Gli scogli del volontariato

Sviluppo e ragione di Stato?

«Un’idea morta
produce più fanatismo di un’idea viva;
anzi, soltanto quella morta ne produce.
Poiché gli stupidi, come i corvi,
sentono solo le cose morte».
[Leonardo Sciascia]

«La cosa che richiede più coraggio
è professare una fede vera
malgrado le persone false
che anch’esse la professano».
[Bruce Marshall]

Gli occhi, la bocca

Dalle orbite nervate di rosso gli occhi lattiginosi mi fissano senza pietà. È un povero senza educazione, abituato a ricevere e somministrare disprezzo. Insiste da dieci minuti con voce ruvida ed alta. Lo conosco da tempo, da quando lavoravo a Mestre, facendo il pendolare. È uno di quelli che più mi hanno fatto perdere la pazienza. Non è mai contento. Alle mie spiegazioni volenterosamente miti, risponde sempre con un taciturno silenzio, ma dopo una pausa mi ributta addosso il suo lamento come se non mi avesse sentito. Per questo, qualche volta, ho creduto che fosse sordo.
Quello che da tempo mi fa arrabbiare è la sua assurda richiesta. Vuole ad ogni costo un paio di occhiali. Non un paio d’occhiali da sole, esige un paio di buone lenti.
Lo guardo bene. La nuca color mattone, conosce il sole e la polvere di tutte le strade. I lineamenti del volto sembrano incisi a fatica, si direbbe col coltello. Sotto le sopracciglia gli occhi sono più vivi per il movimento dei globi che per la vivezza delle pupille: una minuscola nube grigia è sempre ferma su di esse.
Non ci avevo mai riflettuto, ma ora capisco l’andatura timida, a strattoni, dell’uomo, quando lo incontro ai crocicchi e nelle piazze; quel fare da incantato che gli guadagna gli improperi di tutti gli automobilisti dietro i parabrezza.
Dice che nessuno vuol capire quanto lui ha bisogno di quei benedetti occhiali. Chi gli dà un euro, chi gli paga una camicia o un bagno caldo, ma finora nessuno ha voluto pensare ai suoi occhi.
Ora che siamo soli, abbassa improvvisamente la voce: avvicina la sua faccia alla mia, più gesticolando che parlando, sembra voglia ficcarsi i pollici negli occhi, per convincermi. Intanto sento il puzzo dei suoi stracci mai cambiati ed un allegro odor di vino che mi fa sorridere, nonostante il nervoso.
«Lei è come tutti gli altri» – dice – «non vuol capire che se non ci vedo, sono povero due volte. Deve sapere che se sono distante dalle cose, io non vedo che stracci. Un giorno finirò sotto un automobile».
Meno male che non mi vede bene. S’accorgerebbe che sono arrossito. Vorrei darmi un contegno e mi sento goffo come un pinguino.
Quest’uomo è veramente povero due volte, solo adesso l’ho capito. Come tutti gli altri, ho creduto di dare vita quotidiana allo stomaco di un miserabile con uno o due euro. Ho dimenticato che esistevano le orecchie, il naso, la bocca, gli occhi di una creatura, cose fragilissime, complicate nei loro mille segreti, nelle loro insopprimibili necessità che fanno e disfanno la giornata e la vita di un uomo.
Vorrei dire qualcosa per dimostrare che ho capito, per riparare all’indifferenza di tanti mesi, ma resto in silenzio.
Ho mormorato in fretta all’uomo l’indirizzo di un amico oculista. «Si faccia misurare la vista, poi, per gli occhiali, vedremo». Ho raccontato il fatto ad un’amica insegnante. Ho scelto lei perché donna sensibile e capace di ascoltare, sapevo che avrebbe capito. Quando è tornato col referto, l’insegnante ha acquistato un paio di occhiali splendidi, degni di un capo ufficio. Il povero così vociante e selvatico, è parso tornare bambino. Non ha parlato subito: si è messo a tastare i muri, ad carezzare i gatti, a camminare dritto come un granatiere. Poi mi ha stretto la mano con forza, ed è partito.

Fare volontariato e cooperazione

Sono numerosi i giovani che ci contattano, che ci chiedono di fare volontariato e cooperazione internazionale. Studenti o neo laureati, operai o impiegati, che vedono con estremo interesse un impegno serio, motivato e possibilmente professionale in questo settore.
Sono spinti dalle ragioni morali e civili di sempre, a cui si sono aggiunte, in questi ultimi anni anche quelle ragioni politiche che hanno trovato voce nei Social Forum.
Incontrandoci, il dialogo si rivela, quasi subito, amaro, e per alcuni di loro, addirittura traumatico. Ad una sincera domanda di partecipazione, ad una entusiasta disponibilità a vivere la sfida coi poveri, si trovano di fronte un muro di gomma, fatto di argomentazioni dure e severe. Sia sul concetto e sulla pratica di volontariato delle opere buone, sia sul metodo e la partecipazione alla cooperazione internazionale.
Che significa essere volontari? Semplicemente aiutare l’altro (fare cioè opere buone), oppure chinarsi su di lui, accoglierlo, prendersene cura, rispettarlo nella sua identità e diversità?
Che senso ha partecipare alla cooperazione internazionale? Andare in mezzo ai poveri con un certo bagaglio di certezze per aiutare, educare (ti insegno io come si fa) oppure mettersi in ascolto e disarmati camminare al loro fianco per la crescita del processo di autostima sia personale, sia collettivo? Il povero non è un obiettivo da raggiungere, ma un luogo da abitare.
Se non è chiara l’individuazione e la gestione degli obiettivi, partire per un volontariato internazionale rischia di divenire un moto vano, visto come gli stessi termini d’intervento, negli ultimi vent’anni anni, sono cambiati, tanto nell’atteggiamento dell’opinione pubblica, quanto in quello del mondo politico. Si potrebbe dire che la cooperazione internazionale è diventata uno strumento residuale, per l’idea dominante che ora affida solo al mercato le sorti della parte più povera dell’umanità.

Professionisti dello sviluppo

Le ONG (Organizzazioni non Governative), quelle cioè che hanno adottato la modalità del lavoro per progetti, dando una svolta positiva al semplice e deleterio invio di aiuti, hanno creato una categoria estesa e motivata di “professionisti dello sviluppo”, la cui esistenza era ed è legata alla persistenza di alti livelli di finanziamento. Erano nate nel periodo della “guerra fredda” per sostenere programmi di sviluppo, in una fase storica in cui lo sviluppo, spesso identificato con la crescita economica, era considerato un valore indiscutibile.
Le loro idee erano chiare, un po’ missionarie, un po’ educatrici, e sono state sostenute dal mondo capitalista per mostrare il cammino del benessere nel cosiddetto mondo libero.
Gli anni d’oro della cooperazione sono finiti da un pezzo. Oggi alle ONG sembra che non venga più riconosciuto il ruolo di portavoce dell’istanza di giustizia proveniente dal Sud del mondo e ai volontari in esse impegnati, la funzione di operatori del cambiamento delle iniquità fra le nazioni e dentro le nazioni. Si chiede ad esse, piuttosto, di attrezzarsi per alleviare situazioni estreme con interventi di emergenza o di natura umanitaria. Non sviluppo ma emergenza, non giustizia, ma assistenza.
L’idea di cooperazione è andata in crisi, essendo fatalmente caduta l’idea stessa di sviluppo. L’idea di sviluppo coltivata in Occidente, non solo è discutibile perché non mette al centro la persona umana, ma è un’idea perversa, perché è l’idea di un’evoluzione necessaria (vedi controcorrente, Madrugada n. 53).

Umanitarismo e ragione di stato

Gli episodi accaduti negli ultimi mesi della guerra in Iraq, e precedentemente in Afghanistan ed in altri paesi, hanno aggiunto dei risvolti inquietanti. Sono giorni duri, questi, per il Volontariato in genere, ma soprattutto per quello che viene chiamato volontariato umanitario, un tempo buona coscienza dell’Occidente, oggi al centro di equivoci drammatici che ne mettono in pericolo l’indipendenza, il rigore etico e la neutralità. È difficile per tutti spiegare la presenza di un legionario come Paolo Simeone, nell’Ong Intersos in Angola, Kosovo e Afghanistan, e poi il successivo passaggio alla fondazione della “Dts Security”!
È chiaro che dagli anni novanta gli Stati Uniti ed altri paesi hanno visto l’assistenza umanitaria, come una parte integrante della loro strategia militare. L’umanitarismo è diventato troppo importante per essere lasciato solo alle organizzazioni umanitarie. Gli aiuti umanitari fanno ormai parte di un progetto politico: l’esportazione della democrazia liberale.
L’umanitarismo diventa a questo punto il concetto che raccoglie il pensiero di un’epoca a corto di ideali. Una sorta di religione laica che crea consenso. «Si è celebrato così un matrimonio disastroso fra umanitarismo e ragion di Stato, che ha dato origine – secondo David Rieff, autore di Un giaciglio per la notte, un paradosso umanitario, Carrocci 2003 – alla più grande truffa degli ultimi tempi: la guerra umanitaria».
«Quando l’opinione pubblica giudica con sospetto interventi motivati da politica e religione, quale idea migliore che proporre di aiutare le persone in pericolo, sfamarle, liberarle da dittatori sanguinari?». Impossessandosi del linguaggio dei diritti umani, i politici e i militari hanno contribuito a rendere sempre più labile il confine tra le proprie motivazioni e quelle dei gruppi umanitari (oggi in Iraq i volontari sono percepiti come parte della coalizione, cioè alla stregua degli invasori).

ONG e società civile

La maggior parte delle ONG dell’Europa e dell’Italia si trovano così, loro malgrado, in mezzo al guado, impantanate come sono in tanti progetti, ma con poca base associativa su cui verificare le idee e rivalutare i contenuti. È un’implicita rinuncia ad essere componente della società civile per trasformarsi in impresa sociale che lascia le scelte strategiche alla volontà dei finanziatori. Tutti i progetti dovrebbero nascere da gruppi di persone impegnate su un tema, su un programma, su un’idea di cambiamento e non viceversa. Il referente primario di un’azione di volontariato sociale non è l’attore stesso, bensì sono i soggetti a cui si rivolge.
A questo punto, potrebbe insorgere il dubbio di un nostro distacco nei confronti della cooperazione internazionale o peggio di un certo scetticismo nei confronti del volontariato.
Le ONG e le associazioni di volontariato internazionale hanno il compito morale di definire le proprie strategie e ad esprimerle nel ambito del dibattito civile e politico, qualificando i progetti secondo i propri programmi, dandosi delle opzioni sulla qualità degli interventi, sul coinvolgimento della società civile del nord e del sud del mondo, sulle politiche d’accoglienza.

Educare alla gratuità

Il volontariato è nato e resta soprattutto oggi un luogo privilegiato ed essenziale per l’educazione e la pratica della gratuità. Basti osservare come i ragazzi ed i giovani siano orientati a vincolare tutto all’aspetto individuale e soggettivo. Come siano spinti, cioè, ad acquisire risposte per se stessi, non per la comunità.
Introdurne la pratica, diventa un processo educativo necessario, indispensabile, perché anticipando l’intervento politico, ne costituisce addirittura un luogo profetico. In passato il volontariato è esploso con criteri troppo assistenzialistici e alternativi allo Stato (supplenza), senza puntare alla creazione del senso civico e il diritto/dovere di cittadinanza. Educati come siamo a salvare prima i principi, i valori, e poi le persone concrete con il loro bagaglio di sofferenza e di dolore, è troppo accentuata in tutti la consapevolezza che occuparsi degli altri non è un dovere morale collettivo, ma un’opportunità, un atto di generosità personale, un optional, o peggio una bizzarria, un gingillo.
Fare volontariato non è quindi un’esortazione a fare opere buone, ma è una strategia che combatte il fatalismo di non avere scelta alternativa al pensiero comune, alle strutture esistenti, agli standard praticati. Osserviamo i grandi partiti e i grandi sindacati: erano nati come canali di partecipazione e quindi di invenzione politica, oggi sono diventati canali di standardizzazione, cioè di trasferimento di comportamenti standardizzati all’interno della società.
La cooperazione internazionale nasce nel momento in cui ognuno di noi ha deciso di incontrare l’altro, e questo avviene solo in un luogo gratuito, dove ciascuno si sente accolto per quello che è, che vive e che sente, per la sua storia, la sua fede, la sua cultura. Per raggiungerlo gli strumenti indispensabili sono il dialogo e l’interculturalità, che, a mio parere, costituiscono l’imperativo morale più importante della nostra epoca. Ognuno deve cominciare a capire che l’altro, il quale è portatore di idee per lui incomprensibili e inaccettabili, costituisce la rivelazione della sua contingenza, della contingenza di tutti gli individui e di tutte le culture. Non dobbiamo sentirci autosufficienti. Abbiamo in qualche modo bisogno uno dell’altro per riconoscere meglio noi stessi. Il dialogo non è quindi una strategia diplomatica, ma appartiene alla stessa natura umana.
Vorrei suggerire ai giovani, agli insegnanti, ai medici, ai sacerdoti a qualsiasi persona che volesse partire per fare un periodo di volontariato tra i poveri e con i poveri che la prima sfida, la principale, ognuno la vive con se stesso. Il processo di liberazione per ciascuno si costruisce appunto liberando chi è incatenato, schiavo, oppresso, emarginato.
Chi non ha scoperto il senso ed il valore della propria vita non può indicarlo agli altri.

Pove del Grappa, novembre 2004