I benefici dell’anima desta

Lo scopo del mio discorso con voi è quello di contribuire a superare la dispersione che di fronte al male del mondo – nella politica, nell’economia, nelle relazioni interpersonali fino a comprendere l’esperienza religiosa- ci rende sempre più scoraggiati e passivi

A. Fondamentale è la critica alla ideologia dell’egoismo attuale tenendo bene a mente, e non solo nella mente, ma nel cuore e nell’anima, che non è sufficiente far riferimento ed elencare i problemi che esistono ma guardare al positivo, seguendo le feconde indicazioni di don Giuseppe, che attualmente appare impensato e insperato. Lo scopo del mio discorso con voi è quello di contribuire a superare la dispersione che di fronte al male del mondo – nella politica, nell’economia, nelle relazioni interpersonali fino a comprendere l’esperienza religiosa- ci rende sempre più scoraggiati e passivi. In particolare lo spazio dell’azione collettiva sembra del tutto precluso e quindi è il futuro stesso a restare oscuro. In questo contesto la riflessione a mio avviso più lucida e feconda è quella che porta a vedere il punto di svolta che ci è disponibile, che davvero è nelle nostre mani. Io credo che questo punto di svolta stia nella scoperta della nostra anima, nel compito di disseppellirla liberandola dalle incrostazioni negative che ci rendono sordi alla sua presenza viva. Chi invece agisce “con tutta l’anima” (“Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze” – Dt 6, 4-5; 11, 13; 13, 4) diventa soggetto dell’unico vero cambiamento nella storia.

 

– Emblematica per sviluppare una critica positiva dei nostri tempi è a mio avviso la acutissima lettura spirituale della storia europea svolta dalla filosofa spagnola María Zambrano. L’Europa si dibatte per lei in un’agonia che non è stata superata neppure con la fine della seconda guerra mondiale. Lo spirito europeo non solo è propenso al conflitto e alla conquista, ma periodicamente giunge a farsi apertamente distruttivo. Il paradosso amaro di questa indole sta nel dato per cui la radice di questa identità tormentata e pericolosa è una radice biblica, seppure distorta. Infatti l’uomo europeo si ricorda di Dio come di un Creatore onnipotente e ne invidia la potenza. Quindi l’europeo si sente legittimato proprio dalla fede a esercitare nella storia questa creatività che, immaginata come pura e magica onnipotenza, non conosce limiti. Ma una creatività illimitata e arbitraria non tarda a rivelarsi distruttiva. Il fraintendimento del vero volto del Dio vivente deriva dal fatto che l’europeo ha ignorato l’altro tratto divino essenziale, quello dell’amore misericordioso. Il Dio biblico infatti è misericordia. Una creatività senza misericordia diventa così il modo d’essere che gli europei hanno creduto di assumere dal loro Dio, con conseguenze funeste.

La storia umana è stata quasi sempre una storia tragica. Con tale connotazione l’autrice intende una precisa struttura di conformazione della convivenza: in ogni epoca domina un idolo (l’impero, lo stato, il denaro, il partito) il quale viene posto al vertice di un sistema sacrificale che produce vittime e impedisce il cammino dell’umanizzazione della società; lei denuncia l’invidia dell’uomo nei confronti di Dio, di un Dio immaginato, rappresentato, amato e odiato, ma non incontrato veramente. Tanto che anche dopo la luminosa rivelazione di Gesù, Dio è rimasto per la civiltà occidentale un Dio sconosciuto e inascoltato. L’uomo vorrebbe essere Dio, ma fallisce ovviamente nel tentativo di sostituirsi a Lui. Riesce solo a costruire idoli, dunque forme di società fondate sul sacrificio di vittime. L’esodo da questa storia potrebbe darsi invece solo con l’emergere di una storia etica, quella in cui la politica, le istituzioni, l’economia, le religioni non solo rinunciano al sacrificio ma tolgono i sacrificati dalla loro condizione per reintegrarli nel loro pieno valore di fratelli e sorelle. Nascerebbe allora un’altra giustizia, un’inedita possibilità di pace e la società sarebbe finalmente una società di persone. Mentre nella storia tragica non ci sono propriamente persone, ma solo personaggi, masse acritiche, idoli, sudditi e vittime, nella storia etica ciascuno può e deve essere se stesso, diventare fino in fondo persona.

Pertanto l’uomo può diventare se stesso se è disposto a confrontarsi con il Dio vivente, smettendo di rappresentarsi un dio immaginario che funge da oggetto della sua invidia. Si tratta di lasciar essere Dio, l’eventualità e l’evento di Dio, nella libertà del suo modo d’essere. Questa conversione dello sguardo – non solo della ragione e del cuore dell’uomo, ma innanzitutto della sua anima – richiede un percorso personale arduo che ha come suo primo passo la disponibilità a rivolgersi verso se stessi. Naturalmente tale percorso diventa praticabile se è sollecitato dal coinvolgimento positivo di ciascuno nella vita degli altri.

B. PASSAGGIO FECONDO: rivolgersi all’interno come punto di svolta

Seguendo l’esperienza esistenziale di ciascuno di noi penso sia sensato sostenere che proprio quando ci troviamo impigliati, lacerati o paralizzati da una contraddizione, si tratta sempre di cercare di risalire a un punto più profondo di armonia, da cui la contraddizione possa essere superata o portata con una forza che impedisca a essa di compromettere il nostro cammino. La facilità che si attribuisce alla possibilità di parlare e riflettere sulla vita interiore è solo apparente. Di fatto modificare, per migliorare, le nostre posture esistenziali è assai difficile, non meno di quanto sia complicato suscitare nuovi atteggiamenti capaci di cambiare il mondo.

Ma esortare qualcuno a sentire o a risvegliare la propria anima è sterile se non si giunge a un passaggio preciso: quello che anzitutto ci porta a distanza da tutto ciò che tende a saturarci, a normalizzarci, a immetterci dentro automatismi insensati. Allora sentiamo un’inquietudine, anzi una sete che non è placata da niente di quello che troviamo intorno a noi. Questa forza di tenere a distanza ciò che ci soffoca e ci opprime non è anonima, è la libertà, che coincide con la radice dell’anima in noi. Parlo di radice dell’anima per sottolineare che l’anima stessa resta un’entità astratta e di cui pochissimi fanno esperienza se viene intesa come una sostanza o un nucleo già compiuto; all’inizio in noi non c’è l’anima, c’è la radice dell’anima. È come un seme che deve svilupparsi, è come una promessa che deve essere mantenuta. A sua volta tale radice dell’anima può essere identificata con la libertà, più precisamente con il suo divenire in ciascuno unica, inerente alla persona, tipica del suo modo di essere e di esprimersi. Se all’inizio c’è solo una radice di libertà, lo sviluppo più adeguato di questo inizio è dato dal fatto che l’anima nasce in noi davvero nella sua pienezza quando giungiamo a vivere l’amore generoso, puro. Solo allora si può dire che una persona ha la sua anima e porta interamente se stessa in un’azione o in uno stile di vita. Così l’espressione del Dt: “con tutta l’anima” può essere letta anche: “con l’anima completamente nata”.

La fase iniziale della vita dell’anima si attua quindi come azione di negazione della libertà, essa stessa all’inizio del suo viaggio, nei confronti delle pressioni provenienti dall’ambiente. Se non soffochiamo l’inquietudine essa ci offre un frutto: la distanza critica da tutto ciò che non vale e non ha senso. Ma lo stare a distanza da tutto logora le persone e le porta infine a immaginare che l’acqua cercata dalla loro sete non esiste. Se invece nello stare a distanza si è raggiunti da un appello, se questo appello è raccolto, allora si sperimenta che c’è un senso che ci riguarda e ci attrae. Non è un senso astratto o equivoco, ma esso ci interpella nel bene degli altri, nella loro presenza preziosa ma anche precaria e minacciata. Per questo Lévinas ha scritto “parlare di redenzione in un mondo rimasto senza giustizia è dimenticare che l’anima non è esigenza di immortalità ma impossibilità di uccidere, e che, di conseguenza, lo spirito è l’attenzione stessa di una società giusta”1. Dunque scopriamo l’anima nella distanza da ciò che ci blocca e nella risposta a ciò che ci mette in cammino. Qui “cammino” vuol dire sia nuovi incontri, relazioni, esperienze, azioni di cambiamento della realtà intorno a noi, sia viaggio in noi stessi.

La svolta ha luogo quando la negazione è un “no” preciso, detto alla pressione del male. Ecco la vera liberazione, per l’anima, dello spazio del suo compimento. Se in questo spazio lei ascolta l’appello del Bene – che è appello concreto proveniente dal bene degli altri -, se si sente amata e invitata all’amore e finalmente aderisce all’amore generoso, allora l’anima giunge alla sua nascita. Ma come possiamo giungere all’amore se l’anima non è già formata? Questo è possibile rispondendo all’amore divino e alla presenza degli altri, come pure eventualmente all’amore che viene da loro, con il cuore e appunto con la radice di anima che abbiamo dalla nascita. E se l’energia specifica di questa radice è la libertà, l’energia del cuore è il desiderio. Quando desiderio e libertà aderiscono all’amore generoso allora l’anima non solo è nata ma può unificare l’intero cammino e l’azione della persona. Il “con tutta l’anima” del Dt significa dunque con la persona intera, con tutto se stessi.

Si pone poi per ciascuno l’esigenza di rendere questa nascita irreversibile, dato che l’anima e la persona restano esposte ai colpi del male. L’interruzione del cammino di nascita dell’anima o la sua morte possono darsi in due casi: il più grave si ha quando aderiamo al male, cedendo al suo ricatto e alla sua suggestione; l’altro caso si ha quando l’eccesso di sofferenza subita ci fa perdere la speranza, la fiducia, la forza di amare, il legame con gli altri e con Dio. In tali situazioni la persona può rivelare misteriose correnti di energia del Bene che riemergono improvvisamente (gli psicologi chiamano resilienza questa capacità di rispondere in modo positivo ai colpi subiti); ma soprattutto è essenziale la vicinanza degli altri, anche nelle forme della vera compassione, del perdono e della misericordia.

– Ma che cosa significa ripartire dalla propria anima? Che cos’è possibile intendere con anima?

“Anima” non è il nome scontato per designare un’entità immateriale o un luogo interiore a sé stante. Si tratta di interpretare la vita dell’anima pensandola non più come contrapposta al corpo, bensì come unicità radicale, cosciente, deliberante e amante dell’essere umano.

Non appena si dilata lo spazio di attenzione all’umano, rinunciando a risolverne il centro nella semantica del cogito, dell’ego trascendentale, del cervello o dell’individualità dell’uomo insulare, la possibilità cognitiva custodita dal termine “anima” promette una via più attendibile per il riconoscimento del proprium del nostro essere. Questa via sembra portare a considerare meglio sia il valore dell’unicità viva e autocosciente in ognuno, sia la scaturigine della sua personalità, lì dove l’essere singolare della persona e la vita universale s’incontrano in un nodo irripetibile e prezioso. Naturalmente il nodo non è sospeso nel vuoto, è inserito già sempre nel tessuto dell’intersoggettività costitutiva della condizione umana e, anzi, della vita universale.

L’anima può essere colta come l’utopia che ci abita, un nucleo di soggettività che non si lascia dislocare in un posto determinato e visibile del corpo o anche della biografia di una persona. C’è infatti un’utopia che guarda a ciò che avrà luogo un giorno nella storia e nella nostra identità, anche se per ora non si attua e c’è però anche un’altra “utopia”: la realtà fin dall’inizio presente di ciò che esiste in noi senza che possa essere collocato in un luogo determinato e visibile della persona. L’anima è “utopica” in questo secondo significato. Ed è il nucleo sorgivo del nostro essere apertura. Se infatti l’uomo può essere nuovo, libero, ulteriore rispetto a quanto è dato, rispetto al passato, a tutto ciò che lo consegnerebbe alla pura necessità e persino rispetto al suo nemico più temibile, il male, tale facoltà può essere fatta risalire, nell’uomo, e comunque per quanto attiene all’ordine delle condizioni intrapersonali, appunto alla vita dell’anima. È come dire che l’anima è figlia di una Origine di cui è in costante ricerca. Perciò l’essere umano è apertura. Proprio per tali motivi l’anima non è mai un’aggiunta, un additivo a qualcosa che sussista di per sé, ma è il nucleo dell’essere personale, anzi del nostro essere-per, dell’esistere dedicandosi a qualcuno o a un ideale, del cercare una meta di adeguatezza a ciò che siamo veramente.

C. Ho già detto che esortare a scoprire l’anima non convince nessuno. La scoperta vera accade quando ci si trova a rispondere al bene come senso della vita. Ma lo sviluppo di questa scoperta, che altrimenti resta effimera, ha luogo se giungiamo a sperimentare i benefici dell’anima desta. I benefici dell’attenzione alla vita dell’anima ci portano oltre il piano del mero benessere (non collegato, come sempre di più ormai appare, all’avere ma in modo profondo al bene e all’essere e dunque all’essere al servizio del bene di altri. E dunque creare in modo originale e costruire percorsi di bene):

1- Il primo beneficio è la nascita dell’io solidale, non più un io ripiegato su di sé e naturalmente individualista. L’illusione che si possa fare di se stessi il senso di tutto, mantenendosi indifferenti e separati dagli altri, è una delle barriere psicologiche e culturali da superare per costruire alternative sapienti e, finalmente, una società di persone. L’individualismo è l’egoismo divenuto cultura. La mentalità individualista si insinua facilmente ed è veicolata dalla paura di restare indietro rispetto agli altri, che poi diviene l’avidità di affermarsi senza di fatto essere mai se stessi.

La persona umana nasce dalla relazione tra una donna ed un uomo; cresce e matura le sue facoltà partecipando alle relazioni con gli altri; è in se stessa una vivente relazione di nuclei del proprio essere come il corpo, il cuore, la ragione, la coscienza morale, l’anima. Una creatura così costituita tende, per sua vocazione, all’armonia in tutte le sue relazioni fondamentali, interiori e interpersonali. Se al contrario essa è indotta a esistere in maniera antitetica alla struttura relazionale del proprio essere, si adatta a una forma innaturale di vita, falsifica e deforma la sua personalità, si riduce a esistere sempre solo per sopravvivere, sacrificando il fine autentico dello stare al mondo: diventare felici aiutando ad accrescere la felicità di altri.

La scoperta dell’anima rischia di essere soffocata se mancano percorsi educativi in grado di sostenere il cammino della persona. Bisogna tenere conto del fatto che le radici dell’individualismo sono antiche e rafforzate di continuo. Quindi altrettanto precoce e costante deve essere la cura per la cultura della condivisione. Famiglia, scuola, associazioni educative sono i luoghi di fioritura dell’umanità relazionale di ognuno. Genitori, insegnanti, educatori sono i protagonisti di questa svolta, che è sempre possibile dove le persone crescono in situazioni di dialogica della vita quotidiana. Al centro dei percorsi educativi tipici della società di persone dovranno essere posti l’acquisizione dell’autentico senso di sé, l’apertura al senso del vivere in comunità e, in particolare, la maturazione della capacità di identificazione di se stessi nella condizione dell’altro, anzi dell’ultimo di una situazione data. La guarigione dall’individualismo infatti non accade solo perché si scopre il valore degli altri in genere, ma soprattutto quando non si ha paura di guardare e di sentire le cose dal punto di vista di chi viene emarginato, scartato, giudicato. È quanto ha colto Bonhoeffer scrivendo: “resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti”2.

2- Una simile riconsiderazione dell’anima, nel senso del tipo di soggettività che essa esprime, non deriva quindi da una pura e semplice adesione all’individualismo. Essa scaturisce piuttosto dalla convinzione secondo cui ogni società si consolida e si conferma ripetendo schemi comportamentali, logiche di interazione, tradizioni e istituzioni che sono il frutto di una creatività passata. Quindi la società nel suo complesso rappresenta, in tale ottica, il passato. Ciò apre al secondo beneficio: la consapevolezza che creative possono essere solo l’iniziativa e l’opera delle anime delle persone. Esse danno un volto nuovo alle situazioni collettive. Al contrario quando queste ultime assumono la processualità tipica dell’automatismo, soprattutto con l’avvento della società di massa, allora la vita collettiva è letteralmente «disanimata»3. La prova di questa dialettica, per cui il collettivo si ripete e si automatizza, mentre la singolarità che agisce con l’anima rinnova le cose, sta nel dato per cui non c’è meccanismo organizzativo che, per suo intrinseco impulso, sia in grado di trasformarsi e di rigenerarsi. Ogni evento nuovo sorge sempre dalla libertà originale dei singoli; senza questo apporto la società resterebbe come pietrificata, imploderebbe sul proprio passato.

Ciò che più caratterizza il destino dell’originalità della persona, in un contesto epocale di questo genere, è l’ermetismo dell’anima, ossia quella chiusura che la rende vuota e sterile. Quando si trova in questo stato, il soggetto cade in una sorta di stupidità esistenziale, etica e politica perché, con l’anima chiusa in questa paralisi, egli manca della funzione di pensare, di quello che viene definito “spirito critico”, e non sa più riconoscere che la forma superiore della convivenza è il dialogo. Il risultato che scaturisce da questa visione della realtà storica contemporanea spinge a pietrificarsi nell’incapacità di dialogare con se stessa, di sentire, di dedicarsi, di colloquiare con gli altri, di costruire sapientemente una civiltà nuova, per cui l’anima svuotata dell’uomo-massa cerca se stessa nel fare, nell’azione diretta, che poi è l’azione per l’azione. Diametralmente opposta ad una logica dell’agire fine a se stesso è invece la capacità dell’anima di fermarsi pazientemente per ascoltare e sentire.

3- C’è infatti nella condizione umana e femminile in particolare un’esperienza che vale come paradigma della capacità di farsi carico del patire per porsi al servizio della gestazione di forme di vita nuova. Mi riferisco al paradigma della maternità, che, per quanto misterioso, rappresenta lo spazio di un’ulteriorità rivelatrice, un dinamismo essenziale della nostra stessa anima. Il paradigma della maternità ci permette infatti di cogliere come il patire ineludibile nella nostra condizione di creature debba poter essere affrontato e portato in un modo che sia espressione d’amore. Trasformare il dolore in amore generoso, questo è il primo potere ricevuto ed esercitato nel mistero della maternità. Allora il patire che diviene gestazione, il patire con e per amore, e non più il patire come sottomissione assurda o sacrificio di vittime, si rivela necessario e indispensabile per ogni esistere creativo e per la vita comune.

E proprio questo è un dinamismo tipico della vita dell’anima: il movimento che la porta a trasfigurare la sofferenza nelle doglie del parto. Passione e azione risultano in questa prospettiva sorprendentemente correlati. Fondamentale è introdurre fin da subito un chiarimento rispetto a tale ottica: l’azione umana esemplare è qui affidata alla donna come madre. Ma le è affidata come soggetto di un’esperienza paradigmatica dell’intera creatività umana, non come al proprietario di un monopolio. Per questo sostengo che il patire è esperienza di una attesa, di una gestazione che precede ogni tipo di creazione. Mi riferisco non tanto ad una potenza biologica esclusiva, la cui apologia lascerebbe in una posizione di minorità antropologica gli uomini e le donne che non sono madri, quanto ad un modo d’essere prevalente sì nelle donne ma assumibile anche da chiunque.

La ricettività del corpo femminile, la pazienza della gestazione, la forza del dare alla luce una vita nuova sono fondate, più che su una specifica struttura corporea, su un modo di essere e di esistere che risale all’anima e al suo rispondere all’invito del Bene. Perciò la maternità è irriducibile a un fenomeno biologico spontaneo, che va da sé, proprio perché è una passione-azione in cui il corpo femminile aderisce con tutta l’anima alla creazione. Si delinea qui la speciale dedizione che permette l’azione per eccellenza, l’azione feconda. È come dire che chi vuole comprendere la radicalità e l’intensità dell’agire deve porsi in ascolto dell’esperienza della maternità.

Nell’esperienza della gestazione e del parto infatti, allorché la donna nel generare nasce a sua volta come madre, una lunga passività confluisce nell’azione: l’azione del far nascere. Questo è il paradigma concreto e universale dell’azione feconda, più precisamente di una generatività che, nella sua complessità, non coincide solo con l’azione e che nondimeno trova nell’azione la forza della libertà e dell’adesione della persona, in questo caso della madre, alla vita. Si tratta di un paradigma universale nel senso che non c’è azione, soprattutto non c’è azione integra, efficace e feconda, che non si radichi in una fase o in un periodo di passività, si potrebbe dire di nutrimento preliminare e di ricezione essenziale. L’azione è la fioritura che sboccia da un radicamento, dalla possibilità di attingere ad una corrente vitale che precede e permette la fioritura stessa. Da questo punto di vista la maternità è ben più che una passività biologicamente determinata, è la passione-azione fondamentale dell’anima personale. Esperienza concreta e unica della donna, ma anche esperienza trasfigurata universalmente e vissuta in ogni dinamica generativa, creativa o risanatrice.

Nella maternità voluta e accettata, l’essere personale della donna dice “sì” non solo alla vita genericamente intesa, ma a un altro sognato e amato prima ancora di conoscerlo. Il che dimostra che la scelta dell’essere dell’altro e l’azione responsabile non sono fondate sulla quantità di informazioni e di garanzie preliminari di cui possiamo disporre, ma su uno slancio dell’anima amante. Questo “sì”, vissuto come desiderio, attesa, pazienza in tutto il periodo della gestazione di un figlio (ma anche di un’azione politica, di una scelta che implica rinnovamento) si realizza nel parto. Il parto non è solo un evento naturale, il culmine di un lungo processo di preparazione, ma è anche azione della donna, di colei o colui che ha patito.

Qui si può riconoscere la connessione tra il far nascere e il partecipare a una promessa. Da una parte, infatti, l’azione peculiare e deliberata della madre nel parto è quella di spingere e mandare avanti il figlio, proprio come indica l’etimologia del pro-mettere; d’altra parte tale pro-mettere non riguarda solo la madre e il figlio: infatti «una madre vi è, propriamente, solo quando nasce un corpo nuovo, un corpo volto alla luce che adempie la sua promessa. Una madre c'è solo nell'adempimento di una promessa della vita alla luce»4. Attraverso l’azione della donna la vita stessa, a sua volta, dona una nuova creatura al Donatore. Il dono ha appunto la forma di promessa, quella che la vita fa alla Luce, cosicché il dono è vivo, è la storia di un essere unico che intraprende il suo cammino originale.

Ecco un punto su cui conviene riflettere. Prima ho detto che il senso delle cose ci interpella, si rivolge a noi come un invito. Ora abbiamo fatto un passo ulteriore: l’invito è una promessa. Promessa di liberazione dal male, di compimento nel bene di tutte le vite. Pensiamo adesso a come nella cultura dominante siano stati rimossi non solo il riferimento all’anima, ma anche quello al senso della promessa. L’idea che la nostra vita sia posta nel campo magnetico e nella storia di una promessa ci sorprende e resta spesso impensata, eppure la traccia di questa promessa non è forse inscritta nella misteriosa dignità infinita di ogni persona, che pure pensiamo come un essere finito? E la società stessa, l’umanità intera possono o no riconoscere una promessa di compimento per il loro divenire? È arduo pensare che questa promessa esista, ma le società senza capacità di sognare e di credere nel compimento diventano inique e disperate. Anche questa è una traccia da decifrare.

4- Come accennavo in precedenza l’esperienza e il paradigma della maternità ci insegnano anche una inattesa connessione tra passività e azione. Da un lato, il far valere il dato antropologico per cui ciò che davvero abbiamo e ciò che realmente siamo come persone lo abbiamo ricevuto in dono, assumendolo ed esprimendolo poi originalmente in quanto esseri unici, liberi, creativi e capaci di donare a nostra volta. Perciò sappiamo essere e agire nella misura in cui sappiamo ricevere. La passività come ricettività e accoglimento consente la rielaborazione del proprio essere personale e fa sorgere l’agire vero e proprio. Dall’altro lato, considerata la condizione strutturale di esilio e di esposizione al dolore in cui siamo, non è possibile alcuna integrità dell’anima né iniziativa creativa o presenza davvero attiva della persona nel mondo senza imparare a portare pazientemente il patire.

Il nucleo di senso che accomuna la concreta esperienza materna della gestazione e del parto e le molteplici forme dell’agire umano (quello che ho definito paradigma della maternità) può ora essere riconsiderato nei suoi elementi essenziali. Comincio a sottolineare che in ogni azione integra troviamo innanzitutto una passività che è, insieme, ricettività, sofferenza e pazienza. La passività chiede sempre un’adesione che però può essere facilmente equivocata. Giacché, infatti, si è portati non di rado a credere di dover rispondere con la rassegnazione, come se la sofferenza, la costrizione e persino l’impotenza fossero naturali, meritate, “giuste”, come se esse fossero la verità della vita oppure qualcosa da offrire a Dio per trarne un merito spirituale. A questo equivoco non si sfugge realmente prendendo la via della fuga, del portarsi altrove con il pensiero astrattivo e dell’abbandonare l’anima al suo oscuro destino di patimento. L’azione sarebbe quel comportamento grazie a cui l’uomo fa presa sulla realtà, esercita una potenza che non ha nulla di passivo e che anzi gli conferisce sempre più potere. Tale diffuso equivoco sorge appunto dall’incomprensione o dal misconoscimento del legame vitale indissolubile tra passività e azione integra.

La passività che ci interpella chiede un’adesione diversa, che non sia né rassegnazione né fuga. Chiede la risposta della libertà. E l’unica libertà che sa aderire lucidamente alla passività, portando la nascita umana a compimento, è la libertà dell’amore generoso dell’anima, quello per cui la persona non teme di offrire se stessa e la propria vita. Non si offre il dolore alla divinità, si offre se stessi per il bene di altri. Inoltre, una volta posto nella luce del paradigma della maternità, si vede che l’agire è fecondo, dà alla luce, esprime generatività. Così l’anima, nel suo scoprirsi figlia, si fa madre per altri. Nel generare, chi genera si trasforma e porta alla luce una nuova realtà; sopportando il tempo, dona tempo a chi o a ciò che fa nascere. “Sopportare il tempo”, per l’azione e per il suo soggetto, vuol dire reggere la tensione con la realtà data, che tende a ripetersi e a opporsi a quanto può rinnovarla. Anche perché far nascere senza dare tempo significherebbe far morire la vita appena nata.

Chi riconosce allora il legame naturale e strettissimo che unisce anima e azione non può più scambiare l’anima stessa come un’entità eterea e quasi appagata nel suo essere nascosta, estranea al mondo, alla vita comune, alla storia. Al contrario, da una tale prospettiva emerge come solo l’anima fonda ogni vera azione.

5- Da una trasformata comprensione della dignità della persona e della realtà dell’anima è possibile intravedere la primaria urgenza, che scaturisce in ciascuno, di far maturare un tipo di società che sia conforme a una tale ricchezza di valore. Imprescindibile è il livello di risposta, di responsabilità, che si sceglie di dare alla propria chiamata. Tale approfondimento della percezione del valore dell’essere umano non deve essere orientato soltanto in senso passivo, cioè nel senso di una presa d’atto di quanto è dovuto a colui o a colei in quanto “oggetto” e destinataria della cura per i diritti, ma anche nel senso attivo, che guarda a ognuno come “soggetto” dell’etica, del diritto, della politica e dell’azione storica tanto più autentico quanto più il suo agire si radica nella soggettività libera e leale dell’anima. Non solo con l’adesione della coscienza o della ragione, ma è proprio con il sostegno dell’anima che la persona può giungere ad assumere pienamente la sua responsabilità per gli altri fino a divenire protagonista di relazioni di dono, di compassione, di misericordia, di speranza e fiducia condivise, di liberazione.

6- Una rinnovata riflessione sull’anima è inoltre fondamentale per avviare processi educativi che rigenerino speranza, altrimenti non vi è futuro.

La speranza è radicata nella comune umanità di cui siamo intessuti, nonostante tutte le differenze. È insita nel fatto che la nostra esistenza è in sé una domanda, un’apertura, una ricerca, una speranza vivente. E lo è nell’intreccio dei percorsi di vita, come in una trama ricchissima di differenze ma unica, per cui ignorare o negare gli altri vuol dire, in definitiva, fare del male a se stessi, fino alla propria anima. La speranza onesta e illuminata sorge quando impariamo che volere il nostro bene escludendone gli altri non ha senso. Quando ci rendiamo conto del fatto che la sventura altrui o l’indifferenza precludono la felicità a tutti. La speranza vera è universale o non è tale. Universale non perché astratta o generica; al contrario, universale perché accoglie l’unicità di ognuno, le storie, i volti, le aspirazioni, le sofferenze, la bellezza di ogni vita. E assume tutto questo nella gestazione di una realtà completamente diversa (a partire dal sistema economico che – dalla produzione alla distribuzione, dal consumo agli investimenti, dalle scelte quotidiane dei singoli alle dinamiche di scala mondiale – non deve negare o usurpare la speranza umana. Non può né seminare fame, oppressione e precarietà, né imporre false rappresentazioni del progresso e del futuro, come ad esempio il dogma della crescita del P.I.L. o la vittoria sull’economia di altri paesi o l’inganno delle risorse illimitate).

Pertanto i processi educativi a cui alludo non riguardano certo la formazione per acquisire un maggior numero di competenze tecniche – per queste sono sufficienti brevi corsi – ma hanno come finalità l’educazione delle persone fino ad arrivare alla loro anima, per le quali occorre un cammino di vita fatto di attività ed esperienze insieme relazionali e conoscitive, un itinerario che sia nel contempo spirituale, psicologico, etico, civile, fisico, scientifico, artistico. È educando alla speranza che in effetti si dilata lo sguardo dell’anima quando si riesce ad incoraggiare altri verso il futuro con fiducia. Mi riferisco qui in maniera particolare ad una riflessione riguardante il mondo giovanile e adolescenziale, ma che non preclude il riferimento ad ogni altra stagione della vita. Accompagnare gli adolescenti equivale a oltrepassare ogni visione legata alla banale espressione, purtroppo ricorrente, «la gioventù di oggi…». Quest’ultima infatti, più o meno consapevolmente, serve da un lato ad innalzare un muro di non-comunicazione e di sordità tra adulti e giovani, dall’altro lato infonde una sfiducia radicale e subdola nelle potenzialità iscritte nell’essere dei giovani, che finiscono per essere messe a tacere dagli stessi.

Probabilmente quindi spetta a coloro che hanno un compito educativo nei loro confronti non continuare a parlare dei giovani, ma bisognerebbe piuttosto iniziare a parlare con i giovani, per far emergere le inevitabili incertezze e il disorientamento profondo. Solo così sarà possibile incoraggiarli ed educarli alla fiducia, fondamento stesso della fede, aiutandoli a comprendere che crisi non è fallimento. Che crisi è un segnale e una prova che la vita di ognuno non è statica, ma un continuo cambiamento evolutivo che può giungere ad una sperabile realizzazione della nostra identità, di quella della comunità in cui viviamo, fino a ricomprendere quella della comunità universale dei viventi. La fiducia è l’atteggiamento che meglio di ogni altro corrisponde al futuro, è il modo di accoglierlo, di prepararlo e di aprirgli il cammino a partire dallo spazio della nostra anima.

CONCLUSIONE:

Penso che esista un fronte trasversale unico che, pur diventando cosciente solo di rado a chi ne fa parte, attraversa tutti i singoli fronti della nostra storia attuale. In esso sono schierate in fila indiana tutte le opinioni reali di ogni gruppo, ogni partito, ogni popolo, che non si conoscono tra loro; ma, per quanto differenti siano le loro mete, si tratta pur sempre di un unico fronte. Essi infatti combattono ovunque la stessa battaglia per la verità umana. Questa altro non è che la fedeltà degli uomini all’unica verità, che l’individuo non può possedere ma soltanto servire: la fedeltà alla verità di Dio. (…) Viviamo in un momento storico nel quale la sorte del genere umano è complesso al punto che i soliti rappresentanti del principio politico si sentono autorizzati a comportarsi come se essi stessi lo incarnassero. Parlano di giudizio, ma non lo conoscono; litigano tra loro e con la propria anima. (…) Quando arriverà minaccioso il momento della catastrofe, probabilmente dovranno intervenire coloro che formano il fronte trasversale. A quel punto gli uomini accomunati dal linguaggio della verità umana dovranno unirsi per dare finalmente a Dio quel che è di Dio e dare all’uomo quel che è dell’uomo, concetti che sostanzialmente coincidono, allo scopo di salvare l’uomo dalla divorante prepotenza del principio politico5.

Questo passo rende bene l’idea della profonda solidarietà tra anima e azione nel contesto vivo delle relazioni interumane. Il fronte trasversale lega tutti quelli che sono risvegliati alla loro responsabilità storica. E lo sono perché la loro anima è desta, ascoltata e resa libera di agire. Il senso di questa azione è la fedeltà. Fedeltà che è la sostanza della verità umana. Buber infatti evidenzia che non c’è una nostra verità che sussista separatamente da quella divina: la verità umana consiste per noi nel divenire fedeli nei confronti della verità vivente del Tu eterno. Che l’autore dica che tutti costoro sono «accomunati dal linguaggio della verità umana» indica come la fedeltà stessa sia un elemento vitale cui si può partecipare insieme, proprio come è il linguaggio. Concepire la fedeltà come linguaggio, ossia come una realtà del “tra”, una corrente spirituale nella quale possiamo agire, permette di comprendere che i significati, gli atti e le relazioni tipiche di questo “linguaggio” possono essere assunti da molti, tradotti e “parlati” nei contesti più diversi, configurando un’azione corale che, in definitiva, suona come un’invocazione al Tu eterno ed eternamente fedele. È su questa soglia che persiste la possibilità della salvezza o, come direbbe María Zambrano, il riscatto della storia tragica nel fiorire di una storia etica. Il viaggio dell’anima conosce la solitudine ma non è solitario, è interiore ma si svolge nelle relazioni e nella storia, coinvolge tutti e implica Dio stesso, fin quando Egli sarà per chiunque non più solo un Dio sconosciuto, ma un Padre, che è insieme Madre.

1 E. Lévinas, Difficile libertà, Jaka Book, Milano 2204, p. 130.

2 D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, p. 74.

3 Ibid., p. 479.

4 M. Zambrano, Los bienaventurados, Siruela, Madrid 2004 (Ia ed. 1990); tr. it. di C. Ferrucci, I beati, Feltrinelli, Milano 1992, p. 17.

5 M. Buber, Geltung und Grenzen des politischen Prinzips, in ID., SP, pp. 1107-1108; tr. it. di L. Velardi, Validità e limiti del principio politico, in M. Buber, Profezia e politica. Sette saggi, cit., pp. 74-75.