attraverso quello che i francesi chiamano ” i legami pericolosi”, attraverso quello che gli inglesi, gli anglosassoni chiamano “languages of love”, attraverso varie forme, vari racconti e vari modi di studiare il ‘900. Sono stata chiamata a raccontare di queste donne, ma l’utilizzo di queste categorie di cui stiamo parlando adesso, che hanno messo in discussione anche le categorie più tradizionali dell’analisi storiografica, ha creato disagio. Ho visto storici che ascoltavano, altri che hanno sostenuto che con l’approccio che avevo ero fuori dallo statuto degli storici. Il professor Barcellona è considerato fuori dallo statuto della filosofia; a quel punto potevo occuparmi di storia delle religioni, di letteratura, potevo scrivere un romanzo, ma queste donne di cui parlavo, il modo in cui raccontavo di queste donne, era fuori dallo statuto della storia. Tutto questo perché l’empatia, i sentimenti e le emozioni che attraversavano questo racconto, queste figure non è stato capito. Come sapete, ad un certo punto Etty nel suo diario afferma, a 24 anni, questo concetto che per me è fondamentale: “Voglio essere il cuore pensante di questa baracca”. Che cosa significa “essere il cuore pensante?” Significa superare lo scontro e la rappresentazione dualistica della donna come sentimento, come passione, come intuito che noi riconosciamo e di cui noi ringraziamo gli uomini che ce lo attribuiscono, ma non vogliamo essere solo intuizione, passione, sentimento, vogliamo “coniugare” i due aspetti.

Riconosciamo il femminile in noi, riconosciamo queste straordinarie doti che noi donne abbiamo, ma non solo perché siamo in grado di generare vita; non è solo la maternità l’elemento importante: ci sono state delle donne che hanno creato, generato, che hanno costruito un pensiero puro, limpido, luminoso al femminile, ma noi vogliamo coniugare anche il pensiero. Credo che sia la più grande scommessa a cui noi donne, in qualche modo siamo chiamate: utilizzare il cuore, riconoscendo che questa è una forza e non una debolezza; il cuore per pensare, rappresentare il mondo, per riconoscerci nel mondo e per costruire progressivamente un percorso di consapevolezza e di conoscenza del sé. Quindi pensate al valore forte che aveva questa frase detta e scritta nel 1943, peraltro in un campo di concentramento: “Cuore pensante”. E’, in parte, quello che fa Etty Hillesum io credo che quando Stein elabora, rappresenta e scrive sul concetto di empatia che è un’attitudine che la donna prima di tutto ma anche l’intellettuale e il mistico possiedono, sia proprio, in parte quello che Etty sostiene in un modo molto più semplice. E’ una giovane donna, non è una filosofa; vorrebbe, dopo la guerra, scrivere un romanzo, diventare una scrittrice ma non le sarà dato perché morirà prima: è come se lei fosse una grande spugna che raccoglie il sentire, che attraversa la sua epoca. Una figura che ha incontrato altre figure fondamentali.

Qui, per inciso, spezzo una lancia ma rompo anche uno stereotipo diffuso: molti libri che ci hanno parlato della Hillesum ci hanno raccontato di una donna che diventa donna e scrive quello che scrive perché si è innamorata di un uomo, perché ha incontrato nel suo breve percorso di vita un uomo straordinario come Julius Spier. Certamente è stata influenzata da questo psicoanalista – chirologo, (qualcuno di voi saprà che cos’è la psicochirologia, è una disciplina che una parte della psicoanalisi junghiana utilizzò negli anni ’30, che era quella di leggere attraverso i tratti della mano le caratteristiche fondamentali di un individuo). Etty era malata; aveva dei fortissimi disagi quando incontra Spier. Ne diventerà presto segretaria, discepola e amante e su quella storia molti costruiscono, diciamo, la straordinaria forza del pensiero.

Credo che l’incontro con un uomo, con un grande amore, possa cambiare, possa influenzare, le persone; ma non è solo l’incontro, anche perché credo che nell’incontro e nella relazione anche l’altro abbia appreso, imparato da questa giovane donna, molto di più, forse, di quanto egli stesso abbia riconosciuto. Ecco il concetto di empatia di cui parla Stein, che è quello del dare prima di tutto nella relazione con l’altro, l’importanza al sentire empatico.

C’è una frase che la Stein, a un certo punto, scrive per spiegare che cos’è l’empatia, che mi ha molto colpita. Venne a sapere della morte di una persona cara da un amico e prova a spiegare agli altri che cosa significa empatia. Dice: “Allora, quale atteggiamento potevo avere di fronte alla morte? Potevo dire, potevo cercare di spiegare oppure potevo lasciarmi andare a sentire il battito”. C’è una relazione con l’altro che passa attraverso, prima di tutto al sentire, che è un sentimento che nell’ambito dello statuto degli storici non sempre è riconosciuto. Quando la generazione, la mia, è arrivata a occuparsi di storia sociale, di storia orale (che, per farla breve, possiamo definire “la storia raccontata attraverso il racconto degli altri”), molti di noi hanno teorizzato che nella relazione con l’altro – che noi intervistavamo e di cui noi andavamo a raccontare la storia di vita – riconoscevamo che la relazione con l’altro era un passaggio fondamentale per comprendere e per entrare in relazione. Questo lo credo fermamente; credo che sia un elemento di forza; anzi, credo che nessun storico possa raccontare non solo la storia del ‘900 ma la storia del Medioevo, la storia delle persecuzioni, senza entrare in una sorta di relazione empatica. Perché? Perché faremo altro. Lo storico deve – io credo – e può costruire, narrare, raccontare la storia anche attraverso la sua soggettività. C’è un uomo e una donna che racconta, che scrive, che raccoglie, e la soggettività dello storico non può essere negata. E’ chiaro che quando la soggettività prevale, come quando prevale nella relazione con l’altro – pensiamo alle relazioni che si instaurano nel rapporto psicoanalitico – prevale e supera, forse dobbiamo stare attenti. L’anno scorso, in un altro incontro di Macondo, avevo accennato un’altra figura che è stata poco studiata nel ‘900 e di cui noi conosciamo la storia, come spesso accade, attraverso il cinema. Il cinema è assolutamente importante come forma di circolazione, però spesso racconta delle storie che sono assolutamente parziali. Mi riferisco a Prendimi l’anima di Roberto Faenza: è una storia straordinaria, quella del rapporto tra Sabine Spielrein e Jung, ma questa relazione che si creò fra i due (Sabine malata, riuscì a guarire), questa straordinaria storia d’amore è una storia di transfert che si creò tra i due, che è in parte è la stessa relazione che c’era tra Etty e Spier. Questa, peraltro, è una forma di relazione che negli anni ’20 attraversò in parte la storia della prima psicoanalisi, però quello che alla fine non ci dice, quello che i libri non ci dicono di Sabine è che è guarita, che divenne non solo l’amante di Jung – che è un uomo assolutamente importante, forse, nella sua relazione d’amore – ma divenne una straordinaria psicologa. Anni dopo si trasferì in Unione Sovietica, realizzò la straordinaria esperienza degli “asili bianchi”, nei quali i bambini venivano educati in base a dei modelli molto diversi dall’educazione che attraversava l’Europa degli anni ’30. Sabine ebbe la sfortuna di avere fra i suoi allievi uno dei figli di Stalin. Immediatamente Stalin, dopo pochi mesi, con la virulenza che attraversava l’Unione Sovietica, diede ordine di distruggere, di bruciare, di rompere con una violenza superiore all’effetto che gli asili bianchi avevano avuto in Russia; quindi vennero distrutte e bruciate tutte le scuole che Sabine aveva, piano piano, fondato e costruito.

Ella morirà nella sinagoga del villaggio dove era nata; la sinagoga viene attaccata dalle truppe naziste: lei e le sue due figlie vengono uccise proprio in quello spazio. E’ una storia che si ripete; queste donne di cui continuo a scrivere, a raccontare la storia, sono donne che muoiono quasi tutte – tranne Etty che muore giovanissima – intorno ai 40, 45 anni, quindi relativamente giovani e muoiono quasi tutte di morte violenta.

Vorrei parlarvi di una donna che è l’ultima in ordine di tempo che ho conosciuto e si chiama Marianne Golz Goldlust. E’ difficile parlare di queste figure senza pensare ai volti che hanno. Peraltro queste donne hanno in comune questo tratto di estrema bellezza: sono tutte molte belle, sono donne che amano intensamente, che sono amate, che sono ricambiate, anche se non sempre, che hanno storie, vi dicevo, al limite e storie ai confini, ma sono storie di donne che escono dalle convenzioni sociali e dalle richieste che la società in cui vivono fa alle donne. Sono donne che si spendono e che vivono anche in un modo molto provocatorio.

Secondo me sono donne che praticano quella che comincia a farsi strada tra gli storici – o meglio, tra alcuni storici – cioè quella che molti di noi definiscono “resistenza esistenziale”. Nel raccontare la storia del ‘900, noi abbiamo sempre sentito parlare di un concetto di resistenza che è passato, quasi sempre, attraverso l’uso della violenza. Queste donne scelgono non solo la via dell’amore, rifiuto dell’odio, ma scelgono come categoria esistenziale quella dell’essere loro, attraverso la loro esistenza quotidiana, a praticare una relazione con l’altro che è radicalmente differente dagli schemi tradizionali.

Marianne Golz Goldlust, come altre donne pratica una resistenza esistenziale che passa anche attraverso la pietas e la cura. Ieri si parlava di “cura dell’altro”, di cura che spassa attraverso piccoli gesti e piccoli atteggiamenti. Ve ne cito uno fra i tanti: Milena Jesenska, straordinaria scrittrice, giornalista praghese, nota, anche in questo caso, soprattutto nella relazione con il maschile. E’ una delle fidanzate più amate di Kafka; non fu solo la fidanzata di Kafka ma fu anche una scrittrice. Nella Praga occupata dai nazisti, nell’inverno del 1939, ostenta provocatoriamente – ma praticando – quella che io chiamo resistenza esistenziale, sul suo cappotto grigio, la stella gialla di David, riconoscendo attraverso questo gesto che lei sceglie di stare da una parte ben identificata: pur non essendo ebrea, sceglie in quel momento di stare dalla parte dei perseguitati. E’ la stessa donna che, proprio perché sceglie di stare da quella parte, decide di aiutare, nascondere, salvare molte persone e quindi verrà internata nel lager femminile di Ravensbruck dove porterà con sé un altro piccolo oggetto, due piccole cose: un bottone colorato e un pezzo di vetro colorato. Lei metterà il bottone e il vetro colorato sul suo tavolo – lei avrà dei grossi problemi ai reni e alle gambe, quindi viene mandata non al lavoro forzato ma nell’ufficio a trascrivere le entrate e le uscite dal lager – in modo che un raggio di sole rifletta questa luce e dia un po’ di luce in questo buio.

Questi gesti li leggo come una forma di protesta; è politica questa? Io non so se questa è resistenza politica; dico che questa è una forma di resistenza all’orrore, alla morte, alla violenza e che ci sono tante forme di resistenza, come quella che hanno praticato altre donne. Se non l’avete visto vi suggerisco – ormai c’è il DVD – di vedere l’ultimo film di Margarete Von Trotta, Rosenstrasse, che forse qualcuno di voi ha visto. E’ un episodio di resistenza esistenziale straordinario che solo ora è venuto alla luce in Germania: ci sono volute generazioni di storici che non hanno riconosciuto queste forme di resistenza; ci sono voluti dei giovani storici che hanno recuperato, attraverso il racconto di donne tale episodio. Ormai le protagoniste sono morte ma avevano in parte trasmesso alle generazioni precedenti questa storia.

Di cosa parla il film? E’ un episodio di resistenza esistenziale di alcune donne ariane che, per amore, per troppo amore, per molto amore, riuscirono a salvare i loro uomini. Donne ariane che avevano sposato uomini ebrei; almeno per un anno gli ebrei che sposano donne ariane sono esonerati e non rientrano nella normativa restrittiva ma successivamente, con le restrizioni delle leggi razziali, anche gli uomini che sposano donne ariane, che verranno definite le “puttane” degli ebrei, vengono perseguitati.

Gli uomini sono incarcerati e queste donne che sono ariane, che non sono politicizzate, che vivono in pieno regime dittatoriale, hanno il coraggio di piazzarsi davanti alla prigione dove i loro uomini sono internati e ora dopo ora, giorno dopo giorno, in silenzio, resistono.

Queste donne scelgono il silenzio, il vuoto del silenzio, ma questa loro presenza è fastidiosa. Queste donne si piazzano giorno e notte davanti alla prigione e c’è tutta una rete di solidarietà che si manifesta nei loro confronti per cui qualcuno porta da mangiare, qualcuno porta da bere: restano lì per 10 giorni chiedendo la liberazione dei loro uomini. Attraverso questo gesto, queste donne riuscirono a liberare i loro uomini.

Ho pensato vedendo questo film ad altre figure di donne che hanno scelto il vuoto, il silenzio, la presenza del loro corpo come forma di resistenza alla brutalità. Credo che non si possa non pensare alle madri di Plaza de Majo che dal ’77 in poi, ogni giovedì, per più di mille giovedì, hanno sfidato la dittatura, sfilando in silenzio davanti alla Casa Rosada, chiedendo – qui le donne chiedevano un’altra cosa – di poter dare sepoltura ai loro cari o, quanto meno, di sapere come erano morti, dov’erano finiti i loro figli e i loro nipoti. Se ben vi ricordate, questi madri di Plaza de Majo portavano in testa non un foulard bianco, ma la “panuela” che è un pannolino di stoffa che loro usavano per i loro figli; quindi riconoscendo, con questo gesto, fino in fondo, il loro ruolo di donne, di madri si opponevano in silenzio alle atrocità della dittatura. Voi sapete che questo gesto ripetitivo fino all’ossessione ha avuto un riscontro sia in Argentina, sia anche a livello mondiale, potentissimo. Questa forma di resistenza circolata, che è stata resa nota in molte altre parti del mondo, ha aiutato altre donne, in altri contesti in cui la libertà era totalmente assente, in cui la dittatura, la violenza, la morte erano la pratica quotidiana, a lottare. Queste donne sono riuscite, attraverso il silenzio, la resistenza esistenziale, il rifiuto di ogni forma di opposizione violenta, anche attraverso la parola, a fare sentire la loro presenza. Il silenzio della parola! Lo scegliere fino in fondo di dimostrare in silenzio, con una presenza ossessiva e costante.

Quando dico questo mi viene da pensare all’ultimo libro, straordinario, di un altro filosofo, storico, Paul Ricoeur. In questo suo ultimo libro “Memoria, storia, oblio” sostiene che il compito dello storico è un compito molto impegnativo; il compito dello storico è quello di dare sepoltura alle vittime dimenticate della storia, assolutamente simbolico, dare sepoltura vuol dire prima di tutto “dare nome, conoscere il nome”.

Non so se i macondini amano Enzo Bianchi, io l’amo molto; è Priore di un Monastero. Si potrebbe decidere, invece di fare gli incontri con i macondini in Veneto, di spostarci in Piemonte e di fare un incontro in questo luogo bellissimo di silenzio e di grande spiritualità, che è il Monastero di Bose.

Enzo Bianchi sostiene che “dare il nome alle cose significa compiere il primo passo per la loro conoscenza. La presa di possesso, l’acquisizione di una consapevolezza che al nome non si ferma”. Voi sapete che c’è una preghiera nella tradizione ebraica, nel giorno dei morti, per coloro che sono morti nella Shoah. In questa preghiera, uno dopo l’altro, vengono nominati i nomi di coloro che sono morti. Io ho assistito più volte e devo dire che, per me, questa è una delle preghiere più potenti della tradizione ebraica: è solo ripetuto il nome ma un nome dopo l’altro. A Torino sono 432, mi sembra, gli ebrei che sono morti nella Shoah. Tu ascolti 432 nomi ripetuti: il “dare nome per riconoscere, per prendere possesso e acquisire consapevolezza”. Nella Giornata della memoria, il 27 gennaio di quest’anno, un’attrice romana, Maria Inversi, ha provato a nominare queste donne di cui vado ricostruendo la storia ed ha realizzato uno spettacolo teatrale che mi ha molto colpito perché lei non conosceva assolutamente questa preghiera. Alla fine ha fatto recitare a tutte le attrici una serie di nomi di persone legate a queste figure di donne: ognuna di questa aveva una candela accesa e questa preghiera si è chiusa con un nome al maschile: questo nome è Ronnie Golz. A questo punto, giustamente, vi chiederete chi è. Ve lo dirò brevemente, perché mi sembra una chiave che possa farci proseguire nel cammino di viandanti. Chiudere con un nome al maschile uno spettacolo teatrale che era solo al femminile e o in un colloquio come oggi che vorrebbe essere un colloquio femminile, mi sembra molto potente. Per parlarvi di Ronnie Golz vi devo far conoscere Marianne Golz.

Marianne era una donna bellissima, una cantante lirica viennese amata, ricca, bella, molto elegante. Era una donna “molto birbante”; aveva molte relazioni ed al terzo o al quarto matrimonio si sposa con un editore ebreo; a causa delle leggi razziali i coniugi lasciano Vienna si trasferiscono a Praga. Praga è accerchiata dai nazisti e, quindi, lei che cosa fa? Innanzi tutto fa il possibile per far scappare, per salvare la famiglia del marito, i genitori di lui e i parenti. Lei prima di salvare se stessa salva il marito; il marito lascia Praga e riesce a trasferirsi con la famiglia in Inghilterra, mentre lei continua a vivere a Praga promettendo che presto sarebbe riuscita a scappare, ma rimane a Praga dove costruisce una rete di relazioni per salvare ebrei; viene incarcerata nel carcere più duro di Praga, nel carcere di Pancraz, dove sopravvive 9 mesi nel braccio della morte e, quindi, insieme a altre 230 donne, e credo più di 300 uomini, verrà ghigliottinata. E’ una storia di cui non sappiamo molto. Sono venuta a sapere attraverso questa storia che la ghigliottina venne di nuovo utilizzata dai nazisti proprio negli ultimi tempi; in realtà voi sapete che altri giovani tedeschi furono ghigliottinati, i giovani della “Rosa Bianca”, ossia alcuni giovani universitari cattolici che avevano protestato contro il nazismo. In questo braccio della morte Marianne è totalmente sola e lasciata abbandonata a se stessa; lei cerca un rapporto con la sorella, con l’unica sorella che ha, ma la sorella è sposata con un nazista e la sorella interrompe quindi ogni forma di aiuto e di relazione.

Un giorno, nel pochissimo spazio di libera uscita, intravede un giovane medico comunista si innamorano entrambi; si scriveranno per quattro mesi moltissime lettere, più lettere al giorno che si mandano attraverso un militare che benevolmente riconosce e nasconde queste lettere; si mandano pezzi di pane, piccoli regali e il Grande giorno è la storia di questo incontro d’amore.

Su questa mia introduzione – anche qui sono stata molto criticata – perché molti hanno letto questa storia d’amore come l’ultima spiaggia sulla quale una donna, prima di morire, potesse approdare. Ho provato a dare un’altra interpretazione, forse più ardita, comunque questo non è importante.

Nelle lettere emerge la forza straordinaria di questa donna che racconta della quotidianità nel braccio della morte. Racconta di questa pietas con cui lei stabilisce il rapporto con le altre carcerate che sono contadine, operaie, madri, mogli, amanti di antinazisti; lei, pur essendo una donna laica, le accompagna al “Grande giorno”, il giorno dell’esecuzione – i detenuti lo chiamano così – e le accompagna con questo rito che io trovo struggente; lei ha una bellissima voce e, quindi, canta a queste donne che non sempre reagiscono con grande equilibrio, perché potete pensare che andare alla ghigliottina non sia una cosa molto piacevole. Lei pettina queste donne, canta per loro, balla per loro; sapeva anche leggere le carte, era un po’ strega. Prova nelle ultime ore a accompagnare come sa, con gli strumenti che sa, queste donne.

Vi stavo dicendo dello spettacolo che si chiude con il nome di un uomo; per farla breve, questo signore, il marito se ne va in Inghilterra; forse si dimentica di lei, non può scrivere. Nel dopoguerra si risposa e ha un figlio che si chiama Ronnie Golz; per chi è stato al museo ebraico di Berlino questo nome dice qualcosa; è uno scultore ebreo – tedesco. Ronnie, alla morte del padre viene a sapere di questo grande amore del quale aveva scelto per tutta la vita il silenzio, forse nel rispetto della moglie. Ne fa una ragione della sua esistenza; ricostruisce la sua identità ebraica attraverso la ricerca di questa donna che non era sua madre ma che era la sua madre, secondo me, simbolica. Lui riconosce in questa figura la ragione della sua costruzione di identità di uomo e di artista. Raccoglie lettere, documentazione, ritagli di giornale ed intraprende ostruisce, attiva tutta la pratica perché Marianne venga nominata tra le pochissime donne “Giusta fra le nazioni”. Marianne Golz nel 1988 è riconosciuta “Giusta fra le nazioni”; è stato piantato un ulivo, il numero 806 e chi permette questo riconoscimento che, in qualche modo, dà sepoltura a questa figura è proprio questo figlio simbolico a praticarla.

Ho voluto ricordarvi tutto questo per dirvi che non è necessario che ognuno di noi abbia solo figli reali. Qualcuno ieri ha detto, nel nominare i propri figli, “credo che possiamo avere dei figli reali, simbolici, adottivi”; ognuno di noi nei percorsi di formazione che ha fatto ha incontrato tanti ragazzi, alcuni di loro sono, credo, intensamente, in questa forma di relazione, questo figlio simbolico che tu puoi avere anche se non sei madre dal tuo ventre.

Ronnie chiude questo cerchio, dà sepoltura a questa donna e permette di nominare e di costruire consapevolmente, di dare luce a quella storia del ‘900 che è rimasta troppo al buio.

C’è una bellissima frase di Pascal che dice: “Nessuno muore così povero da non lasciare nulla in eredità”.

Credo molto in questo e questo è un po’ l’augurio che io vi trasmetto: raccontate, raccontate, raccontate, perché nessuno di noi è così povero da non avere nulla da raccontare. I bambini di cui ci parla Stoppiglia – che è il percorso che Macondo sta facendo contando soprattutto sui bambini – credo che abbiano bisogno dei nostri racconti per esistere, per guardare al presente, per poter guardare al futuro. Hanno bisogno di parole che non sono parole vuote, di parole a cui noi dobbiamo dare un senso e, badate bene, nessuno è così povero da non aver nulla da raccontare. Ognuno di noi ha delle storie che può raccontare, che può trasmettere; i nostri figli hanno bisogno di riconoscersi in storie del passato, in narrazioni, in fili che permettono loro di collocarsi nel mondo, di riconoscere e di avere radici. Le radici dei nostri figli e dei nostri giovani sono molto fragili e per questo credo che dobbiamo dare linfa, nutrimento, perché queste radici permettano ai fiori, ai frutti di dare colore e di riempire il mondo, ma grazie anche alle nostre parole. Non dobbiamo aver paura di raccontare. Ho un figlio di 12 anni e credo che questa sia, peraltro, una delle più belle esperienze che ho fatto nella mia vita. Davide ogni tanto dice: “Me l’hai già raccontato cento volte” e gli rispondo “te lo racconto ancora per 101 volte” perché penso che ci siano delle storie che, in qualche modo, curano.

Chiudo dicendo che le donne di cui ho provato a scrivere, a raccontare, di cui, forse, racconterò ancora, sono storie che per me sono state storie di grande cura; sono state specchio nei confronti del quale mi sono specchiata, sono storie che mi hanno curato. C’è una straordinaria scrittrice canadese che si chiama Anne Michaels, che è anche musicista, poetessa, pianista; ha scritto molti libri che sono stati premiati, ha vinto premi in giro per il mondo. Uno dei suoi libri più belli è In fuga; ebbene, lei dice che “la scrittura – ma io aggiungo il racconto – è anche una forma di salvezza”.

Credo e lo dico per me – questa è una nota autobiografica con la quale concludo – che la scrittura per me è stata una forma di salvezza e di cura. Ognuno di noi ha bisogno di cure; una delle cure che ho trovato per, in qualche modo, pacificarmi – non sempre, non credo di essere una donna pacificata, prendetemi così come sono – è stato quello di ascoltare e, a mia volta, di provare a raccontare, come sono capace. Ecco quindi che vi invito a raccontare: raccontate ai vostri ragazzi, perché credo che quella sia una delle strade di salvezza e di cura.

Grazie.

Marcella Filippa, storica.
Sintesi dell’intervento tenuto al seminario di Macondo “a colloquio col femminile”, Novembre 2004.