Festa bengalese: un tardo pomeriggio a Mestre tra gli immigrati dal Bangladesh.

L’amico non capisce, fraintende e mi apostrofa a questo modo: "La tua è paura, paura delle gente di colore, dei <diversi>"! Non ho energie per ribattere e lascio perdere…

Ero lontano dal supporre che la comunità di immigrati dal Bangladesh, nel Veneto, concentrati nell’interland di Mestre e occupati in prevalenza alla Fincantieri, raggiungesse il secondo posto assoluto, in termini percentuali, quanto a presenze di lavoratori extracomunitari con i relativi nuclei familiari nella mia Regione. Ero, parimenti, lontano dall’immaginare di vivere quanto mi accingo a raccontare.

Eravamo partiti un Sabato, di buon mattino, Maurizio ed io, determinatissimi ad effettuare un tortuoso giro in montagna per sottrarci, almeno per qualche ora, alla canicola d’Agosto e all’afa insopportabile della città del Santo, forti delle nostre "Poderose" (1) e reduci da un piacevolissimo "Tour de France" alla maniera che piace a noi: da "motards", come direbbero i cugini d’oltralpe.
Non avevamo percorso che un paio di chilometri, quando la Ducati dell’amico s’inchioda, giusto a qualche ora dall’essere uscita dall’officina per il tagliando di controllo: privilegi della tecnologia made in Italy!
La prospettiva che si profilava non era delle più allettanti: accompagnare l’incolpevole amico, a suon di spinte (con relative parodie delle sacre litanìe), fino al più vicino centro di assistenza dei rossi bolidi di Borgo Panigale; in assenza di alternative praticabili mi rassegno all’idea e, dopo una lunga sequela di soste, fermate e successive partenze a forza di energiche spinte, alla fine giungiamo, esausti e grondanti per lo sforzo, alla sospirata officina, confidando che l’inopinata dèfaillance fosse da attribuire ad una banale perdita di carica della batteria. Ma il guaio era più serio e la giornata, con il tempo che si era volto al meglio dopo gli accenni di pioggia del primo mattino, ormai compromessa: la solita fortuna.
Non rimaneva che riaccompagnare a casa l’amico confortandoci a vicenda col concederci un lauto pranzo a base di pesce: pranzo da re, ma lo avrei pagato a caro prezzo, per l’intero pomeriggio, con dolori atroci allo stomaco provocati dalla mia ulcera che si era ridestata dal letargo senza alcun preavviso.
Dopo una breve siesta per smaltire la sonnolenza indotta dal pranzo e dal vino, l’amico insiste affinchè lo accompagni a Mestre nel primo pomeriggio: c’è una festa della comunità bengalese di immigrati dal Bangladesh; non ne avrei alcun desiderio ma cedo alle sue pressioni.
Arriviamo alle tre, sotto al cavalcavia della stazione presso la sede della CGIL, e fino alle sei non si vede nessuno, benchè l’ampia sala sia aperta e riveli, in maniera inequivocabile, la propria destinazione: sedili ben disposti con tanto di posti riservati ai pochi italiani, manifesti in bengalese, cartoni di bibite ai lati, qualche festone colorato, microfoni collegati ad un mixer, curiosi strumenti musicali e, sul fondo, la bandiera italiana affiancata a quella del Bangladesh.
In simili circostanze, di solito, non sono molto paziente e ben presto comincio a dare in escandescenze. Alle sette (la ragione è ovvia, mi suggerisce l’amico: le fabbriche, di Sabato, non chiudono!) la sala è stracolma di gente e dopo un’altra mezz’ora non si riesce nemmeno a respirare: mi sforzo di prestare ascolto alle loro melodie, mi inebrio della bellezza delle loro donne (poche, per la verità) e dei loro vestiti variopinti e raffinati, ma il mio stomaco è in fiamme, l’afa mi soffoca e mi sento mancare.
L’amico non capisce, fraintende e mi apostrofa a questo modo: "La tua è paura, paura delle gente di colore, dei <diversi>"! Non ho energie per ribattere e lascio perdere; non so come, ma riesco ad assopirmi. Quando mi ridesto, l’afa è la medesima, il caldo quasi insopportabile ("Come faranno queste ragazze" – mi chiedo – "a resistere sotto quelle pesanti bardature?") ma il dolore s’è attutito e riesco a respirare.
Mi guardo attorno, presto attenzione alle voci (le parole non le comprendo, ma non ha importanza), avverto, nelle melodie, diffuse con il modesto ausilio di semplicissimi strumenti: un organetto manuale piuttosto rudimentale, qualche percussione che itera all’infinito sempre lo stesso ritmo e la voce dei solisti che si alternano al microfono, sonorità sospese tra le arie dei vocalizzi dell’India, i ritmi più sincopati dell’Africa magrebina, la pronuncia con forti aspirazioni dell’arabo o del persiano e le tristi e malinconiche litanìe delle preghiere islamiche: – Ma non vengono dall’India – mi chiedo? Certo, e dell’India, della sua gente, conservano l’innata cordialità spinta talora sino al complimentoso, ma pure il bruno colorito della pelle e il multiforme cicaleccio di fondo: in certi momenti sembra quasi di stare in un bazar di Algeri o Zanzibar.
Nelle prime file si agitano bimbi di tutte le età il cui colorito vira da una creta appena più chiara della corteccia di un mandorlo al colore del cioccolato al latte: sono vivacissimi, uno in particolare, pasciuto e ben nutrito che per sua fortuna non conoscerà mai l’incubo della fame cronica dei suoi coetanei di Chittagong, Khulna o Narayangani: una vittoria questa gente l’ha già ottenuta – mi dico – se non altro per il futuro dei propri figli. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto di richiamare i figli all’ordine e ai loro posti, le rispettive madri desistono e li lasciano fare; ma non appena impugna il microfono un solista che intona un motivo orecchiabile anche per noi, scandendo con particolare enfasi le parole, nei passi che presumo cruciali della canzone, la sala piomba nel silenzio; a folate successive, dapprima lievi poi sempre più intense e convinte, sale l’onda ritmica delle mani che accompagnano, a tempo, la cadenza; quindi scrosciano gli applausi ed esplode un’ovazione liberatoria.
A tratti, ascoltando i solisti cantare, con voci modulate su registri sempre nuovi, per quanto a me risultino abbastanza simili, sono colto da brividi, anche se non comprendo una sola parola: ma capisco, dalla voce, lo strazio di colui o colei che s’è lasciato alle spalle tutto, che è lontano dalla Patria, che deve fare i conti giornalmente con una lingua e una terra che non sono le sue, che, ancora, manca di tutto quanto ad un uomo è vitale, oltre al lavoro e ad una casa.
Mi sorprendo a commuovermi all’apparizione di un bambino, ad occhio e croce sui 14 anni, che si esibisce nel canto sostenuto con maniere paterne dagli strumentisti che lo accompagnano adattandosi alle sue esigenze e si rituffa nell’anonimato mentre sta ancora scandendo l’ultima battuta della sua canzone: anche gli altri sono così; nessuno che si atteggi a primadonna.
Nascondo tuttavia quello che provo e non lo lascio minimamente trasparire: lo faccio adesso.
Ci assentiamo per un po’ per prendere una boccata d’aria e dissetarci con una birra fresca (i bengalesi non servono alcolici, nè li assumono – "per via della religione" – puntualizza opportunamente l’amico) e quando facciamo ritorno troviamo all’ingresso una gazzella della Questura: il primo istinto sarebbe di sputargli addosso: questa è tutta gente che lavora nei cantieri o nelle fabbriche di Mestre o di Vicenza o di Brescia, con regolare permesso di soggiorno, molti di loro con la famiglia e i bambini al seguito, puliti, dignitosi, addirittura eleganti: che necessità c’era di una tale messinscena? – Sbirri di merda! – vado imprecando tra me, ma non riesco a trattenermi e, mentre sfiliamo davanti alla pattuglia, mi esibisco in una scatarrata all’indirizzo, sottinteso ma palese, di quei signori, che nemmeno si scompongono.
Rientriamo e ci tratteniamo ancora per un po’: ci offrono quello che hanno, senza chiedere niente e col sorriso sulle labbra. A chiedere qualcosa è piuttosto un connazionale, un giornalista che mi porge la mano e si presenta a questo modo: "Salve, sono il tal dei tali, della Nuova Tribuna di Venezia" e mi continua a fissare aspettandosi chissà cosa. Ricambio, urbanamente, il saluto e sono tentato di rispondergli in malo modo, ma ho il buon gusto di trattenermi, attenendomi a maniere più cortesi: veniamo in chiaro così del fatto che il tizio era convinto fossimo stati noi – chissà poi perchè – a promuovere e ad organizzare la festa e si aspettava, di conseguenza, qualche dichiarazione. Poi si eclissa e non lo vediamo più.

NOTE
1. "Poderosa" era l’affettuoso appellativo con cui E. Guevara aveva ribattezzato una vecchia e gloriosa motocicletta con la quale aveva tentato, senza successo nei primi anni ’50, la traversata dell’intero Sudamerica, lungo la Cordigliera, affiancato dall’inseparabile amico Alberto Granado. Cfr. Ernesto Che Guevara-Alberto Granado, Due diari per un viaggio in motocicletta, Milano, Feltrinelli, 1994, pp. 18 e 136.