Dopo piazza S.Giovanni

Riportiamo le considerazioni del prof. Barcellona, dopo la manifestazione tenuta dai "girotondini" il 14 settembre 2002 in difesa della legalità e della libertà Piazza S. Giovanni come a bei tempi. Mi prendono pensieri e sentimenti contraddittori. L’appartenenza di quella piazza a una storia dentro la quale sono vissuto e l’estraneità che provo verso le parole e le personalità che le pronunciano dal "palco". Non ho dubbi sulla rilevanza democratica delle mobilitazioni popolari e sul nesso strutturale fra partecipazione e democrazia, ma diffido di parole generiche come legalità e libertà declinate senza specificazioni soggettive e oggettive riferibili a pezzi di realtà sociale, economica, culturale (lavoratori, ceti medi, giovani, Nord, Sud, Lombardia, Sicilia, ecc.). In un breve intervento sul Corriere Aldo Bonomi si chiedeva che rapporto c’è fra il popolo leghista che ascolta le canzoni dialettali di Van Strafes e il popolo di Piazza S. Giovanni e concludeva che c’è un "nuovo proletariato" che resta a casa.
A me, come si dice dalla parti mie, fa senso che i leaders della manifestazione siano cantanti ultra-noti; stars del cinema e della televisione, professori universitari e intellettuali come Paolo Flores e la squadra di Micro-mega, che, a quanto mi risulta, non hanno mai sofferto alcun genere di limitazioni o di censura nella loro libertà di espressione artistica o di pensiero.
Fa senso, perché ci ritrovo quella forma di radicalismo un po’ snob che già Pannella ha incarnato egregiamente nella storia della nostra Repubblica e che ha sempre visto il modello americano come il traguardo a cui tendere, senza appassionarsi più di tanto a quella che una volta si chiamava la "questione sociale". Né la legalità e lo Stato di diritto, invocati da Paolo Flores, né la democrazia assoluta, affidata alle virtù rivoluzionarie dei movimenti nati dal collasso della socialdemocrazia – dai "disobbedienti" ai "girotondini" e proposta da Toni Negri (sul supplemento del Manifesto) come piattaforma della nuova sinistra, riescono a "illuminarmi" sulla realtà delle loro intenzioni e sullo stato del mondo in cui viviamo.
La Legalità di Flores somiglia molto al "giustizialismo", che storicamente è stato sempre una scorciatoia per neutralizzare i parlamenti dove bene o male anche gli strati popolari più deboli sono riusciti ad essere "rappresentati", e la Democrazia Assoluta di Negri, come tutti gli assoluti, danno l’idea di rovesciarsi facilmente nel loro contrario.
Ma a parte questi "umori" forse legati alle storie personali (di cui, per carità, ciascuno ha sempre il diritto di essere fiero), non mi sembra che sia condivisibile il giudizio di M. Mafai che l’attuale movimento, a differenza del ’68, non è né contro lo Stato e la Costituzione, ma al contrario in difesa delle Istituzioni. Questo movimento è, a mio parere, un’ennesima manifestazione del radicalismo di massa che attraversa periodicamente il nostro paese e che riflette un istintivo rifiuto della politica "professionale" e che, però, è stato spesso strumentalizzato dalle élites a vantaggio del proprio protagonismo e dei loro giochi di potere.
Certamente il governo Berlusconi è il peggior governo possibile per un paese che è continuamente provato dalle aspettative deluse (anche sul piano estetico le immagini di Berlusconi a Camp David mi danno l’impressione deprimente di un compiacimento servile senza precedenti), ma se la sinistra, riformista o antagonista che sia, vuole candidarsi alla direzione del paese deve ridefinire i temi dell’agenda politica in rapporto allo scenario mondiale.
Il problema non è dunque contrapporre piazza a Parlamento, o società civile a partiti, ma piuttosto riportare anche nel cuore delle manifestazioni popolari, non soltanto la protesta e l’indignazione, ma soprattutto una diversa prospettiva della convivenza fondata su un’altra agenda e su altre discriminanti politiche e culturali che non siano il semplice "no" al governo Berlusconi: la crisi mondiale della democrazia economica e politica e il rischio incombente di guerre senza fine.
Non riesco, ad esempio, proprio a capire come nel cuore di una delle crisi più seria e drammatica del capitalismo mondiale, nessuno degli oppositori dell’attuale governo provi a declinare, oltre le solite chiacchiere di E. Scalari sul mercato selvaggio e il mercato regolato, il tema del rapporto fra economia/capitalismo e democrazia. Qualcuno deve spiegarmi che tipo di democrazia è quella di un mondo nel quale alcune centinaia di tecnocrati, insediati nelle istituzioni internazionali (WTO, Banca centrale, Fondo monetario, ecc.), che definiscono politiche economiche e commerciali di quasi tutto il pianeta, lasciano di fatto alle multinazionali il potere di decidere sull’uso delle risorse, sulla salute, sull’alimentazione, sulla vita quotidiana di miliardi di uomini. Non è il caso di ricordare l’arcaico Pasolini che batteva il chiodo sulla tragica divaricazione fra sviluppo economico e progresso umano, né gli annunci catastrofici che vengono dagli ambientalisti; per convincersi che non c’è sinistra senza rinuncia al primato dello sviluppo economico, basta leggere quello che ha scritto J. Hilman nelle "forme del potere", che (ravvisando nel principio dell’efficienza economica un principio distruttivo e potenzialmente totalizzante e totalitario) contrappone all’economia dello sviluppo monetario l’idea di un’economia della "manutenzione" e del risanamento del "patrimonio dell’umanità" (dalle periferie, ai centri storici fatiscenti, alle campagne abbandonate, a quel che resta dei dialetti, ecc.).
Sviluppo senza progresso umano, scienza e tecnologia, senza altro Fine che l’onnipotenza di se stesse, sono le sfide grandi di una nuova idea di democrazia e di politica.
Può darsi che la modificazione genetica dei cereali permetterà a tutti di vaccinarsi mangiando fagioli, ma può accadere (ed è annunciato nei manifesti del Post-human, riportati da R. Marchesini) che sia modificato geneticamente anche il nostro sistema sensoriale e l’uomo del futuro sia un "edonista cognitivo" che usa i tasti del computer per sopprimere ogni forma di sofferenza e ogni fantasma dell’inconscio.
Discutiamo in piazza, ma anche di questi temi, delle banche dei geni, della clonazione, dell’onnipotenza delle imprese che brevettano queste "innovazioni" (come la case farmaceutiche USA) a vantaggio di profitti da capogiro, producendo nuove inaudite povertà.
Discutiamo delle risorse della terra, del petrolio (che a quanto pare scarseggia e che garantisce al sistema delle imprese USA solo vent’anni di risorse energetiche) e della guerra che forse non è estranea al problema delle risorse e che, comunque, non è una decisione da lasciare soltanto a militari e tecnocrati.
Discutiamo del perché ormai nessun giornalista ha accesso ai fronti di guerra e quelli che ci fanno vedere in TV spesso sono il "montaggio" di vecchi film di fantascienza. L’informazione è certamente il presupposto della democrazia, ma bisogna vedere di quale informazione stiamo parlando: quella scientifica, quella militare, quella sui massacri di innocenti e sugli abusi verso popolazioni inermi è sottratta ad ogni controllo pubblico.
Scriveva un poeta pugliese, Raffaele Carrieri "ci siamo infine riconosciuti come i grilli caduti dal cielo d’estate, come gli zingari rovinati da un medesimo editto, … per far freschi sguardi ci vogliono millenni di digiuno". Il Sud del mondo che ormai sta dentro il cuore delle metropoli del Nord, ha bisogno di un poeta che racconti la storia di un proletariato scomparso nelle valli dialettali della padania o nelle suburre delle città meridionali. Non può esserci politica senza cantastorie che raccontino ai ragazzi del paese la storia tragica di Placido Rizzato: ucciso dalla mafia, ma odiato dai potenti. Tornare a guardarci dentro per agire fuori.
Alla faccia del "ceto medio riflessivo", la "spettacolarizzazione" di Moretti non produce alcuna "riflessione" su chi siamo e dove andiamo.

articolo apparso sul "Corriere del Mezzogiorno", passatoci dall’autore