Gli idoli della felicità

Il paese di Bengodi

Il vissuto della felicità sembra oggi consegnato a due esperienze contrastanti che, con una relativa disinvoltura, si contrappongono e si conciliano tra di loro: senza che la contrapposizione sia radicale, senza che la conciliazione sia definitiva. Nel loro contrapporsi e nel loro conciliarsi di continuo, entrambi impossibili fino in fondo, le due esperienze della felicità annunciano una falsità molteplice, ridondante, il cui primo segnale è l’indifferenza – sempre solo apparente – con cui sembra si accetti normalmente, nei modi di dire e di vivere, il loro contrasto. Con questo, il vissuto doppio e conflittuale della felicità chiama in causa molto più di se stesso. Coinvolge infatti stili collettivi di esistenza, culture, immagini mentali così effimere e tuttavia così radicate nelle coscienze individuali. Idoli.

Le due esperienze contrastanti della felicità si colgono perfino negli slogan comuni, che circolano spesso insieme con una reciproca indifferenza: da una parte espressioni del tipo “non ti manca nulla”, che rinviano ad una società occidentale e felice, opulenta e consumista; e da un’altra parte gli sballi del sabato sera, i supermercati del divertimento, le ferie comandate e così via, che suggeriscono invece l’idea che la felicità si trovi in un tempo e in un luogo molto precisi.

“Non ti manca nulla” e lo “sballo del sabato sera” sono diventati degli slogan comuni dove si condensano, come negli antichi proverbi, le esperienze della felicità: stanno sulla bocca di tutti – come modi di dire, come espressioni comuni del nostro riconoscerci, come linguaggio dei media – e stanno anche sulla bocca di ciascuno. «Non ti manca nulla» lo dice la mamma di fronte ad un volto triste, per lei incomprensibile, lo dice un amico che tenta di consolarti per il tuo senso di inspiegabile insoddisfazione. Lo “sballo del sabato sera” o la gita al parco divertimenti di turno, dove rilassarsi un po’, lo diciamo tra noi, tra amici, facendo progetti per il fine settimana o per le vacanze, e investendo quel luogo e quel tempo speciali, davvero unici, mirabolanti, di tutta la nostra possibile felicità – di tutta la nostra autenticità. Lo “sballo del sabato sera” lo dicono in molti nei progetti alternativi di tempi e luoghi diversi rispetto alla fatica quotidiana del lavoro.

Si vive con una relativa indifferenza questo dato contrastante, spesso senza neppure la percezione di un attrito, dove la felicità di volta in volta è o dappertutto (in fondo, davvero non ci manca nulla) oppure è solo in un suo spazio/tempo molto, molto riservato ed esclusivo.

Felicità al supermercato

Nelle due esperienze contrastanti della felicità si depositano una serie di motivi contrapposti, che non si contrappongono fino in fondo, di motivi simili, che non arrivano mai ad identificarsi. Dietro ad un «non ti manca nulla» sta l’idea che la felicità sia diffusa, comune e partecipata (da tutti o perlomeno dal maggior numero possibile), e che non ci sia un luogo ed un tempo precisi che la riguardano. La felicità è a disposizione, e si identifica esattamente con le promesse collettive della società in cui si vive. La città è felice.

Lo “sballo del sabato sera” dice tutto il contrario: la felicità è concentrata, è privata ed esclusiva (gli “amici”), si trova in luoghi e tempi particolari, speciali. La felicità, in definitiva, sarebbe riservata a tempi, luoghi, persone particolari.

I motivi contrapposti sembrano compensati, a prima vista, da motivi simili che avvicinano le due diverse esperienze della felicità. Più in profondo, però, le differenze rimangono. Il gioco alternato dei motivi simili e dei motivi contrapposti, che non sono in verità fino in fondo né l’uno né l’altro, si replica di continuo, e sono tutte domande – ancestrali – sulla felicità: sul suo luogo e sul suo tempo, sulla sua possibile estensione, sulla sua partecipazione. Ne basta uno.

Il luogo e il tempo della felicità, pur diversi nelle due esperienze del «non ti manca nulla» e dello “sballo del sabato sera”, sembrano anche appartenere ad un sistema che li rende solidali, armonizzandoli. Il luogo infatti, e a ben vedere, è lo stesso. Tra un supermercato e Disneyland (o una discoteca, o un villaggio turistico) non passa molta differenza: pur con una maggiore intensità, la logica in definitiva è la stessa. Anche il tempo sembra lo stesso: quel tempo riservato – il sabato sera o le ferie estive – rientra in un’unica organizzazione del tempo, ora occupato e sofferente con molti altri, ora libero e felice con le persone scelte.

Il contrasto però rimane, perché tra il luogo e il tempo normali della felicità, ed il luogo e tempo speciali, si ostina una frattura a cui non serve qualche colla mentale. Come conciliare davvero il luogo di lavoro e la gita con gli amici? Il tempo solito, indaffarato e affannoso, con il tempo libero – tempo della felicità?

L’infelicità non esiste

Come a Venezia, dove tutto è nello stesso tempo vero e falso, anche le esperienze contrastanti della felicità si depositano in affermazioni false, o in falsità vere. Se tutte due le cose sono vere insieme – vale a dire, che la felicità sia tanto diffusa ovunque quanto concentrata in luoghi-tempi speciali -, insieme sono anche false: falso che la felicità sia diffusa, falso che la felicità sia concentrata.

Per la felicità succede qualcosa di simile alla rimozione della contraddizione che trapela, come un tic nervoso, in certe espressioni pacificamente accettate ma di per sé assurde, del tipo: “prima accoglienza” o “bomba pulita” o “guerra chirurgica”. Per la felicità si dice ad esempio: «la felicità maggiore possibile», il “male minore”, “i sacrifici per la felicità”. Queste espressioni non sono innocenti, perché portano con sé il contrasto finto e vero. La rimozione della contraddizione si incarna in comportamenti, messaggi pubblicitari, slogan pubblici, che presentano diverse caratteristiche. Una di queste, in particolare, rivela qualcosa: se quanto ci diciamo tutti i giorni intorno alla felicità è insieme vero e falso, nessuna critica sarà più possibile, chiusi nella gabbia mentale del doppio “sì” che è anche un doppio “no”.

La nostra felicità diventa così indiscutibile, appiattita com’è – a seconda dei casi – sulla realtà (siamo felici, non ci manca nulla) o sul sogno (ma allontanato da noi come i fumi acri dell’oppio). In un caso e nell’altro la felicità non incide, non rompe, non smuove nulla e il risultato è che l’infelicità non esiste. Senza possibilità di critica, l’infelicità non si vede più.

I segnali che l’infelicità non deve esistere sono molti, e tra i più interessanti troviamo quelli che riguardano la città. La città sembra sempre più non accorgersi della sua infelicità. La violenza, il gesto disperato, paiono sempre inaspettati, come se non avessero ragioni o venissero da altri luoghi e da altre storie. Da altre culture. Inattesa, la sofferenza della città viene anche proiettata fuori, contro i nemici di turno spesso costruiti come i burattini per la recita scolastica. La città conosce infatti le paure, ma non le insegnano nulla circa se stessa, e le usa come armi potenti per distrarre da quel che si cela al suo interno.

La felicità e la promessa

La felicità contiene una domanda di diversità, meglio: di alterità. Non è un modo di essere, ma un accorgersi-di altro, dell’altro. Per questo, non c’è felicità senza rapporto con l’infelicità, senza una denuncia. La felicità si rifiuta di essere troppo identificata: non nell’eterno (ha a che fare con la vita, con l’ora) né nell’attimo (a cui non si riduce), non nella chirurgia della contemplazione (è sensuale) né in un’azione accelerata, intensificata (è più invasiva, più penetrante), non nella solitudine beata (altro modo della fuga) né nel branco (anche quello allargato delle comunità), che rischia sempre di creare illusioni di felicità al suo interno e guerre della felicità al suo esterno. Esportazioni della felicità.

La felicità assomiglia forse alla libertà: non alla libertà di scelta che inchioda ad opzioni spesso artefatte, allo scaffale di un supermercato, ma alla libertà di poter essere liberi. Nelle stagioni della felicità si sono alternate varie idee: la felicità come ricerca (il saggio e la quiete), come premio (la felicità dopo), come diritto (la felicità ora, e garantita per legge…). Forse la felicità non è nulla di tutto questo, ma una liberazione.

La felicità ha la figura di una promessa che non facciamo a noi stessi, perché porta con sé il segno di altro – il segno dell’altro. L’altro non è un diversivo ma una novità che irrompe rivolta all’infelicità che ci riguarda, e che è illusorio raggiungere in qualche privata sicurezza. Perché la felicità ha il segno dell’altro – mai perciò dove sono io con me stesso, noi con noi stessi -: sorpresa di un incontro che incontra. Di una promessa che mi è fatta, scritta al contrario sul volto ferito dell’altro.

Franco Riva

docente universitario

università cattolica, Milano, facoltà di lettere e filosofia