Frases, frasi allo stesso tempo

Da próxima vez te arrebento.

Não lavar as mãos, é água benta.

Café, suco, sanduiche, café, suco, sanduiche

Façam a fila.

Gises is mai salvescion.

A praça é nossa.

 [pugno chiuso e pollice sollevato, un segno positivo]

Não acha chic emprestar dinheiro ao FMI?

Tudo ao mesmo tempo agora.

 

Cominciamo. Prima frase: La prossima volta ti faccio a pezzi. Venerdì Santo il centro è semi deserto. No, ma che dico. Il centro della città è pieno di gente. Uffici e negozi chiusi, ma è pieno di gente lo stesso. Quella gente lì. Oggi una processione deve passare per quelle strade e arrivare in quella piazza, la più grande e affollata piazza della città. Non ne ho idea di quanta gente sia, molta senz’altro, qualche migliaio. C’è bisogno di spazio, la strada si stringe, la piazza è enorme, da quel punto lo sembra ancora di più: la strettoia offre una prospettiva niente male. Un gruppo di americani fotografa la processione e l’architettura dei palazzi del centro, uffici, banche, negozi con enormi saracinesce chiuse. I calci sono improvvisi e violenti. Avrebbe dovuto capirlo subito, alzarsi prima come hanno fatto i suoi colleghi, raccogliere le sue chincaglierie e aria. Alcuni di loro ci sono abituati, senza licenza di venditore ambulante quando vedono da lontano una guardia o un uomo in divisa, sloggiano che è un piacere, corrono, scappano, la paura  di perdere la mercanzia è più forte di qualunque altra cosa, se ci stai davanti mentre cominciano a correre all’impazzata sono capaci di travolgerti. E lui invece è rimasto fermo accovacciato per terra, nella strettoia, la roba appoggiata su un telo. La processione avanza, la guardia e l’uomo in divisa devono garantire l’ordine pubblico, la calma e la serenità dello svolgimento della funzione: due calci per ciascuno, uno alla merce, l’altro a lui, poveretto. Adesso l’ha capita finalmente, si alza raccoglie i pochi cocci rimasti e si allontana verso la piazza, zona franca oggi e sempre per tutti quelli come lui, la strada è libera e finalmente la processione può passare.

Seconda Frase: Non lavarsi le mani è acqua benedetta. Nei giorni festivi è quasi impossibile controllare il flusso della gente che entra in cattedrale. La processione trova già la piazza piena. I soliti frequentatori, quella gente lì, qualche devoto che non se la sentiva di seguirla sotto il sole. Molta di quella gente lì spesso entra in cattedrale per riposarsi un attimo, siede sui banchi o nel buio dei confessionali, qualcuno addirittura dietro l’altare, e nel silenzio si addormenta. Le guardie non lo permettono, ma a volte non riescono a controllare tutto e tutti. C’è anche chi alla vista di un bacino pieno d’acqua nella penombra rinfrescante della cattedrale non resiste: una sciacquata alle mani e alla faccia, perché no. Lo fanno in tanti. Perché intingere nell’acquasantiera solo la punta delle dita quando posso lavarmi mani e faccia? Il cartello è chiaro: è acqua benedetta non… E oggi, l’avviso sarà rispettato?

Terza frase: Caffè, succo di frutta, panino. In un angolo di quella piazza lì, i suoi frequentatori abituali si sgomitano intorno al gruppetto che distribuisce caffè, succo di frutta e panino. Il panino è garantito; il resto dipende dal tipo che distribuisce. I tipi sono una decina. Maglietta bianca con la scritta Jesus te ama. Fanno parte di una chiesa evangelica, una delle centinaia di sette sorte in questi ultimi anni. È Venerdì Santo e oggi, contrariando ogni legge municipale, nel caldo dei trenta gradi distribuiscono, da un termos amorevolmente preparato ore prima, caffè  succo ecc, gratis, a tutti. Tra qualche ora torneranno con lo zuppone. Non ci saranno piatti e recipienti a sufficienza, taglieranno a metà le bottiglie di succo e ci metteranno la sbobba che i soliti abitanti della piazza berranno con l’avidità di chi sa che oggi le mense popolari da 1 real sono chiuse. E saranno chiuse pure sabato. E anche domenica, giorno di Pasqua.

Quarta Frase: Mettetevi in fila. Mentre quel poveretto viene preso a calci per far passare la processione che si dirige in cattedrale dove il cartello avvisa di non lavarsi le mani con l’acqua benedetta e sul lato sinistro della piazza sono distribuiti caffè e panini, arriva il furgone del Comune. È l’eterno censimento. Il numero di moradores de rua, gli uomini di strada, quelli lì, i soliti frequentatori della piazza, in questi ultimi mesi, dall’inizio della crisi bancaria internazionale, è aumentato molto. Si parla di quindicimila persone o forse più. E allora via al nuovo censimento. Mettetevi in fila. Qualcuno ha le mani occupate da un bicchiere di succo e dal panino, qualcun altro ha le mani umide che se le è appena lavate là dove non si può. Altri ancora hanno fretta e non vogliono perderesi lo spettacolo che al centro della piazza sta per cominciare.

Sesta frase: Gises is mai salvescion. Mentre quel poveretto veniva preso a calci, la processione, la fila, i panini, l’acqua santa, il censimento ecc ecc, un gruppo di americani fotografa. Al centro della piazza stavano montando gli altoparlanti per lo spettacolo. Una setta evangelica (un’altra, non quella dei panini che è brasilianissima) americana presenta uno spettacolo. Qualche minuto prima gli altoparlanti diffondevano canzoni e musiche in stile rock duro con tanto di assoli di chitarra e batteria. Le parole però erano diverse da quelle normalmente cantate in quel genere di canzoni: gises is mai salvescion, god is biutiful. Quello che sembra il coordinatore, vestito in braghette maglietta e ciabatte (esattamente come uno di noi – lo dice lui: ecsetli laik iu) abbracciato ad una tavola di surf – per attirare i giovani bisogna parlare il loro linguaggio, oh yeah – chiama a raccolta i bois e le gherls che affollano la piazza. Spik in inglese, una gentile signorina traduce. Lo spettacolo parlerà di una cosa che è più dolce e rinfrescante della coca cola (aveva appena chiesto: Du iui laik ze cok? A cui i presenti, dopo aver ascoltato la traduzione, hanno risposto in coro, Ies Ies), lo spettacolo parlerà di Gises. In realtà lo spettacolo è una allegoria della vita dissoluta di chi non segue gli insegnamenti di Gises e si dedica ai bagordi e al momento della morte i diavoli se lo portano via. Gli attori per mezzo di gesti rapidi stile music television e accompagnati dal rock duro degli altoparlanti, danno il meglio di sé. Non tutti gli spettatori gradiscono, forse non hanno ben capito il messaggio, forse i diavoli vesti di nero e rappresentati da avvenenti fanciulle non erano troppo convincenti, chissà.

Sesta frase: La piazza è nostra! Esclamano in un impeto nazionalista. E non finisce mica qui. Le grida vanno oltre: andate a comandare a casa vostra, avete cominciato la crisi e adesso venite qui a dire cosa dobbiamo fare, qui nessuno ci deve comandare, da qui non ci spostiamo, la piazza è nostra. E giù applausi. Il fatto è che mentre gli americani montavano gli altoparlanti e il poveretto veniva preso a calci e la fila del panino e del censimento ecc ecc, proprio lì due “cantadores” (cantatori) intonavano con fisarmonica e mandolino i loro inni pasquali. Nella loro semplicità, le parole delle canzoni annunciavano l’allegria della Pasqua. Non era rock duro, ma musica popolare, musica de raiz, musica delle radici allo stile campagnolo, fisarmonica e mandolino a due voci. La ragazza americana con interprete arriva educatamente e chiede, sorri plis, se si possono spostare un po’, che con le loro voci un tantino sguaiate disturbano il discorso dell’americano like iu abbracciato ad una tavola di surf. I cantadores rispondono che sono arrivati prima loro, la ragazza straniera e l’interprete insistono. I presenti (alcuni di loro con un panino e il foglio dato dal comune che dice di presentarsi all’ufficio tal dei tali per iscriversi alle liste ufficiali dei senza tetto) insorgono in un afflato patriottico: la piazza è nostra, andate a dare ordini al paese vostro che qui comandiamo noi. Le canzoni dei cantadores continuano con un entusiamo raddoppiato e, un po’ più in là, la mimica rock pure in un edificante esempio di convivenza cívica.

Settima frase: Il pollicione è l’unica cosa che mi ha detto il mio amico João. Mi ha abbracciato da dietro senza dirmi niente. Stavo ascoltando le canzoni di Pasqua, fisarmonica e mandolino e, a dir la verità, sul momento mi sono spaventato un po’. Al girarmi lo riconosco subito, non cambia mai: baffetti, capelli a spazzola, eterna maglietta verde. Abbassa la testa e me l’appoggia sulla spalla. Il pollicione ogni tanto torna ad alzarsi. È il suo modo di salutarmi. Oggi non sta bene, e l’unica forma per dirmelo è il pollicione alzato nel segno imperiale di positivo. Lo ha sempre fatto. Quando veniva lasciato fuori dalla casa di accoglienza, lo si capiva che era ubriaco fradicio dal pollicione che ti spiattellava a tre centimetri dalla faccia. Invece da sobrio il suo saluto sembrava quello di un notaio: buona sera dottore, come va, tutto bene, e la sua signora, me la saluti, grazie e arrivederci. Racconta farfugliando che ha già mangiato il panino e bevuto il caffè ma lo hanno sbattuto fuori dalla fila del Comune perché si era messo a cantare a squarciagola le canzoni dei cantadores. Adesso devo proprio andare, è stato bello rivederti, buona Pasqua dottore. Buona Pasqua anche a te, caro João.

Ultima frase: Non trovi che sia molto chic prestare 4,5 miliardi di dollari al FMI? Dopo la riunione di Londra del G20 e la bellissima foto con la Regina Elisabetta, dopo i complimenti personali di Obama, il nostro fantastico Lula annuncia che il Brasile è tornato a far parte del gruppo dei creditori del FMI, il famigerato Fondo Monetario Internazionale. Io ho passato gran parte della mia vita in piazza a portare striscioni con la scritta fuori l’FMI, non pensate che adesso sia un cosa molto chic prestare soldi proprio a quello stesso fondo monetario? Chiede, tutto sorriso, ai giornalisti di turno il nostro conducator. Capperi, dico io, dopo mezzo secolo di immani sacrifici ci liberiamo del debito estero e possiamo prestare soldi alle nazioni in difficoltà tramite il fondo monetario! Wow, uau, osteria, urca che bello. Quasi quasi torno in piazza a chiedere a João cosa ne pensa. Oppure al tipo preso a calci che non ha ancora imparato che quando passa la processione deve sloggiare. O ai cantadores. O al tipo col termos che distribuisce caffè e zuppone. Oppure a quello (ci sara pur stato uno che materialmente lo ha scritto, ha preso la colla, è andato in chiesa ed lo ha attaccato!) che ha incollato il cartello sopra l’acquasantiera. Chissà cosa ne pensano. Chissà se sono felici come Lula. Al predicatore americano invece non voglio chiedere un bel niente perché questa è casa mia, qui comandiamo noi e la piazza è nostra. È nostra così com’è tudo ao mesmo tempo agora, tutto allo stesso tempo, adesso

Buona Pasqua a tutti.