Frontiere amazzoniche calde

La prima settimana di marzo  tre stati latinoamericani del cono sud – Colombia, Ecuador e Venezuela,  sono entrati in collisione e gli altri hanno seguito la crisi con il fiato sospeso. La prima settimana di marzo  tre stati latinoamericani del cono sud – Colombia, Ecuador e Venezuela,  sono entrati in collisione e gli altri hanno seguito la crisi con il fiato sospeso. Sabato primo marzo la forza aerea  colombiana, venticinque minuti dopo la mezzanotte, sconfina nel nord dell’Ecuador,   nella regione di Angostura con almeno due Super Tucanos di fabbricazione brasiliana che lanciano bombe Cluster su quella selva amazzonica scura, con alberi alti fino a quaranta metri. Puntano un piccolo accampamento: alcune amache, un riparo con il tetto di plastica e sette letti, un’antenna parabolica. Puntano senza esitazione questo precario  gruppo di persone, una ventina, che vi abita, con probabilità individuato con sensori capaci di percepire calore umano in dotazione solo agli Usa. I racconti dei sopravvissuti alla sparatoria, fra i quali una ricercatrice messicana, racconteranno che i colpiti avevano i fucili a terra e stavano in riposo.   Muoiono così 22 guerriglieri delle Farc (Forze armate rivoluzionarie colombiane) 17 uomini e 5 donne, fra i quali Raúl Reyes (il cui vero nome è  Luis Edgar Devia Silva), sua moglie Olga Marín e Julián Conrado, autore di molte canzoni di protesta delle Farc. Era il gruppo “politico” delle Farc, specie Reyes, il numero due, dopo Manuel Marulanda detto Tiro Fijo (sparo certo) il fondatore ormai ottantenne, “comandante” dall’epoca di Guevara e Castro.  Oggi è stato sostituito da Joaquim Gómez (vero nome Milton Toncel Redondo) esponente però dell’ala militare.
Fra i deceduti non si esclude che vi siano alcuni prigionieri delle Farc dei 700 in loro potere, fra i quali da ben sei anni Ingrid Betancourt, divenuta  ormai un simbolo internazionale di questa disumana condizione per la quale si stanno mobilitando le diplomazie di molti paesi latinoamericani ed europei, fra i quali la Francia, sua patria  di origine. Ingrid Betancourt, candidata nel 2002 come presidente della repubblica colombiana venne rapita il 23 febbraio di quell’anno mentre passava per le zone controllate dalle Farc.  
Proprio la commozione che sta suscitando il suo caso nel mondo e il fallimento delle ultime trattative di cui il presidente venezuelano Chávez si era fatto portavoce, avevano intensificato i contatti fra Farc e diplomazia dell’Ecuador di  Rafael Correa, presidente di sinistra. Una telefonata del presidente colombiano Uribe gli aveva annunciato lo sconfinamento, giustificato per  “legittima difesa”, poiché i guerriglieri  avevano attaccato l’esercito colombiano. Ma a poco a poco arrivarono altre informazioni e la certezza dell’attacco mentre loro dormivano. Da quel momento si è aperta la crisi  far Ecuador e Colombia, Il primo richiedeva scuse ufficiali all’ingiustificato sconfinamento, la seconda insisteva nel giustificarlo come “necessaria difesa preventiva”. Da Caracas e Quito intanto truppe erano inviate alla frontiera con la Colombia, con conseguente rottura delle  relazioni diplomatiche e richiamo degli ambasciatori da Bogotá  da parte di Ecuador, Venezuela e anche Nicaragua.
Dopo una settimana di fronteggiamento duro i presidenti di Colombia ed Ecuador,  riuniti a  Santo Domingo, alla presenza del Gruppo di Rio (che molto aveva concorso a riportare negli anni novanta la pace in Centro America),con la presenza del Venezuela, sanciscono la fine del conflitto. Uribe porge le scuse ufficiali richieste da Correa e insieme sanciscono la promessa di non aggredire mai un paese fratello.
La vicenda è stata emblematica perché ha rivelato il  conflitto dimenticato che consuma la Colombia ancora nel XXI secolo e l’arcaismo di un conflitto armato di cui tutti ormai chiedono la fine. La mappa dei protagonisti può essere la seguente:
1) Ecuador
Rafael Correa eletto nel 2007 ha avuto da subito il problema dei rapporti con gli Usa. Infatti, dichiarò subito di non rinnovare la base di Manta, all’ovest del paese, “affittata” agli Usa dal 1999 e per dieci anni come base nella guerra al narcotraffico. Nel 2009, dunque, gli Usa dovranno andarsene. Correa ha già affermato che rinnoverebbe tale accordo, se fosse reciproco e gli Usa  concedessero una “base” all’Ecuador a Miami.  Il presidente colombiano accusa il collega vicino di favorire le Farc, ma lo scorso anno l’esercito ecuadoregno ha smantellato una cinquantina dei loro accampamenti.  Il conflitto colombiano si riversa letteralmente in questo paese dove secondo i dati Onu i rifugiati colombiani sono nel 2007 ben 14mila di cui 5000 hanno chiesto asilo politico.
2) Colombia
Alvaro Uribe Vélez da due tornate presidente della Colombia ha deciso di attaccare frontalmente le Farc che, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, sono stati inclusi, come anche dagli Usa e dall’Europa, nella lista dei terroristi. Di conseguenza, non meritano la considerazione di avversario bellico con cui trattare. Uribe fu sempre contrario ad accordi con le Farc, mentre favorì il processo di inserimento dei paramilitari nello stesso esercito colombiano, gli stessi che ha sempre appoggiato fin dai tempi in cui era governatore del dipartimento di Antiochia e sindaco di Medellin. E’ risaputa anche la sua amicizia con i fratelli Ochoa, narcotrafficanti soci del Cartello della omonima città. Il padre di Uribe, infine, ucciso dalle Farc per legami con i paramilitari, parcheggiava il suo elicottero privato a Tranquilandia, il parco dove Pablo Escobar gestiva la sua raffineria di coca.
3) Venezuela
Prontamente Chávez solidarizza con Correa, sospende le relazioni diplomatiche con gli Usa e invia truppe al confine con la Colombia, nonostante gli fornisca buona parte degli alimenti necessari al fabbisogno venezuelano. Uribe risponde che lo avrebbe denunciato alla Corte Penale Internazionale dove avrebbe dovuto spiegare il “supposto delitto di finanziamento di genocidi” e le Farc alla Commissione Disarmo dell’Onu per il supposto uso di armi radioattive. Il Venezuela soffre come gli altri stati vicini della Colombia gli sconfinamenti delle Farc che impongono spesso le loro regole nei paesi in cui arrivano. Queste masse umane guerrigliere e desplazadas non potranno per più lungo tempo restare ombre.
 4) Brasile
La frontiera amazzonica è difficile da controllare. Gli sconfinamenti sono comuni, causati da necessità e anche dall’indeterminatezza dei confini, difficili da tracciare dentro la foresta fitta. Per esempio, a Letícia, capitale del dipartimento amazzonico brasiliano, attrae molti rifugiati colombiani che in Brasile si calcola siano da 15 a 17 mila. Si dice che l’Abin, l’Agenzia brasiliana di intelligence, abbia rafforzato la sua vigilanza per evitare sconfinamenti troppo indesiderati.  La diplomazia brasiliana e lo stesso Lula hanno sempre considerato il conflitto fra Colombia ed Ecuador un conflitto bilaterale, cioè che riguardava quei due paesi. In realtà non è proprio così perché gli effetti della lunga guerra civile colombiana si stanno riflettendo sulle sue frontiere. Ma il considerarlo così ha evitato di farne un dramma per l’America latina intera, trascinata nella sempre strisciante polarizzazione pro o contro gli Usa, in questo caso rappresentati dalla Colombia.
5) Santo Domingo
Su  questa isola si è svolto l’incontro fra i paesi in conflitto. Il ruolo di Leonel Fernández, da pochi mesi eletto presidente della repubblica domenicana, è stato importante per arrivare a un riconciliazione fra Chávez, Uribe e Correa, sancita anche da un abbraccio che, se non risolve le gravi contraddizioni che ancora permangono nei rispettivi paesi, almeno è un segno di sospensione di attrito. La riuscita di questa piccola riconciliazione ha riportato alla ribalta il ruolo di queste piccole repubbliche centroamericane che, proprio perché, come dire, a metà strada fra il potente vicino del nord e il protagonismo politico del cono sud possono confermarsi come spazi importanti di mediazione.
6) Le Farc
Create nel 1964, ispirate da ideali di giustizia sociale, oggi conta diecimila combattenti, divisi in sette “blocchi”. Prima delle due presidenze Uribe contavano il doppio. Il Fronte amazzonico è il più forte attualmente, protetto da una natura impenetrabile. Qui si dice che  ci siano quasi 500 guerriglieri in simbiosi con la foresta. Negli ultimi dieci anni, in modo particolare, per garantire la loro sopravvivenza, si sono legate al narcotraffico e utilizzano mezzi come il sequestro  e la “vacina” (il “pizzo”), per finanziarsi. Le Farc, da mezzo secolo, hanno sviluppato una società dentro la società colombiana, in cui sono cresciute almeno tre generazioni, l’ultima delle quali ha certo perso l’idealità della prima, anche se a dirigere tutto è ancora Marulanda.
Reyes, prima di entrare nel gruppo guerrigliero colombiano,  fu militante nella sinistra, sindacalista nella fabbrica Nestlé fino a quando, come altri sindacalisti, per non venire ucciso, passò in clandestinità. Il direttore della polizia colombiana, Oscar Naranjo, divulgò il materiale che disse si trovava sul suo computer: 300 milioni di dollari dati da Chávez alla guerriglia e un suo ringraziamento per aver ricevuto, a sua volta, 50 mila dollari nel 1992, quando era stato prigioniero del golpe per un giorno, informazioni varie su invii di droga verso il Messico e così via. Queste informazioni sembrano piuttosto esagerate, soprattutto dopo la grande menzogna di Uribe rispetto alle motivazioni e alla dinamica dell’attacco nella foresta. Di meno la possibilità che Reyes avesse contatti con il governo di Correa, specie rispetto alla liberazione dei prigionieri, in particolare di Ingrid Betancourt. A duecento chilometri dal luogo bombardato si trovavano tre negoziatori francesi, inviati da Sarkozy, che aspettavano di essere ricevuti da Reyes e che furono avvisati direttamente dal governo Uribe di non avvicinarsi. Uribe, per giustificare l’attacco affermò anche che su di Reyes pesavano 121 processi,  57  accuse di essere mandante di omicidio terrorista,   26 per terrorismo, 25 per ribellione, 4 per sequestro, 9 per lesioni e altre 14 con varie accuse.  

Considerazioni finali
 a) tutti i paesi dell’America latina, compreso il Perù, tradizionalmente poco amico dell’Ecuador e il  Paraguay, filo americano e poco unitario,  non hanno approvato la violazione dei confini dell’Ecuador da parte della Colombia.   Proprio l’idea di “violazione” indebita delle frontiere  non ha trovato accoglienza politica in alcun stato latinoamericano. Lo “stato di necessità”, invocato da Uribe, avrebbe dovuto seguire un altro iter: chiedere un mandato di cattura internazionale, per esempio,  seguito da una richiesta di estradizione e non procedere per azione diretta. La Colombia si è trovata isolata, soltanto sostenuta da Bush.
b) il conflitto colombiano, ultimo nel suo genere, in terra sudamericana, dura da troppo tempo e sembra non avere uscita. Fra la logica sterminatoria di Uribe e l’ostinazione inconcepibile al conflitto delle Farc che hanno ancora in loro mano 700 prigionieri,  gli altri paesi latinoamericani tentano mediazioni, primo fra tutti, il Brasile con la sua infaticabile diplomazia, guidata dal ministro Celso Amorim, che continua a tessere relazioni di dialogo con un paese complesso e difficile come la Colombia che, tuttavia, non va identificata con il suo attuale presidente e pertanto non isolata dagli altri cammini di collaborazione latinoamericana.
c) il conflitto colombiano non si è risolto con la fine di questa crisi che ne ha portato alla luce solo le sue radicate cause. Si calcola che da tre a quattro milioni di colombiani (quasi la decima parte dei 44 milioni di abitanti della Colombia) sono desplazados, cacciati dalle proprie residenze, là dove si fronteggiano l’esercito e i paramilitari contro la guerriglia.  Pare che una buona parte siano sotto i quindici anni di età, preda di ogni distorsione sociale. Questa “Violenza” iniziò nel 1948 con l’uccisione di Jorge Eliécer Gaitán, un avvocato quarantenne candidato alla presidenza, assassinato come tantissimi altri militanti di sinistra: nel ventennio successivo oltre 200mila colombiani furono uccisi per motivi politici. La dissidenza, l’ “opposizione”, pur in una democrazia con una Costituzione molto aperta, non sono accettate da chi è al potere. Né il Plan Colombia, varato nel 2000 come piano di aiuti Usa per debellare il narcotraffico, in realtà risolsero la situazione.
d) la soluzione di questo momento di conflitto ha sancito in modo inequivocabile l’inviolabilità delle sovranità nazionali. Questa condivisione, anche fra paesi in conflitto,  ci sembra essere un importante limite sia agli imperialismi ispirati da Bush, sia all’esportazione di “rivoluzioni” varie da parte di Chávez.  Correa, commentando la riuscita riconciliazione ha detto: “l’America latina comincia una nuova era, nella quale si imporranno i principi, la giustizia e il diritto internazionale”.
Non crediamo che cominci una nuova era per l’America latina, ma che il  “nuovo” democratico profondo sia già cominciato e proprio perché ha ormai nella sua storia molti gesti di grande democrazia ha potuto consolidarsi e permettere la soluzione di questa crisi. L’America latina, grazie anche a molti dei suoi presidenti, come Bachelet, Cristina Kirchner, Ortega,  e soprattutto Lula ha imposto la propria capacità di mediazione.

17/3/2008