Francesco

La “testimonianza” di Mario Bertin

«Francesco forse è un po’ l’uomo che tutti vorremmo essere», ha annotato Mario Bertin nella dedica sulla mia copia del suo bellissimo libro. Una annotazione vera e sincera, che merita qualche ulteriore considerazione e approfondimento. Anche perché il suo libro, per chi avrà la gioia di leggerlo, non è solo la vita, la morte e la resurrezione di un santo, ma la documentazione drammatica di una ricerca che continua e di cui quella di Mario è un’importante testimonianza.
L’adesione umana e spirituale dell’autore al dramma di Francesco è evidente anche se mai proclamata. Solo una introiezione totale della vita di un altro nella propria persona, solo una introiezione riuscita, può dar luogo ad una rilettura e selezione dei fatti del tipo di quella che Mario Bertin ci offre in queste pagine. Per questo Mario non sente il bisogno di distinguere tra l’uomo e il santo, tra il laico e il religioso: così come per Francesco la pienezza dell’uomo è il punto di congiunzione tra l’umano e il divino, e la ricerca di questa pienezza rappresenta la scalata al cielo.
Nella vita di Francesco, come in quella di ciascuno di noi, la parte pubblica dell’esistenza si svolge parallela a quella intima, interiore. L’appiattimento sulla prima genera l’emersione dal nulla verso il nulla. Una massima visibilità che, anche se ricercata con impegno e come un grido di disperazione, non lascia traccia dopo qualche istante, come nei segnali luminosi di soccorso nella notte per le navi in difficoltà. La totale immersione nella seconda provoca la scomparsa del tutto, un buco nero che attrae e terrorizza nel contempo.
Questo ci insegna anche l’esperienza del divino in ogni religione. Il Dio che si manifesta in entrambe le forme: con la sua presenza visibile e terrena mediante la quale rende pubblico il suo messaggio; oppure mediante l’avvicinamento al divino che si verifica con la ricerca interiore e sofferta di uomini come Francesco. Francesco che è forse la figura umana che più si avvicina al Cristo uomo. Al Padre Nostro di Gesù fa riscontro il Cantico di Frate Sole di Francesco.

La vita pubblica di Francesco: il suo interrogarsi
La semplice descrizione della vita di Francesco d’Assisi, la sua parte pubblica, mostra la vita spensierata degli anni giovanili, gli amici, i giochi, gli schiamazzi notturni e i viaggi avventurosi.
Ma, in parallelo, il suo interrogarsi il suo crescente malessere esistenziale, fino alla crisi mistica e alla conversione religiosa. Di qui il pieno dispiegarsi alla luce della sua vita interiore.
«Vi fu, nella città di Assisi, un uomo di nome Francesco, la cui memoria è in benedizione […]. Nell’età giovanile, crebbe tra le vanità dei vani figli degli uomini» (Bertin 2002: 9).
Agli occhi del padre, Pietro Bernandone, Francesco appariva «fragile e, nello stesso tempo, duro nella sua determinazione. Avrebbe potuto essere un buon commerciante. Ma del commerciante non aveva la qualità principale di dar peso al denaro. Quel che guadagnava lo spendeva con gli amici e le donne, nel vestire e nelle feste. Mostrava la malinconica dolcezza di chi insegue un sogno tutto suo, un sogno segreto, dal quale solo le cose ricavano valore ed importanza. Ragionava con le regole del sentimento.
E la passione con cui viveva traspariva nella lucentezza dello sguardo» (Bertin 2002: 14).

Il crescente malessere
Bernardo e Francesco erano i due amici inseparabili degli anni giovanili che condividevano il fervore e i piaceri di quell’età ma anche il malessere della loro appartenenza a due mondi in via di imbarbarimento. Il mondo «declinante ed un po’ triste della nobiltà» Bernardo, e quello «emergente e protervo della borghesia» Francesco (Bertin, 2002: 65).
Il malessere si rafforza e si fa coscienza in Francesco, genera insoddisfazione, ribellione e poi voglia di cambiamento. Prima si muove uomo tra gli uomini, partecipando alle imprese che riteneva riparatrici di torti e ingiustizie.
Cerca di comunicare con il nucleo umano a lui più vicino, la famiglia, ma l’amore incondizionato della madre e le sincere preoccupazioni paterne si rivelano barriere anziché ponti verso la comprensione reciproca.
Un muro esiste anche tra lui e gli amici: un muro di incomprensione dovuto al fatto che l’evidenza dei fatti quotidiani non concedeva spazio ai suoi turbamenti e al suo distacco critico. Questo lo sradica dalla famiglia, dagli amici e dai cittadini della sua città, Assisi. Le annotazioni del libro sui pensieri di Francesco sono pregnanti e drammatiche: «Inavvertitamente stava andando alla deriva. Trasportato dalla corrente ampia dei sentimenti, si allontanava piano piano dalle sponde conosciute. Si staccava dal ceppo della sua vita. Si staccava dalla vita degli altri. Allora anche gli altri incominciarono ad allontanarsi da lui.
Ed era come se la realtà che lo avvolgeva gli si scollasse di improvvisamente di dosso, come se venisse spogliato della sua stessa pelle, delle voci, degli sguardi, dell’affetto. La gente della casa, la gente di Assisi non lo riconosceva più come uno dei suoi. Non lo considerava più come uno della famiglia, come uno della città» (Bertin, 25­26).

Il passo decisivo: la conversione religiosa
Infine, con passo sempre più sicuro e intenso, intraprende il suo cammino religioso. Una esperienza, quest’ultima, piena di grandi gioie ma anche di sofferenze fisiche inaudite, di compromessi penosi e di sconfitte.
Francesco scopre lo svuotamento che negli uomini si è verificato con la loro presenza affannosa nella vita pubblica. Avverte i rischi nell’inseguire i problemi, uno alla volta, accontentandosi magari dei piccoli passi, di un cenno di assenso o di un barlume di amicizia. Capisce che, di fronte a una così forte incomunicabilità, il silenzio è più forte delle parole, l’amore dell’odio.
Per poterlo fare bisogna però risalire alle fonti della gioia e della vita, a quel nucleo di verità e di valori dove l’umano e il divino si incontrano, si ricongiungono. Questo significa liberarsi da quei vincoli rappresentati dalle radici ormai corrose e quindi non più autentiche (la famiglia e gli amici) e dai falsi idoli (il potere e il denaro) che impediscono l’accesso alla verità e alla "perfetta letizia".
La conversione religiosa viene sollecitata da questa presa presa di coscienza e ne diviene il lievito che lo spingerà nei passi successivi. Con le parole di Mario Bertin: «Aveva avvertito viva la presenza dell’essere profondo che tutte accomuna le cose. Improvvisamente, senza alcuna sua iniziativa, si era aperta una porta su un mondo da sempre conosciuto ma che mai prima aveva direttamente sperimentato. Allora Gualtiero e Innocenzo III, la guerra, la nobiltà, gli amori gli apparvero come illusioni di un grande teatro. E si scopriva a sorridere nel vederli affannarsi dietro a un gioco effimero» (Bertin 2002: 21­22).
Uscire dal vecchio ricreandosi nuove radici e nuovi legami, una comunità di affetti e di aspirazioni, costituita non più da individui tristi e isolati, ma da persone capaci di ricongiungere il cielo con la terra nel loro cammino quotidiano e terreno diviene l’imperativo di Francesco e lui assume su di sé il compito di esplorarne i sentieri.
L’umanità a cui decide di ricollegarsi è quella dei perdenti, degli esclusi e degli afflitti e la povertà diviene il punto di partenza più adeguato per questa sua missione di riconciliazione.
«Nel suo stare silenzioso davanti all’essere che ora sentiva misteriosamente vivo e reale, nacque dentro di lui una solidarietà nuova, l’incontenibile impeto a una nuova fratellanza. La fratellanza di coloro che, come lui, erano confinati fuori della vita. I poveri. I mendicanti. Capiva che riconoscere dio come l’essere che fonda l’esistenza di ognuno, come la vita vera che fa vivere ogni vivente, aveva l’effetto immediato di esigere l’amore verso ogni uomo, di fare scorgere in lui un fratello vero, legato a lui da un vincolo più profondo del vincolo di sangue, perché radicato nelle ragioni stesse dell’esistenza» (Bertin 2002: 27­28).
La rivelazione pubblica della scelta interiore di Francesco avviene con l’episodio della spogliazione in pubblico, davanti al padre Bernardone, al vescovo Guido e alla madre Pica, nella sacra cornice della chiesa, per cogliere la religiosità di quel gesto, la rottura definitiva di ogni legame terreno, con le proprie radici.
La testimonianza che ne dà Mario Bertin, discostandosi dal documentarismo di altri autori forse più preciso nella sequenza degli eventi ma, certamente, più debole nella capacità di rappresentare la drammaticità e lucentezza dell’evento, è tra le pagine più splendide, e sono molte, del suo libro.
«Eccoti i tuoi vestiti» bisbigliò Francesco. «Ora non ho più nulla di tuo».
Poi, voltandosi verso i presenti: «Udite e intendete: fino a ora ho chiamato mio padre Pietro di Bernardone; ma perché ho fatto proposito di servire Dio, gli rendo pecunia, per la quale era turbato, e inoltre tutti li vestimenti che ebbi del suo, volendo da qui innanzi dire: "Padre nostro che sei nei cieli", e non: "padre Pietro di Bernardone"» (Bertin 2002: 50­51).
La nudità di Francesco nella chiesa, simbolo della povertà assoluta, il suo ripudio della paternità terrena per quella celeste, rappresentano ciò che ispirerà tutta la sua successiva missione, la scelta che difenderà fino alla morte, dell’aderenza unica e più assoluta al Vangelo, alla vita e all’insegnamento di Gesù. Un percorso che la selezione e l’interpretazione dei testi proposti da Mario Bertin illustrano in modo mirabile.

I rapporti con la chiesa
Le posizioni di Francesco apparivano critiche dei costumi del tempo ma non nemiche della Chiesa. L’ispirazione iniziale di questa avventura gli era venuta dall’apertura del Vangelo e dal testo di Matteo, di certo il più radicale tra gli apostoli.
«Era la prima volta che una scelta di vita così differente da quella che conducevano il clero e la curia non si accompagnava a invettive di condanna.
Quei frati, anzi, predicavano nei confronti della Chiesa l’ossequio e l’obbedienza incondizionata» (Bertin 2002: 78).
Il dissenso con la Chiesa nacque per la resistenza di Francesco a trasformare la loro fratellanza in ordine e regole scritte. Nessuno aveva capito fino in fondo che la scelta della povertà, così insistita e completa, serviva anche ed appunto alla rinuncia ad ogni diritto, ad ogni volontà e necessità di pretendere e di chiedere, ad ogni diritto a ricevere. Così come il rifiuto ad organizzarsi nasceva dalla volontà che la fratellanza fosse il risultato della libera e convinta volontà di ciascuno, in ogni istante della vita, della spinta a muoversi insieme e non di regole scritte.
Scrive bene Mario Bertin: «Non c’era alcun obbligo. Se non amare. Se non gioire. Se non donare tutto e donarsi interamente. Erano nudi come frutti spolpati di fronte al mondo e di fronte a dio. Erano completamente liberi» (Bertin 2002: 85).

Attualità di Francesco
La vita di Francesco ci attrae, c’intriga e ci coinvolge. Lo dimostrano le numerose pubblicazioni che su di lui sono apparse in anni recenti. Nell’introduzione al testo di Chiara Frugoni Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Jacques Le Goff attribuisce questo rinnovato interesse per Francesco alle «passioni e problemi contemporanei: la reazione alla povertà, cioè al denaro, al dolore e alle miserie del corpo, l’aggravamento repulsivo e insieme avvincente dei processi di emarginazione, il desiderio di rispettare e integrare la natura nella sensibilità umana, la spinta, in una società ancora dominata dalle tradizioni cristiane, verso un’affermazione del ruolo dei laici e delle donne, l’aspirazione a un ritorno di religiosità mescolata a una certa diffidenza nei confronti delle chiese e delle religioni costituite, l’atteggiamento rispetto all’altro e al diverso (come Francesco di fronte all’eretico e al musulmano), lo sforzo per limitare la violenza di chi ama la guerra» (Le Goff 1999:V­VI).
Osservazioni tutte giuste e che attualizzano il pensiero di Francesco ma che, come ogni attualizzazione e ricerca di utilità nel suo pensiero, ne tradiscono il messaggio. Soprattutto si sottraggono allo sforzo doloroso di penetrare nel nucleo della felicità umana (Dialogo della vera e perfetta letizia) che richiede pochi argomenti.
Il limite delle osservazioni di Le Goff, e che si ritrova anche nella pur bella biografia di Chiara Frugoni, è quello di tentare una lettura laica del pensiero francescano. Facendo ciò si resta dentro la divisione tra laico e religioso prodotta dalla storia europea con il trionfo dei mercanti, cioè della borghesia, della quale Francesco vede con rammarico dispiegarsi i primi risultati verso un mondo i cui orrori neanche lui era in grado di immaginare.
Francesco lotta contro i poli di questa divisione: la Chiesa e lo Stato fattesi istituzioni separate chiamate a governare le ingiustizie e la guerra; l’economia divenuta motore e modello di vita per le comunità. In mezzo, la vita quotidiana fatta di miserie, efferatezze e svuotata del proprio intimo, del rapporto con il Divino. Francesco cerca di impedire queste divisioni. Rifiuta le false "radici" ormai marce (la "famiglia", gli "amici", i "beni materiali", l"’individuo") e il ruolo a ciascuno richiesto da un copione già scritto della vita pubblica. Rientra nel mistero dell’intimo, in quel nucleo della libertà che solo la ricongiunzione tra laico e religioso nella persona possono garantire.
Francesco non difende i valori del "vecchio mondo", ormai corrosi e fantasma di se stessi. Anzi rompe con grande dolore e violenza con essi. Lo fa perché questi non rappresentano più una protezione dai mali peggiori che l’alba del nuovo mondo (il Dio denaro) annuncia.
Il ritorno che Francesco invoca non è al primo Medio Evo, ma al messaggio di Gesù, alla riscoperta dei valori dell’uomo e della persona. Dal punto di vista religioso, e cioè dell’uomo nella sua integrità, e semmai un ritorno all’epoca storica pre­Costantiniana, quella che sancisce la divisione tra laico e religioso, tra Stato e Chiesa, che rende entrambe le istituzioni funzionali alla gestione dei poteri esistenti.
Uno dei grandi teologi oggi esistenti annota in una lettera alla sua Congregazione degli OMI, in sua difesa contro la minaccia di scomunica pendente su di lui: «La presa e il genocidio dell’Occidente su molti poveri del mondo non sono senza relazione con la teologia che ha prevalso nella comunità cristiana o nella chiesa durante molti secoli, all’incirca dal tempo della conversione tra l’Impero Romano e la Chiesa» (Tissa Belasuriya, Lettera alla Congregazione OMI, 28.4.2002).

Letteratura:
. Bertin M., 2002, Francesco, Città aperta edizioni — Macondo libri, Troina
. Frugoni C., 2001, Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Einaudi, Torino
. Belasuriya T., 2002, "Lettera alla Congregazione OMI", Colombo, Fonti Francescane, 2001, Editrici francescane, Assisi.