Dover ricordare il 4 nomvembre 1918

Rispolverare con orgoglio il tricolore, questo ha chiesto il Presidente Ciampi nel giorno della commemorazione della fine della prima guerra mondiale. Ci ho provato, però…. Cos’è accaduto il quattro novembre del 1918 da dover essere ricordato?
Io lo voglio ricordare come il giorno in cui a mio nonno paterno, chiamato a soli diciassette anni ad imbracciare un fucile per puntarlo contro gente impaurita al pari suo, come lui nascosta in una buca melmosa scavata da chissà chi, è stato detto che era finita. Non era più necessario ammazzare i contadini austriaci e ungheresi come lui strappati agli affetti e ai campi e usati per allargare i domini dei rispettivi signori.
Mi ricordo del nonno come di un omone alto, grosso, quale anch’io ora sono, dai capelli immacolati seduto a fianco della credenza, un uomo buono, mite. Razza Piave, fedele al vino.
E’ morto troppo presto per raccontarmi la guerra. A noi nipoti ce la accennava solo mostrandoci le quattro medaglie e l’attestato che lo aveva insignito del titolo di "Cavaliere di Vittorio Veneto", promettendoci quel tesoro come eredità.
La nonna materna invece mi ha raccontato la sua guerra, quella vissuta con gli occhi di una bambina che quel quattro novembre aveva undici anni.
Mi raccontava dell’arrivo delle bombe, mentre la famiglia raccolta stretta stretta trovava rifugio in stalla; mi raccontava le orazioni alternate alle urla e alle vibrazioni del terreno, il fischio della morte che precipitava e annunciava la fine, l’angoscia che ti fa dire: "questa è nostra, questa è nostra". Poi il botto tremendo e il rincuorarsi, "No, è caduta sui campi di Buscato", un altro fischio e ricominciava il terrore.
Ricordo che mi raccontava la compassione che provò per dei prigionieri quando dei soldati italiani occuparono per una notte la loro casa. "Lasciati senza bere e senza mangiare, le mani legate ai piedi, accovacciati in un angolo e noi non potevamo avvicinarci", diceva con profonda amarezza.
La nonna ha portato dentro di sé il terrore della guerra. Al solo suono di questa parola si agitava. Quando in televisione davano qualche film dove si sparava, se ne andava brontolando.
Se devo commemorare il quattro novembre lo voglio fare ricordando queste due figure,
Due contadini a cui è stata strappata ad uno l’adolescenza, pagata con un titolo onorifico e delle inutili medaglie, all’altra l’infanzia ripagata con il nulla.
A guerra conclusa il Paese si è ricordato di loro e li ha lasciati a spaccarsi la schiena sui campi, tra le minacce fasciste di botte e olio di ricino da ingurgitare.
Io sono figlio di questa gente, questo è quello che ho ereditato da loro. Non vi trovo né prestigio né onore nel commemorare il quattro novembre, solo angoscia e disperazione.
La retorica del Presidente della Repubblica, che chiede ad ogni famiglia italiana di avere in casa il tricolore, gliela lascio tutta. Il quattro novembre dev’essere un’occasione per ricordare che la guerra non merita festeggiamenti. Perché chi la dichiara non la vive, e chi la vive conosce solo il terrore e la morte, e chi ne gode sono i produttori di armi e i Capi di Stato.
L’amor di Patria non cresce con gli omicidi delle guerre.
Io amo la mia Patria, e sarei orgoglioso di sventolare il tricolore, se sapesse accogliere chi è meno fortunato, che non nega il ristoro all’orfano, che si spende per una politica di aiuto e di pace. Non è la mia Patria il paese che è disposto a guerreggiare contro dei poveri pastori con la scusa del terrorismo, che ammazza gli orfani per un "danno collaterale".
Se c’è un motivo che mi inorgogliosisce di essere Italiano è pensare che sono un connazionale di persone quali il medico Gino Strada e non del pilota Maurizio Cocciolone.