Festival escolar “Juntos na luta contra a colera”

Uige, nord Angola, Agosto 2006

Un giorno di festa nella terra piegata dal colera
Scuola 107, scuola 29, scuola 1078, scuola 11, scuola 323… Mura a metà e pavimenti di terra, sedie colorate trascinate da casa, tende e alberi come divisori, inno nazionale e matite condivise a dieci mani, fango tra i banchi (e sotto ciabatte) che fungono da lezione a cielo aperto per la pioggia… 27 scuole riunite in una lunga mattinata africana per un inno contro l’epidemia di colera che da oltre 5 mesi interessa il nord dell’ Angola.

Numeri, un nulla per chi legge senza averci messo piede, in questi… edifici. Quanto interessa questo piccolo mondo moderno, nel nord dell’Angola? Non

interviste di rilevo nazionale, nessun ministro, nessuna tragedia di larga scala. Provincia, sapore di sofferenze e riscatti, case forate dai proiettili della guerra, tende che raccolgono ammalati di colera e ragazzini che al mercato comprano finte Nike e cellulari esposti tra panni colorati e baracche di legno.

Racconti per chi? E racconti che cosa, racconti come, racconti con che parole per non sfilacciare nel pietismo e nella critica sociale le fiammate di vita che ogni giorno avvolgono, stravolgono colpiscono, le fiammate di vita, di strazio, di pienezza, un amore incomprensibile e illogico che è quotidianità per tutti quelli che camminano su queste strade di fango e buche? Tra etica del dover narrare e senso di coinvolgimento completo, al di là di ogni raziocinante analisi, condivisione totale che toglie il fiato e a volte anche gli interrogativi, che lascia solo l’adesso, cosi intenso e consumante da non permettere rielaborazioni, ma solo infiniti istanti di presenza attiva, travolgente.

16 agosto 2006. 27 istituti elementari, medi e inizio superiori – qui in Angola si parla di scuole primarie e secondarie – impegnati uno strano festival, ragazzini riuniti in 12 diversi centri della città di Uige e dei suoi sobborghi, una festa contro il colera vissuta tra polvere dei cortili e aule a cielo aperto, cassette che girano su vecchie radio alimentate da pile cinesi, tamburi di latta e abiti di scena comprati al mercato, tra i tanti camici spariti dalle corsie dell’ospedale. Due settimane di lavoro, magrissimi professori che accanto agli infermieri studiano sintomatologia e cura di una malattia che è allo stesso tempo antica e moderna.

Il colera è vita quotidiana da oltre 5 mesi, nel nord dell’Angola. A un anno dall’ epidemia di Marburg, febbre emorragica che causò, a detta del governo poco meno di 300 vittime, secondo le stime delle organizzazioni sanitarie internazionali impegnate sul campo oltre 500 morti, ad un anno dal panico e dai pianti che riecheggiavano tra le case di mattoni rossi e i rivoli di acqua scura, la citta’ di Uige non è ancora uscita dall’emergenza. Riunioni periodiche tra partner nazionali ed internazionali, elenchi di nuovi casi e nuove vittime, chiusura e riapertura delle tende dell’efficiente Centro di Trattamento del Colera impiantato dai Medici senza Frontiere Spagna, sensibilizzazione nei borghi, tra sentieri che scivolano per le piogge e sovraffollate case d’argilla e lamiera. Occhi speranzosi e occhi delusi, di pazienti, di dottori, di infermieri che giorno dopo giorno credono a una fine e si ritrovano faccia a faccia con una nuova curva del epidemia, una curva che ha il volto impaurito di un bombino, il corpo stanco di una donna, le gambe vacillanti di un vecchio.

Scuola 323. Atrio. Mura rosa, corridoi pavimentati, banchi di legno. Dieci aule. Un nulla, per il mare di divise bianche che camminano, sedie in testa, verso l’ingresso, pronti ad affrontate il primo dei tre turni in cui la scuola ha dovuto dividere i troppi(??) bambini del quartiere. E poi il rosso intenso di un cortile da retrobottega su cui si affacciano altri tre edifici, palloni di stoffa e corde rubate dai sacchi di farina, portoni di legno che cigolano tra pietre e mura annerite, panche tarlate in equilibro sulle gobbe della terra battuta, tendine di plastica al posto delle finestre, treccine colorate che si alzano e intonano un canto di accoglienza.

Scuola 107, scuola 29, scuola 1078, scuola 11, scuola 32.

16 agosto 2006 Tanti nuovi anfiteatri per un giorno, un giorno di festa, in cui anche l’ educazione si sente protagonista, scordando il sottoscala in cui è ospitata la direzione municipale scolastica, scordando il budget zero degli istituti, i cento cinquanta dollari di stipendio che spesso non arrivano, le 6 di mattina camminando per raggiungere a piedi le aule, troppo un dollaro di taxi pubblico per il bilancio familiare di un prof. Direttori e maestri che con il nulla che hanno a disposizione si inventano danze, canti, scenette teatrali, organizzano banchi per giurati, lenzuoli di benvenuto, palchi temporanei per accogliere equipe di ragazzini protagonisti e sorridenti che ballano, recitano, cantano, applauditi da amici e docenti. Una gara che è una festa contemporaneamente dislocata in12 diversi centri educativi della citta, e che ovunque si conclude con quaderni, penne palloni, cloro e varecchina per tutti, materiale per studiare e materiale per disinfettarsi.

Quando la speranza genera speranza. Quando raccontare significa mostrare la speranza. Testimoniare che c’è anche voglia di un riscatto vero, non modellato da spot televisivi o progetti di sviluppo miliardario.

Racconti per chi? E racconti che cosa, racconti come, racconti con che parole. Con le parole che vengono, quando il senso e più forte dello stile, quando devi dire che 2.000 dollari raccolti da alcuni organismi internazionali quasi a titolo di amicizia, 2000 dollari sono festa per oltre 10.000 bambini, educazione e distribuzione di materiale sanitario, un nulla che è un primo passo. E non solo durante un’epidemia di colera. Mille e unainiziative, fatte di mani e fondi raccolti a voce. Fatte di sguardi diversi..