Europa. La direttiva Bolkestein

Quali norme?

Il 5 giugno scorso attorno alla stazione Nord di Bruxelles si è svolto uno sciopero che ha unito le diverse anime del sindacalismo belga, le ONG e le associazioni della società civile, per lanciare un segnale d’allarme a tutti i sindacati continentali e ai deputati eletti alle elezioni europee di metà giugno. La protesta ha mobilitato oltre le aspettative degli organizzatori, anche se gli eurocrati che affollano la stazione ogni giorno di certo non c’avranno badato. Oggetto della contestazione, una direttiva emanata dalla Commissione il 13 gennaio 2004, che prende nome dal commissario olandese Friz Bolkestein, ex presidente dell’internazionale liberale e attuale commissario europeo per il mercato interno. Il testo mira a stabilire “un quadro giuridico che sopprima gli ostacoli alla libertà d’impresa dei prestatori di servizi, e alla libera circolazione dei servizi tra gli stati membri”. Trasporti, commercio, sistema sanitario e istruzione saranno i primi a essere toccati, e dopo una fase transitoria la normativa potrà essere estesa a tutti i settori, dall’industria all’edilizia.
In questo modo la Commissione sostiene di voler ridurre le lungaggini burocratiche che soffocano la competitività, perché costruire l’Europa significa armonizzare anche i diversi sistemi sociali e le condizioni di lavoro. La direttiva Bolkestein vuole eliminare diritti e legislazioni sul lavoro troppo protettive, create dagli stati nazionali per regolare l’economia in funzione dell’interesse generale, e considerate ormai degli ostacoli alla libertà d’impresa. La direttiva (art. 29) sopprime il “divieto totale di comunicazioni commerciali per le professioni regolamentate”, che significa la fine delle cosiddette regole di deontologia professionale che alcune professioni come notai, giornalisti, medici, devono rispettare. L’attualità fornisce validi esempi di come questi blocchi vengono già oggi superati; dieci anni fa in Belgio, degli uomini d’affari hanno creato dei laboratori di biologia clinica che, moltiplicando il numero di analisi del tutto inutili, moltiplicavano i costi. Il ministro Busquin decise di porre fine a queste pratiche e la legge belga ha vietato a privati di poter aprire ancora laboratori: solo i medici ne sono abilitati. Qualche anno dopo uno di questi uomini d’affari, condannato a chiudere, ha fatto causa all’Europa, e lo stesso Bolkestein ha imposto al Belgio di consentire nuovamente a chiunque di poter aprire un laboratorio di biologia chimica, nel nome della libera concorrenza.

Il principio del paese d’origine

Finora chi temeva l’allargamento dell’Europa, indicava nelle delocalizzazioni il nodo del problema. Questo in parte si sta avverando, poiché da qualche mese si moltiplicano gli annunci di delocalizzazioni, come quello della compagnia aerea tedesca Lufthansa, che prevede di spostare la contabilità in Polonia, Elctrolux che trasloca dalla Svezia in Ungheria e così via, ma la delocalizzazione non è una conseguenza dell’allargamento. Da almeno dieci anni moltissime imprese italiane hanno spostato le loro attività produttive, e con l’ingresso in Europa anche i nuovi paesi cominciano a soffrire questo problema, come la Slovenia, dove alcune imprese cominciano a chiudere per spostarsi in Romania.
La direttiva Bolkestein prevede di peggio. Ad oggi, ogni azienda è tenuta a rispettare le regole del paese in cui si stabilisce; se una ditta polacca apre una filiale in Italia o in Austria, deve rispettare e leggi, le convenzioni lavorative e i salari italiani o austriaci. La direttiva, che riguarda tutti i servizi nel mercato interno europeo, pubblici e privati, rovescia questo principio affermando (art. 16) “il principio del paese d’origine”, secondo cui un fornitore di servizi dovrà rispettare la legge del paese in cui ha sede e non quella del paese in cui fornisce il servizio. Un’azienda che lavora in Italia ma con sede in Polonia dovrà rispettare la legislazione polacca, ma un lavoratore polacco costa 4,48 € all’ora, un lettone 3,42 €, un ceco 3,90 € e uno sloveno 8,98 €, contro una media di 23 € nei paesi dell’Europa a quindici.
Il principio del paese d’origine riguarderà anche l’ispezione sociale, e a fare i controlli saranno ispettori del paese d’origine. Il che vuol dire massima libertà per le imprese di agire senza controllo sociale, perché le autorità italiane non avranno alcun diritto di verificare se il prestatore del servizio rispetterà almeno la legislazione della Polonia. Non è un caso dunque che questo progetto di legge europea giunga mentre avviene l’allargamento dell’Europa a 10 nuovi paesi. La Bolkestein rappresenta un tentativo di gestire una eventuale nuova ondata di lavoratori immigrati dall’est europeo. Il problema ovviamente non è l’immigrazione ma il modo in cui vengono usati gli immigrati, perché lo scopo di tutto ciò non è far si che le imprese delocalizzino all’est, ma far abbassare il costo del lavoro all’ovest. Livellare verso il basso i salari e le condizioni di lavoro, implica una regressione sociale in tutti i paesi della “vecchia Europa”.

Il neoliberismo come dogma

La direttiva Bolkestein non nasce dal nulla, è legata al trattato costituzionale europeo e si può dire che ne è un corollario, anche se in realtà viola il trattato stesso, il quale stabilisce (art. 50) che la prestazione di servizi dev’essere fornita “alle stesse condizioni che questo paese impone”. Una contraddizione solo apparente, perché la costituzione prevede che ogni blocco alla libera concorrenza tra imprese deve essere soppresso, nel quadro di “un’economia di mercato altamente competitiva”. Per “blocchi” alla libera concorrenza si intendono le legislazioni nazionali sul lavoro, sulla sanità, sui servizi sociali. Il servizio pubblico non figura tra i valori e gli obiettivi dell’Unione, viene citato solo una volta nel testo (parte III, art. 56-1) e relegato a parte nel rispetto della concorrenza, e deve evitare di trovarsi in una “situazione privilegiata” nel mercato. Un altro esempio che viene dall’attualità riguarda le pressioni degli esperti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che hanno sollevato questa domanda ai commissari europei: si potrà tollerare, malgrado la liberalizzazione dei sistemi sanitari, che uno Stato esiga da un medico di conoscere la lingua dei pazienti e del paese in cui eserciterà la professione?
Da quando si è cominciato a discutere di Costituzione europea, i media nazionali hanno sviscerato alcune questioni istituzionali generali che riguardano il prestigio degli stati, come il numero di commissari per paese, il metodo per calcolare la maggioranza, il ritmo della presidenza di turno etc.; invece non si discute per nulla sulla natura stessa del progetto europeo, se si esclude la polemica riguardo l’inclusione, per altro soprattutto simbolica, delle radici cristiane. Ciò che invece viene inserito nel codice genetico della nuova Europa è l’adesione all’ideologia economica neoliberale. Ogni ideologia, per cui anche il neoliberismo, inevitabilmente tende a diventare obsoleta perché, una volta fatto il suo tempo, diventa inadatta a cogliere le trasformazioni economiche e sociali, e la storia insegna cosa accade a chi adotta un’unica ideologia come sistema di potere. La questione quindi non è se il neoliberismo risponda o meno alle aspettative della società, ma piuttosto se è giusto inscrivere un’ideologia nei tratti che definiscono l’Europa.
Si continua a sviluppare l’unione economica ma non quella politica e sociale, mentre identificare la politica europea al neoliberismo significa, di fatto, impedire ogni cambiamento della politica economica e monetaria, relegando la politica in un angolo.