Gli occhi azzurri di nonna Maria

Ho passato molti mesi a leggere e a interpretare gli uomini e le donne che vivono in "favela" e non mi sono mai accorto di avere trascorso l’infanzia proprio accanto a loro. Mi sono anche chiesto chi mai avesse avuto la forza subdola di rimuovere dentro di me questo ricordo e tuttora lo ignoro, ma finalmente oggi mi approprio di nuovo di una cosa che mi appartiene e che avevo inspiegabilmente perso.
Io e le prostitute abbiamo una grande familiarità, anche se non abbiamo mai avuto la fortuna e il piacere di incontrarci. Perlomeno così intuivo fino a poco tempo fa. Mi pareva che il loro mondo mi attraesse e non tanto e non soltanto per il sesso che esprimono, ma perché c’era qualcosa in loro che mi affascinava e allo stesso tempo mi faceva paura. Avendo conosciuto molti preti, mi pareva che, al confronto, queste ultime fossero comunque migliori e soprattutto esprimessero un’umanità che dava loro qualcosa di trascendentale e di assoluto.
Poi mi sono finalmente ricordato dell’infanzia che ho passato nella nebbia e nella caligine padane, dove l’umanità dei cortili e delle case di ringhiera bucava la stessa nebbia e stemperava il freddo umido. Abitavo nel primo di due cortili adiacenti, che per molti era il "cortile davanti", opposto al vituperato e infame "cortile dietro". Noi del cortile davanti eravamo così normali e puliti: operai, pensionati e bambini che frequentavano le scuole senza ripetere le classi. Il cortile dietro era la "favela" di quel modesto paese: nessuno di chi ci abitava era considerato presentabile. Tutti gli avevano dato un nome tremendo e micidiale: il cortile dei "Pipì". L’idea era geniale e tipica della fotografia colorata della gente semplice. Per molti era la fogna della civiltà e rappresentava quello che gli altri non volevano e non potevano accettare.
Quando i "Pipì" litigavano, non lo facevano sottovoce, ma erano botte da orbi e se le davano così tanto da rendere necessario l’arrivo del medico o dei carabinieri. Le finestre della casa di mia nonna erano diventate una tribuna privilegiata. «I Pipì se le stanno suonando!». E allora tutti su, al primo piano di quella casa di ringhiera, nascosti dietro le finestre, tra uno sputo, una tirata di capelli e un graffio. Facevamo quasi il tifo e ogni volta che la rissa finiva era come se un moto di delusione si impadronisse di noi. Perché non avevano continuato a darsele? Mio padre e mia madre, da fidanzati innocenti degli Anni Cinquanta, non hanno mai frequentato una sala da ballo. Tante volte a loro bastava scappare al primo piano per vedere lo spettacolo delle urla e delle botte dei "Pipì", i quali tuttavia, proprio come bambini, avevano il pregio di riappacificarsi il giorno dopo, dimenticandosi tutto.
Tra ubriaconi, donne di malaffare, contrabbandieri di sigarette e adolescenti sbandati il cortile dietro è sempre rimasto lo stesso: fetido, sporco e buio. Da bimbo era la mia "favela" e io non lo sapevo. Le prime risse mi spaventavano un po’, ma alla fine ci avevo fatto l’abitudine. Noi del cortile davanti avevamo sempre il nostro mondo rassicurante, fatto di fabbriche e di chiese, di case oneste e di FIAT 500. Tuttavia c’era un’immagine che mi ha sempre incuriosito e intimorito: la figura di una vecchia esile, brutta, silenziosa e sempre vestita di nero. Aveva un nome innocente e bello, Maria, un’età indefinita e soprattutto due occhi azzurri, straordinari e fulminanti. Quando scoppiavano i tumulti, Maria non entrava mai. Se ne stava fuori, osservando tutto in silenzio e quasi con commiserazione.
Sembrava che le mancasse il sangue.
Quando chiedevo che cosa mai avesse fatto nella sua vita, la risposta era sempre la stessa: «È andata sui carrozzoni e adesso è tornata a casa».
Bella storia. Io me la immaginavo già mentre leggeva la mano vestita da zingara davanti a una palla di vetro. Nessuno avrebbe avuto mai il coraggio di dire a un bambino che, nella sua vita, Maria non aveva fatto altro che tirare su la gonna. Percependo i racconti sottovoce degli adulti, ho capito chi fosse e che cosa facesse. Soprattutto quando da ragazza, come un soldato in licenza, tornava a casa per qualche giorno, ma non trovava mai familiari pronti ad abbracciarla. E allora giù botte, perché una puttana in famiglia è sempre un disonore, anche per le famiglie più disonorate.
Erano gli occhi che la fregavano.
Nessuno avrebbe potuto resisterle e lei, con quegli occhi, avrebbe avuto sempre clienti. «Quando era giovane, Maria era una bellissima ragazza». La voce di mia nonna era sempre misurata e compassionevole nei suoi riguardi. Era la voce di una donna purissima, scrupolosa con se stessa fino all’eccesso, lavoratrice, cristallina e onesta con chiunque. Era la voce di una Padania limpida, misericordiosa e timorata di Dio, così timorata di Dio da mostrare gentilezza e comprensione anche con le puttane. Oggi la Padania è cambiata, e lo si vede. Forse la misericordia di un popolo si misura anche da come tratta le sue prostitute e la Padania le usa, ma non le ama più. Non a caso Gesù Cristo le amava.
«Ndam, Maria!». — «Andiamo, Maria!». Il saluto che ogni persona semplice si dava in dialetto per le strade di quell’angolo nebbioso di Lombardia era al tempo stesso un atto di cortesia e un invito ad andare avanti e a non fermarsi mai. Il saluto squillante e senza vergogna che mia nonna le rivolgeva a ogni incontro era la dichiarazione aperta e vera di accoglienza.
Non avevano nulla in comune, ma silenziosamente si riconoscevano persone, mentre io ascoltavo e tenevo per mano una persona trasparente e vicina a Dio, senza saperlo.
Maria mi voleva bene. «Questo bambino può passare, ma voi no!» diceva agli altri bimbi che, come me, passavano per il cortile dietro e a volte la deridevano come fanno spesso i bimbi. Amava la mia pettinatura con la riga perfetta, i miei pantaloni all’inglesina e la mia faccina rispettabile e timida. Quanti timidi aveva incontrato nella sua vita? «Ndam, Maria!».
Il giorno in cui Maria è venuta nel cortile davanti è stato un grande giorno. Mia madre tornava dall’ospedale con un bambino piccolo piccolo, che era mio fratello, e naturalmente tutto il cortile davanti si è affollato davanti a quel bimbo di pochi giorni. Maria non ha resistito ed è arrivata in silenzio, come sempre. La piccola folla si è aperta, perché non era consuetudine che lei mettesse piede tra gli uomini onesti, ed è stato allora che Maria ha dato il meglio di se stessa e ha rivelato fino in fondo la sua tenerezza: «È un maschio o una femmina?».
— «È un maschio». — «Ma sì, in fin dei conti è meglio. Oggi le ragazze finiscono tutte nel giro». Lo sconcerto generale è stato pari alla dolcezza del momento. Era una dichiarazione di sconfitta, il rinnegamento del proprio passato o un ultimo tentativo di accreditare la propria onestà? Non l’ho mai capito e non l’ha mai capito nessuno, ma in fin dei conti poteva anche essere una stupefacente ironia verso tutti i presunti onesti e noi abbiamo continuato a non capire. Quando sua nipote è partita anch’essa per la strada, Maria ne ha mostrato dispiacere: «La mia Claudia è andata sulle strade. È una povera ragazza». E noi che continuavamo a non capirla e a vedere in lei una contraddizione inspiegabile.
Sono le domande senza risposta che spesso ci frullano per la testa. Fino a che punto possiamo dirci onesti e da quando non lo siamo più? Quando il parroco benediceva la sua casa, tutto il cortile davanti si precipitava alle finestre per osservare. Senza saperlo, vedevamo di nuovo Gesù Cristo davanti al pozzo con Maddalena. E continuavamo a non capire.
«Ndam, Maria!».
Maria aveva una figlia e tutti ne erano padri. Quindi la figlia è cresciuta senza padre e senza madre. Quando la ragazza si è sposata, tutti gli onesti sono restati a bocca aperta, vedendola ricca e ben sistemata. A volte tornava per visitare mamma Maria nella sua catacomba e Maria ne era sempre più intimidita, sotto il peso di se stessa. La prima volta in cui l’hanno invitata a pranzo, portandola in macchina, Maria ha fatto la messa in piega e si è messa una collana di perle. Tutto il cortile davanti si è precipitato per vedere. Era come se Zaccheo fosse sceso dal sicomoro.
Quando le nipotine crescevano, Maria le guardava in maniera sempre più densa e amorevole. Non le toccava e come avrebbe potuto farlo? Non le toccava, ma le guardava e allungava un braccio verso di loro, come se avesse voluto accarezzarle in un atto tenerissimo, ma non poteva.
Era la dichiarazione più aperta che le puttane in gioventù divorano gli uomini e nella vecchiaia adorano i bambini. In fin dei conti, la loro è la recita di una felicità temporanea, che alla fine si trasforma nell’esaltazione della tenerezza più dolce. Che cosa avrebbe potuto raccontare alle nipotine? Che aveva soltanto alzato la gonna? Non aveva nulla di esaltante da dire loro della sua vita passata. Poteva soltanto accarezzarle con amore e così faceva.
«Ndam, Maria!».
Quando abbiamo visto una di queste nipoti in televisione, mia madre ha commentato: «Ha gli occhi azzurri di sua nonna Maria». È un’eredità bellissima e Maria, ormai già passata al giudizio di Dio, ne sarebbe stata felice.
Che cosa può lasciare in eredità una prostituta se non i suoi occhi? «Ndam, Maria!».
Quando Maria è morta, nessuno ha saputo dire di che cosa. «È tutta piena di malattie». Così dicendo, noi onesti abbiamo voluto ribadire la convinzione, o forse l’illusione, che solo le puttane muoiano malate. Noi no.
Noi veniamo chiamati da Dio, mentre loro pagano le loro colpe con queste devastanti e misteriose malattie.
Oggi Maria abita nello stesso viale di mia nonna e il destino ha voluto metterle ancora vicine, una alla quinta tomba a sinistra e l’altra in fondo sulla destra. Pare che il custode del cimitero ogni tanto senta strane voci provenire da quel viale. «Ndam, Maria!». Tutti pensano che sia l’ennesimo scherzo di un buontempone o forse che sia ubriaco.
Al contrario io so che si tratta della voce forte e limpida di una donna forte e limpida, che ha insegnato la tolleranza senza giudicare mai nessuno.
Io non capisco chi mai mi abbia insegnato la paura per le puttane, o meglio, lo so, ma non posso esprimerlo così tanto apertamente.
L’ultima volta in cui ho visto la fotografia di Maria mi è sembrato di sognare. Aveva la messa in piega e la collana di perle, proprio come nel giorno in cui è stata invitata a pranzo.
La foto in bianco e nero ha preso improvvisamente colore. Erano i suoi occhi azzurri che bucavano l’aria e che rispondevano a quel saluto così tanto tollerante.
«Ndam, Maria!».
Non so perché i pubblicani mi precederanno nel Regno dei cieli, ma quanto alle prostitute, sì che lo so.
Ma perché i preti non me l’hanno mai spiegato?