Fotografare, un riposo per la mente

Perché fotografo? Dopo tanti tentavi di risposte – perché voglio testimoniare, perché è la mia missione, per vedere come sono le cose una volta fotografate – sono arrivato a una conclusione molto semplice.

La fotografia mi permette di avvicinarmi alle persone, di aprire porte, di capire un po’ di più e, a volte, di condividere. Il grandangolare, vietato lo zoom, mi spinge ad avvicinarmi alle persone. Robert Capa non diceva poi che se la foto non è riuscita è perché eravamo troppo lontani? Bene, la vicinanza mi aiuta a creare legami, anche se tenui, anche se passeggeri, certamente intensi. Ricerco momenti, visi emozionanti, il mio cuore deve battere e i miei occhi devono scintillare. Per l’emozione, per la curiosità. Senza queste due spinte, fotografare diventa noioso. Lassù mi si preservi dal fotografare riunioni e seminari…

Uso fotografare situazioni che non sono semplici e che mi provocano. Sono ragazzi infrattori, sono bimbi che vivono nella povertà estrema, sono i catadores, quelli che sopravvivono della nostra spazzatura. La sfida è farsi accettare. Abitualmente ci riesco con pazienza e una buona dose di onestà. È un lavoro di lenta approssimazione. Non si può entrare dando un calcio alla porta. Bisogna sapere farsi vedere e sapere aspettare il momento giusto, la persona giusta, che possa aprirti la porta. E poi ascoltare molto. Entrare è difficile ma ancor di più è uscire e chiudersi la porta dietro. Sapere che mentre loro rimangono nella merda tu potrai comodamente accomodarti ad un bel tavolo di ristorante. Ti accompagnano le domande. Ho contribuito un po’? Ho aggregato qualcosa? Sarò buon messaggero? O sono solo stato un voyeur, perché nella fotografia c´è sempre una buona parte di voyeurismo.

Mi interessano situazioni di povertà, di sofferenza ma anche le soluzioni. Mostrare la povertà sì, per me è un impulso, ma mi piace mostrare che esistono organizzazioni, uomini, donne e giovani, che si rimboccano le maniche. Nella “pastoral da criança” sono i giovani sfavoriti che si dedicano allo sradicamento della malnutrizione.

Mi piacerebbe molto passeggiare con la macchina fotografica e prendere delle “istantanee”, l’istante decisivo, un po’ come facevano anticamente i “maestri” della foto a Parigi a New York. Ma erano tempi in cui gli incontri con le persone non erano mercantili come oggi. Questo tipo di foto, vuoi per la malizia delle persone, vuoi per le leggi di preservazione dell’immagine, si stanno estinguendo. Cosa sapranno fra cent’anni i nostri nipoti di come si viveva in strada?

Ma camminare per la città è troppo bello e quindi fotografo la città senza le persone. Cosa non difficile a Brasilia. La capitale futurista non concede molto alle persone perché è una città fatta di macchine, cemento e grandi spazi di natura. Quasi nessuno passeggia, e così l’atto di fotografare non incontra ostilità. Le linee di Brasilia osservano mute. E per me che sono spesso a contatto con realtà cariche di sentimenti, siano essi positivi, nel caso della pastoral, o tristi, come nel caso di un lavoro che sto facendo con famiglie vittime di violenza, fotografare Brasilia rappresenta un riposo per la mente. Nulla succede. Ma qui non siamo più nell’“instant décisif” piuttosto nell’istante… non decisivo. Non me ne voglia Henri Cartier-Bresson.