FESTA MACONDO 2009


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Pove del Grappa, 23 aprile 2009

«Non domandare: “come mai i tempi antichi erano migliori del presente?”, poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza». [Qoèlet 7,10]


«Dove senti cantare, avvicinati e sosta tranquillo! Non è mai cattiva la gente che canta». [Anonimo]

Amiche e Amici carissimi,

può capitare che nel momento in cui ti soffermi ad annusare l’aria, tu senta nell’odore di neve che accompagna il vento qualcosa che ieri non c’era, un profumo straordinario che riconosceresti tra mille. All’improvviso ti ritrovi accanto qualcosa, che forse si era allontanata un po’, ma che sapevi di non aver perduto. Quel qualcosa ora senti che sta scendendo dentro di te. È la gioia, quell’unica, inconfondibile sensazione di puro, completo benessere che si accompagna sempre alla primavera. Un sentimento che ti fa sentire appagato e nuovo, come nuova è la natura che si rigenera, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. L’aria, ora più tenera e calma, ti dà un senso di rilassamento, di estraniazione dai problemi, dai pensieri turbolenti e ansiosi. Tutto il tuo essere riprende forza, calore, vivacità. Quanti annunci ci regala la primavera! Essi sono la voce di qualcuno, che entra suaviter in noi e, in libertà, ci guida fortiter verso le mete che sono le nostre. È la sapiente mitezza di Dio, che dispone tutte le cose in modo a un tempo forte e soave. Un accompagnamento assiduo che si fa presente con soavità, che rispetta la libertà e che, proprio in ciò, risulta forte nel guidare verso mete in grado di rivelare noi a noi stessi. Affermare che la primavera porta speranza è frase priva di senso: preso in se stesso quel breve fiorire è un tempo macinato dal succedersi implacabile delle stagioni. Il discorso cambia se si sostiene che la primavera è segno di speranza. Tutto riposa sulla capacità di trascrivere in termini umani quanto, ciclicamente, avviene in natura. Il fiorire di un arbusto che appariva completamente secco simboleggia una capacità di ricominciare, che può dischiudersi anche là dove vi era un’aridità priva di vita. In questa luce la primavera richiama non tanto un bimbo che sgambetta e cresce, quanto la speranza contra spem del vecchio Abramo e della sterile Sara, che videro rinverdire in loro stessi la capacità di donare la vita. È chiaro che la gioia non è la soppressione della sofferenza, ma lo scoprirsi accolti. A conferma di questo due immagini significative possono illuminarci.

L’immagine della paternità, di un uomo che traccia solchi e getta semi da coltivare a vantaggio dei propri figli e di altri, non è un compito vago e unilaterale, ma un’arteria che esce dal cuore dell’uomo, un atto struggente e autentico. Coniugare assieme la consegna del seme gettato e la speranza che altri lo sappiano coltivare, è un gesto che evoca lo spirito del Padre creatore, che ridesta la vita per affidarla ad altri che la sappiano custodire e prolungare.

    L’immagine della maternità, di una donna che allatta, culla o coccola e protegge il bambino a cui ha dato la vita, in tutte le culture, le epoche, le arti, i racconti popolari, in tutte le esperienze vissute, è l’immagine più delicata e alta, profonda, inesprimibile della nostra umanità. Non le opere della forza e dell’intelligenza, ma il lavoro semplice e fondamentale del curare e amare la vita, nel suo stato sorgivo, nascente, bisognoso di tutto, potenzialmente capace di tutti gli sviluppi e di tutta la creatività umana.

L’umanità di ciascuno di noi raggiunge la luce là dove il male, anche solo in un punto, è vinto. È un confine, non definito da un’assenza, ma da una risposta d’amore al patire e al male. Ognuno matura la coscienza critica del male, se riesce a riconoscere quel male di cui è responsabile. Inizia allora un risveglio per cambiare vita, per cui non accetteremo più di essere pedine irresponsabili di mediazioni sociali e politiche cattive o false. La priorità di questo nostro tempo è la giustizia. In mancanza di giustizia non c’è verità e non c’è nessuno che possa dirsi libero, se non rivendicando un privilegio. Il Vangelo afferma che il Figlio dell’uomo «non ha dove posare il capo». L’umiltà di Dio diventa la forza che rovescia le potenze della Terra. È una potenza che accetta l’impotenza. Ha scelto “l’ultimo posto”, non per soffrire, fare penitenza, espiare, bensì perché questa povertà scalza dalle fondamenta le costruzioni del potere sull’uomo. Non si realizza, infatti, la fraternità senza scalzare il potere dell’uomo sull’uomo, lo sfruttamento, l’inferiorità, l’impedimento a vivere. Si tratti di forme politiche o religiose. Gesù attacca il Tempio e lava i piedi ai discepoli: se lo fa, è proprio per sradicare il potere. Ci indica che la grande forza sta nella rinuncia a essere più degli altri. Non è la rinuncia a perfezionare la nostra vita, ma a usare la perfezione per dominare, a servirci di qualche nostra capacità, per stare al di sopra degli altri.

Una sala d’aspetto come tante. Alcune signore conversano. Oggetto: rapine, furti, borseggi, truffe. Sembra che non avvenga altro nel mondo. È vero che ciò che offende s’impone, fino a diventare, anche per volute amplificazioni mediatiche, una filosofia della vita: «Siamo proprio messi male. Non c’è sicurezza, non c’è giustizia». C’è grande bisogno di bene, ma poca capacità di vederlo, di riconoscerlo (infatti non manca mai), e di chiamarlo. Così si resta senza il bene e l’immagine del male sovrasta. Volere il bene implica avere occhio adatto al bene. «Chi ha orecchie per intendere intenda». Per credere nella giustizia facendone le opere, non occorre che la giustizia ci sia, basta avere sete di giustizia.

Il tema della prossima festa nazionale di Macondo, il 30 e 31 maggio 2009, a Bassano del Grappa, nella struttura dell’Istituto Graziani – via Cereria n. 1 (gentilmente concessa)

«Quando ci sono nel mondo troppe cose che non vorresti vedere, è il momento di aprire gli occhi»

vorrebbe raccogliere i segnali di un nostro sentire comune piuttosto inquietante, lanciando, nello stesso tempo, un messaggio di speranza. Siamo malati di fatalismo (come cultura e come persone) che ci fa aggressivi, paranoici, visionari, assettati di benessere che, alla lunga, si rivela un inferno per noi e per quanti pagano il nostro lusso e il nostro potere. Vedendo e subendo il malessere e l’involuzione della società, quasi sempre e da tutti, viene fatta una critica a occhi chiusi. Una critica senza visioni, senza prospettive. Sembra che la depressione non sia più solo una patologia psichica, ma sia diventata una cultura diffusa. Funziona come un meccanismo di difesa: ci immunizza dal rischio della speranza e dal dolore vivo. Avendo a che fare ogni giorno con il velenoso sovrapporsi di gruppi chiusi, individui narcisisti, processi massificanti, illegalità e menzogne, ci sentiamo in diritto di scoraggiarci e di rassegnarci.
Il depresso, in senso culturale, si spegne da solo per cercare di sopravvivere. Se continueremo a chiederci come cambiare le cose, restando dentro a questa posizione depressiva, non arriverà certo alcun cambiamento. Se davvero sentiamo l’ingiustizia del presente e le sofferenze che provoca, dobbiamo risvegliare in noi la capacità di vedere un altro ordine del mondo. Vedere realmente significa iniziare ad agire e non fissare qualcosa con lo sguardo, lamentandosene, restando fermi e inattivi. Gesù stesso, come luogo privilegiato di azione e d’intervento, non ha scelto il tempio, ma la strada, la casa dell’uomo, il luogo di lavoro dei pescatori e dei contadini, perché lì c’era una vita da trasformare, da liberare: una liberazione umana, totale, da tutto quello che è di ostacolo all’amore. La discriminante essenziale che divide gli uomini è quella che passa fra chi, nonostante tutto, crede alla loro dignità, s’impegna per gli oppressi, lotta per dare voce e spazio alle speranze più profonde e vere di ogni uomo e chi, invece, non crede sia possibile questa trasformazione e si consegna, arrendendosi, a quelle forze che tendono, per il loro dominio, a ignorare le diverse situazioni ed esigenze degli uomini. Inutile nascondersi che per il primo caso siamo di fronte a una fede che accumuna credenti e non credenti in Dio.

 Ci troviamo tra amici fidati, lasciatemi sfogare le ire sacrosante – se preferite, le chiamerò più moderatamente e più giustamente indignazioni – per le ignominie del mondo! Il forte, il denaro nella versione moderna del mercato, ha giocato a fare il dio, e ora sta mostrando il conto, rivelandosi il dio della morte. Decide lui a chi dare la vita e a chi la morte, a chi il bene e a chi le briciole. La sua capacità distruttiva di ogni vita è proporzionale alle sue conquiste. Aver lasciato al dio mercato il governo del mondo, anche quando ha preso la forma della deregulation, di rinuncia programmata a ogni legge che fosse di impedimento alla libertà dei forti, è stato un crimine cercato e voluto. «Questa è la vita, qui dobbiamo vivere», è una frase ricorrente. È tacita disperazione, che dobbiamo respingere e combattere. Non si ha il diritto di parlare di Dio Creatore, se poi non sappiamo proporre modalità di vita, uno stile da portare davanti agli affari, alle leggi dell’economia, ai piani militari, alle strutture del nostro quotidiano. L’uomo è un insieme di dimensioni interconnesse, tanto da rendere impossibile una vita morale in un settore della vita (quello sessuale per esempio), se anche altri settori non vengono illuminati da identiche prospettive.

Termino questa lettera mentre guardo dalla finestra la primavera che mi sta contagiando di un’ebbrezza gioiosa, con un invito alla speranza, anche se da sola non è sufficiente a cambiare lo stato delle cose presenti e una sfida a tutti: Non mi interessa che mi diciate quello in cui credete, mostratemi quello che fate. Vi aspetto tutti e con tanti amici alla Festa e Vi abbraccio con affetto e tenerezza,

Giuseppe Stoppiglia
 
 
 

Per chi viene da fuori Bassano del Grappa e ha necessità di fermarsi a dormire in occasione della Festa nazionale, segnaliamo la possibilità di prenotare presso:
Ostello Cremona (Bassano del Grappa) – tel. 0424 219137 (prenotaz. da lunedì a venerdì 8.30-12.30, 16-19)
Ostello Scalabrini (Bassano del Grappa) – tel. 0424 506792 (oppure Matteo Corradin 339 2598697)
Hotel Brennero (Bassano del Grappa) – tel. 0424 228538
Hotel Miramonti (Pove del Grappa) – tel. 0424 550186
Hotel Cavallini (Solagna) – tel. 0424 558005 – 558155