…Ed una radio per sentire che la guerra è finita…

Un milione di anni fa, a São Paulo, in una piccola favela di periferia arrivarono i nuovi capoccia. Uccisero i loro predecessori. Li riempirono di botte e, legati, imbavagliati e sanguinanti li lanciarono ai cani che ne fecero scempio. I corpi a pezzi rimasero appesi per tre giorni ai pali della strada che dà ingresso alla favela.

I fatti: Rio de Janeiro, ottobre 2009, per conquistare fisicamente nuovi territori, gruppi di narcotrafficanti armati come um esercito si affrontano per i vicoli delle favelas. Si spara su ogni cosa che si muova. I morti si contano a decine. La polizia interviene in modo disastroso, manda sul posto un elicottero blindato che viene abbattuto: altri morti. Ormai sono tutti contro tutti. La gente, vittima, ostaggio, e complice, viene trasformata in bersaglio. Le scuole chiudono, gli ospedali si riempiono. La città più bella del mondo vive il momento più brutto della sua storia. Frange impazzite delle forze dell’ordine si comportano come i peggiori banditi: un cittadino viene lasciato agonizzare in mezzo alla strada dalla pattuglia di poliziotti che si dirige verso gli assaltanti che gli hanno appena sparato per derubarlo. I poliziotti sequestrano la refurtiva – un paio di scarpe e una giacchetta – e se ne vanno, lasciando gli assassini liberi, senza soccorrere il pover’uomo. Alcuni passanti si fermano, osservano il morente e tirano dritto, tra questi anche un agente.

Il giorno prima, nelle vie della favela in guerra, viene trovato il cadavere di um uomo crivellato di colpi dentro un carrello di supermercato. Rimane esposto per una giornata intera. I bambini si radunano davanti al cadavere, guardano, alcuni ridono, altri fanno gesti osceni ai fotografi.

Oggi si continua a sparare.

...Ed una radio per sentire che la guerra è finita…

Vorrei non commentare.

Vorrei chiudermi nel mio silenzio e lì rimanere.

Vorrei perfino far finta che niente di tutto questo sia successo.

Vorrei adesso saper scrivere e commentare,

avere idee saggie e proferire conclusioni,

certezze, sentenze.

Ma da me non esce niente,

dal profondo del mio essere

non esce assolutamente niente.

Gli occhi diventano ciechi,

le orecchie sorde,

le bocche mute.

Vorrei conoscere la strada

per arrivare là

dove si nasconde la dignità della mia gente,

e riportarla qui

e far sì che mai più

quello che è successo

succeda di nuovo.

Il mio sogno va lontano,

ma non riesce andare avanti

solamente all’indietro,

va solamente all’indietro.

E un sogno così,

un sogno che sogna il passato

non lo voglio. Troppo facile.

Come troppo facile

è il domandarsi chi è il responsabile,

come, dove, quando e perché è cominciato tutto.

Come, dove, quando e perché

la mia gente ha scelto questo cammino di dolore,

sofferenza e umiliazione permanente.

Le risposte sono qui,

sulla punta della mia lingua

sulla punta delle mie dita,

nella successione ritmica del digitare sui tasti.

Ma non voglio.

Risposte così, come queste, non le voglio.

Troppo facile.

E i miei occhi ciechi vedono e continueranno a vedere,

le orecchie sorde ascoltano e sanno distingure ogni suono

e la bocca muta grida fino a non poterne più, il suo silenzio viscerale.

Tocca a me alzare la testa e rinnovare la speranza

tocca a me mai dire No

tocca a me il SÌ definitivo.

Ehi! C’è qualuno lì?

São Paulo, Brasil 2009

Edith Moniz

…Ed una radio per sentire che la guerra è finita…

Queria não comentar.

Queria fechar-me no meu silêncio e ali ficar.

Queria até fazer de conta que nada daquilo aconteceu.

Gostaria agora de saber escrever e comentar a respeito,

de ter ideias sábias e proferir conclusões,

certezas, sentenças.

Mas de mim não sai nada,

das profundezas do meu ser

não sai absolutamente nada.

Os olhos ficaram cegos,

os ouvidos surdos

e as bocas mudas.

Então gostaria de saber o caminho

para chegar lá

onde está escondida a dignidade do meu povo,

e trazê-la de volta

para que nunca mais

isto que aconteceu

aconteça de novo.

O meu sonho vai longe,

mas não consegue ir para frente,

somente para atrás,

vai somente para atrás.

E um sonho assim,

um sonho que sonha o passado

não o quero. Fácil demais.

Como fácil demais

é perguntar-se quem foi o responsável,

como, onde, quando e porque tudo começou.

Como, onde, quando e porque

o meu povo escolheu este caminho de dor,

sofrimento e humilhação permanente.

As respostas estão aqui,

na ponta da minha língua,

na ponta dos meus dedos,

na sucessão rítmica do dedilhar das teclas.

Mas não quero.

Respostas assim, como estas, não as quero.

Fácil demais.

E os meus olhos cegos viram e continuam enxergando,

os ouvidos surdos escutaram e sabem distinguir cada som

e a boca muda grita até não poder mais o seu silêncio visceral.

Cabe a mim levantar a cabeça e renovar a esperança,

cabe a mim nunca dizer Não,

cabe a mim o Sim definitivo.

Ei! Tem alguém ai?

São Paulo, Brasil 2009

Edith Moniz