Ecc, ecc. (Eppure io)

Na favela ninguém mora porque quer. Nessuno vive in favela perchè lo vuole (Benedita, favela Santa Isabel)

Olhar Estrangeiro
“La struttura di mattoni e ferro delle baracche nella favela Cantinho do Céu (Angoletto del Cielo) impressiona i 13 studenti di architettura dell’università di Harvard a cui l’organizzazione popolare e l’urbanizzazione della periferia di San Paolo sembrano proprio “cose degne del primo mondo”. Gli studenti sono in città per visitare le favelas come parte del programma di master dell’università americana.
Alcuni sono già passati da Nairobi (Kenia) e Mumbai (India), dove hanno visto baracche di legno con il pavimento di terra, pareti di cartone e il tetto di plastica, senza acqua né luce. “Questo qui è, alla grande, molto più civilizzato”, dice lo studente Andrew Tenbrink. “In Bangladesh non esiste niente di simile. Questa struttura può benissimo essere esportata”, enfatizza.
“In India, il bagno è per la strada e l’acqua è rubata dalle perdite dei tubi forati apposta dagli abitanti. Le favelas brasiliane sono fatte di mattoni e cemento. Nessuno riuscirà mai a toglierle da qui” afferma la studentessa Rina Salvi.
Durante la visita in un viottolo di fango e con la fogna a cielo aperto, un camion della Casas Bahia (una grande rete di negozi popolari) passa scortato da due guardie armate e con i giubbotti anti proiettile. “Questa gente paga gli elettrodomenstici a rate dilazionate in 84 mesi!” spiega Byron Stigge, professore di Harvard. Lily Huang, alunna, osserva un cartello appeso alla veranda di una baracca: “Vende-se terreno in questa via” Per quanto? “Cinquemila e cinquecento reais”, risponde la padrona. “Penso che me lo vuole far pagare di più perchè sono straniera”, afferma la studentessa. “Pur vivendo qui, questa gente è così felice”, dice  Megan Wright, alunna. Gli studenti cominciano a formulare le domande da rivolgere agli abitanti. “Come riescono a godersi il Carnevale nella favela? Nelle favelas di São Paulo ci sono le scuole di samba? Con che frequenza voi uscite dalla favela? Pagate le tasse? Votate? Esiste un certificato di proprietà delle case?”
Il professore Christian Werthermann orienta; “Non scattate fotografie senza il permesso della persona”. “Perchè?” vuole sapere la studentessa Melissa Guerrero. “Loro possono essere trafficanti di droga e magari non gradiscono. Se fossimo in un’area sicura vi lascierei da soli ma a causa del pericolo tutti dobbiamo rimanere uniti. Non voglio che nessuno rimanga indietro”.

Dall’articolo apparso sul giornale Folha de São Pulo di Giovedì 5 marzo 2009 nella rubrica curata da Monica Bergamo.

Olhar Estrangeiro: olhar è l’infinito del verbo Vedere, Guardare. Estrangeiro significa Straniero.
È proprio così che ci vedono gli stranieri: samba, carnevale (che qui si scrive con la maiuscola: Carnevale) e favelas. Gli studenti sono meravigliati: favelas di mattoni! Oh Yes. Pensano perfino di esportare il nostro sistema costruttivo in India, in Kenia e in Bangladesh. La meraviglia si estende alla scoperta del sistema di pagamento rateale. Certamente ignorano che il tasso di interesse sfiora il 20%. Ma la gente, secondo gli alunni di Harvard, pur vivendo come vive, è felice. Studenti entusiasti ma anche spaventati: rimanete vicini a me mi raccomando, non voglio che nessuno rimanga indietro, dice il professore come Rambo nella selva. L’articolo è accompagnato da alcune foto che fanno da corollario alle parole: ragazze biondicce vestite da safari, tra l’ammirato e lo schifato, a prendere appunti ed elaborare schizzi di riurbanizzazione o, come si dice oggi, riqualificazione urbana. I disegni dei ragazzi americani pubblicati da alcuni giornali, sono davvero molto belli: viali alberati, giardinetti ai bordi del lago (la favela in questione sorge ai margini del lago che rifornisce di acqua potabile mezza città) parco giochi per i bimbi: la favela della zona sud di São Paulo, Brasil, che, come per magia, assomiglia ai sobborghi della cittadina di Cambridge, nel Massachusetts, sai, proprio come si vede nei film: le casette col giardino, i vialetti, il cane, il camioncino del latte, una vita semplice ma dignitosa, onesta, american way of life.
Eppure io però sono entrato mille volte in baracche di cartone con il pavimento di terra senza luce né acqua con i topi e i bacarozzi a passeggiar contenti tra i vestiti ammucchiati e un buco per terra traboccante di merda con un bambino e una vecchia sdraiata immobile malata e purulenta che in quella baracca ci abitavano sette otto dieci persone che dormivano nello stesso letto e un vecchio che si grattava le piaghe nell’asse di legno della parete e la donna che prendeva l’acqua da un bidone dove ci aveva appena bevuto un cane con delle piaghe da far vomitare e una ragazza che urlava dal male e un signore preoccupato perché il giorno dopo sarebbero arrivati i buldozer del comune per buttare giù non una ma duecentocinquanta baracche di legno e cartone che ci abitavano in quattrocento famiglie fai il conto un po’ tu di quanta gente c’era eppure io ho visto la gente morire – dico morire – di fame nell’attesa della distribuzione degli aiuti alimentari eppure io ho visto gente per niente felice anzi tristissima ripararsi dalle pallottole della polizia che entra in favela sparando a zero su tutto e tutti eppure io ho visto madri disperate piangere la scomaprsa dei loro figli portati via da gruppi paramilitari eppure io ho visto molta gente maledire quella miseria maledetta e quel posto maledetto dove era costretta a vivere eppure io ho visto amici uscire dalla favela alle quattro del mattino per andare a lavorare dall’altra parte della città prendere degli autobus vecchi e stipati all’inverosimile con la gente appesa fuori dalla porta e i piedi a penzoloni e tornare a casa alle dieci di sera eppure io penso che la puoi paragonare al primo mondo finchè vuoi ma baracca è e baracca rimane abusiva con la luce tirata da fili agganciati ai pali che ogni tanto vanno in corto circuito e si incendia tutto eppure io ho visto gente che era contenta quando gli hanno messo il contatore della luce e poi però non aveva i soldi per pagare e gliela hanno tagliata e allora sono tornati al vecchio sistema del groviglio di fili eppure io ho visto il postino lasciare tutta la posta di una favela intera sulla porta di una baracca sulla strada e chi la vuole andare a prendere deve far presto che vola via eppure io ho visto gente che non poteva lavorare né iscirvere suo figlio a scuola perché non aveva un indirizzo regolare eppure io.  
Leonel Brizola è stato un uomo politico importante. Esiliato ai tempi della dittatura, tornò in trionfo e fu per due mandati governatore dello stato di Rio.
Un signore di una importante famiglia della città dice (dice a me): “Pensa come sarebbe bella la città senza baracche, rovinano il paesaggio. I turisti vengono da tutto il mondo e noi che figura ci facciamo? La colpa è di Brizola, è lui che ha dato ai miserabili i mattoni per costruire le baracche. I mattoni sostituirono il legno e il cartone e adesso chi le toglie più queste favelas dalle montagne di Rio?” La stessa affermazione della studentessa americana: e adesso chi li toglie più da lì?
Oggi invece i governanti non si limitano a dare mattoni ai miserabili e basta. Oggi abbiamo il PAC, Plano de Aceleração do Crescimento, il piano di accelerazione della crescita. Ne abbiamo già parlato altre volte: opere pubbliche gigantesche, pozzi di petrolio, centrali nucleari, autostrade, dighe, progetti milionari, lavoro per tutti, soldi a palate. Qualche mese fa a Rio si arrivò ad inaugurare i lavori di una teleferica che collegherà “o asfalto” (la città) al “morro” (la parte alta della favela). Presenti alla cerimonia: governatore, sindaco, ministri e presidente in persona. Ma quali mattoni? Qui si fa sul serio. Anche a San Paolo si vuole far rientrare la “riqualificazione urbana” di molti quartieri nel progetto del PAC. Sai quanti soldi? Vuoi mettere se arrivano i miliardi di Lula?
Sai dove si faranno i mondiali di calcio, la coppa del mondo, nel 2014? Non lo sai? Te lo dico io: qui! in Brasile! San Paolo, Rio, Salvador ecc ecc. O Mundial! L’altro giorno è arrivata la delegazione FIFA al completo. Vestiti da safari sono stati ricevuti con tamburi e danze di sculettanti mulatte (vestiti da safari forse no, ma le mulatte a sculettare… quelle sì) e poi via a visitare gli stadi. Qualche critica, certo, ma anche tanti elogi. I progetti per gli stadi nuovi, le vie di accesso, i parcheggi, la logistica, i preventivi di miliardi di dollari, tutto pronto e approvato. Anche in questo caso tutti sognano di far rientrare il pacchetto completo nel PAC. Chissà perché.
Ah, dmenticavo. Ieri è stato eletto dal parlamento il presidente della “Comissão de Infraestrutura” l’uomo che controllerà i fondi dei mega progetti del PAC.
Fernando Collor de Mello è il suo nome. NO? SÌ! Colui che nel 1992 rinunciò alla presidenza della repubblica per non  sottomettersi ad un processo di impeachment: accusato di corruzione dal fratello, era a capo di uno schema di tangenti a cui partecipava tutto il mondo imprenditoriale del paese. Il suo avversario di quei tempi là si chiamava Luiz Inácio Lula da Silva. Oggi Collor è senatore, presidente della commissione che controlla il PAC, aiutato da Renan Calheiros (di cui si narra la storia in uno scritto precedente dal titolo No! Si! Presidenti, pallottole, coscioni e meninos de rua) e da José Sarney che fu… E qui mi fermo! Un’ultima cosa, veloce veloce, per dovere di cronaca: Collor risponde a processi nel STF (il tribunale federale) per crimini contro il tesoro nazionale, corruzione attiva e passiva, peculato e traffico di influenze.
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