Esiste ancora l’insegnamento?

Dal reclutamento alla responsabilizzazione
Con l’asprezza determinata dalle provocazioni del tempo ci chiediamo se esiste ancora l’insegnamento. Più insistente si fa la domanda e necessariamente più provocatoria si fa l’esigenza di chiederci allora se esiste ancora la scuola e a che cosa serve. Visto dalla parte dell’insegnante, che è notoriamente considerato quel lavoratore che non è propriamente un
lavoratore, tanto che non lavorerebbe come tutti gli altri lavoratori, che é quell’uomo di cultura che non è propriamente un uomo di cultura, tanto che i suoi saperi si disperdono nel vento della necessità di garantire a ogni costo titoli di studio ed eventuali posti di lavoro, e soprattutto che è quel soggetto al quale vengono chieste competenze imprecisate e fumose, abilità incomprensibili e doveri educativi illimitati, compreso quelli di fare rispettare il codice della strada, di impedire che gli alunni si droghino di “ecstasy” il sabato notte o si facciano del male allo stadio, di esercitare funzioni eminentemente di sorveglianza e infine, se docente di religione, di “inculcare” presunti valori cristiani nella testa degli alunni, dunque visto dalla parte dell’insegnante, che oggi rappresenta una delle professioni più mormorate dietro le spalle che possano esistere, il presente e il futuro dell’insegnamento, dell’educazione e della formazione rappresenta un orizzonte particolarmente confuso e incerto.

Un sapere enciclopedico
La scuola liberale aveva dato all’insegnante un ruolo civico chiaro e preciso e lo aveva investito e trasformato nell’esecutore di un compito che lo Stato assumeva nella formazione del cosiddetto “cittadino”. Ogni attenzione formativa specifica era indirizzata verso questo obiettivo, che faceva coincidere la formazione con l’educazione alla rettitudine sociale e civile, dentro un quadro dove bisognava comunque orientare al riconoscimento dell’élite borghese che si era affermata. Spesso l’obiettivo disciplinare­comportamentale era funzionale come e più di qualsiasi altro obiettivo didattico da raggiungere. Anzi, in definitiva non esistevano obiettivi didattici, ma linee di raddrizzamento e
di conformità sociale. Chiusi in questa gabbia dorata, gli insegnanti si sono gradualmente impossessati del proprio ruolo e lo hanno conservato, tutelato e difeso fino al parossismo. Si trattava semplicemente di trasmettere un sapere enciclopedico acquisito nel passato dentro forme immobili e definitive che garantivano in ogni caso un’intoccabilità psicologica e istituzionale.

La responsabilità di educare
È pertanto chiaro che, una volta caduti i vincoli istituzionali del sapere e soprattutto una volta entrato in crisi l’istituto familiare, sulla scuola si sono rovesciate le richieste di educazione che in passato erano comunque assolte dalla famiglia. A ciò si è aggiunto uno sgretolamento progressivo dei saperi tradizionali, i quali, da sé soli, non bastano più per esaurire gli obiettivi dell’educazione. In questo modo gli insegnanti si sono ritrovati soli e soprattutto incapaci di sostenere una responsabilità che li supera ampiamente. Ovviamente non è soltanto un problema di autorità, ma è appunto una questione di responsabilità. Si tratta di passare dal ruolo dell’insegnamento alla responsabilità dell’educazione, senza per questo perdere il primo e soprattutto senza perdere di vista il profilo della proposta educativa della seconda. Il vero problema del docente in questo momento è la sua crisi di identità in un contesto che non gli dà più certezze e ridiscute in profondità anche i ruoli del passato. L’attuale irrilevanza della scuola come luogo educativo è un peso molto forte e insopportabile.

Osservazioni per punti
Dentro questo quadro, mi sembrano importanti alcune osservazioni:
1. Prima di aiutare a scoprire orizzonti di senso, la scuola ha necessariamente bisogno di affermare un orizzonte critico e di pensiero, funzionale a svelare e a tutelare la libertà personale e il senso di responsabilità. La nostra difficoltà, in quanto insegnanti, è quella di trovare in noi stessi la capacità di rappresentare un orizzonte di stimolo e di libertà critica. Ci rendiamo conto che il vecchio modello del trasmettitore di saperi non regge più, così come non regge un ruolo prevalentemente disciplinare dell’insegnamento. Molti di noi attraversano una profonda crisi di identità perché si trovano a disagio semplicemente per stabilire linee accettabili di rapporto con l’ambiente.
2. L’insegnante non rappresenta più una sorta di baluardo istituzionale o il funzionario esecutore di direttive, ma assume un rilievo educativo delicatissimo: non l’indottrinatore, ma lo stimolo all’incontro con la riflessione critica e all’incontro con il pensiero. Questo compito si scontra quotidianamente con l’irruzione di un’esigenza mercantile e abilitante nella scuola. Mercantile è la logica che porta alunni e genitori a chiedere semplicemente non un progetto educativo, ma la soddisfazione di un’esigenza abilitante, dove ciò che si apprende deve essere sempre funzionale al saper fare in prospettiva imprenditoriale e commerciale. Non a caso le discipline classiche sono ineludibilmente in crisi.
3. La scuola si sta gradualmente trasformando in uno strumento di potere e di dominazione delle classi privilegiate anche in Italia. In questo quadro l’insegnante si trova in una condizione imbarazzante perché spesso è chiamato a compromessi tra gli obiettivi didattici, professionali ed educativi che persegue e un’esigenza commerciale dell’istituzione scolastica. Non a caso il Ministero della Pubblica Istruzione qualche tempo fa ha introdotto la definizione degli alunni come “clienti”. Dovendo garantire al cliente il servizio che quest’ultimo chiede, è ovvio relativizzare il resto, con eccezione dell’eventuale profitto. Pertanto la funzione docente corre seriamente il rischio di diventare strumentale a un progetto che la società neoliberista elabora e che non prevede necessariamente l’educazione al senso critico e alla responsabilità propositiva. Il caso paradossale del Veneto, ufficialmente la regione meno scolarizzata d’Italia ma anche quella a più rapida diffusione di ricchezza, è eclatante. Affermandosi la convinzione che per guadagnare non serve studiare o comunque serve in funzione a ciò che bisogna fare per guadagnare, il ruolo dell’insegnante assume una sostanziale irrilevanza.
4. Va detto con grande onestà che gli insegnanti hanno sempre avuto un approccio militare alle loro responsabilità e ai loro compiti. Non a caso il termine “reclutamento del personale” è stato superato da poco. Questo ha sempre condizionato negativamente il rapporto con il proprio ruolo, spesso inteso in termini rigidamente esecutivi di disposizioni superiori, assolte le quali l’insegnante poteva ritenersi un buon insegnante. Oggi l’orizzonte è senz’altro ben più complesso ed esigente e la necessità di costruire nuove forme di comunicazione e di proposta si scontra con una
sua debolezza oggettiva sul piano istituzionale. Paradossalmente da un lato è giusto e necessario scardinare le certezze preordinate e deresponsabilizzanti di un tempo, ma dall’altro lato l’assenza di un ruolo istituzionale forte e certo è un enorme handicap.
5. Da ultimo non bisogna dimenticare che il soggetto centrale dell’educazione, lo studente, è profondamente cambiato, manifestando spesso bisogni articolati e difficili da capire, congiuntamente a un’insicurezza diffusa e a volte accompagnata da un’aggressività conseguente. Parlare ai ragazzi non è facile perché ho l’impressione che più nessuno parli loro in maniera significativa, a partire da genitori che qualche volta non possono parlare ai figli perché non riescono a parlare tra loro.
Questo della difficoltà del linguaggio è un problema evidente e tangibile. Ho altresì un’altra impressione, rivelando quasi con candore il timore che molte innovazioni didattiche siano spesso il tentativo di trovare soluzioni comunicative che mancano. Credo che la difficoltà nella comunicazione sia una delle più grosse sofferenze dell’insegnante e anche uno dei problemi più urgenti da risolvere oggi. Dunque la domanda resta provocatoriamente sulla linea del fuoco: esiste ancora l’insegnamento?
Io sono intimamente convinto che sia sempre più necessario separare la figura e il ruolo dell’insegnante dalle immagini romantiche e dalle bugie ipocrite (si veda la retorica dell’insegnamento come missione) che li imprigionano. Se ha ancora un senso, insegnare è in fin dei conti un atto di responsabilità che sollecita altri atti di responsabilità, in un contesto di liberazione della persona. L’insegnamento fulminante e originale di Don Milani lascia in ogni caso la traccia indelebile dell’amore che libera da ogni condizionamento utilitaristico. La scuola dei padroni, che ha così profondamente segnato le denunce della Lettera a una professoressa, esiste ancora. Forse non è più quella che boccia e che chiede un nozionismo fine a sé stesso, ma certamente è quella che vorrebbe distribuire i saperi in funzione di un progetto predeterminato di dominazione, per cui può essere o non essere insegnato quello che deve o non deve essere saputo, ma con una perversione sottile: l’affermazione dell’ignoranza etica e del vuoto critico. Al di là del loro cattolicesimo formale e borghese, i miei amici di Bassano del Grappa pensano sempre che per fare soldi non serve studiare, sapere o capire. Inquietarli e stanarli può diventare la nostra sfida.