I morti del giorno

vecchi il quotidiano locale lo leggono al bar. Non vanno a vedere lo sport. La prima pagina che guardano è quella degli annunci mortuari. Chi è morto oggi? Sì – indicano la foto con il dito – questo lo conoscevo. Io no, non proprio, ma lo vedevo passare tutte le mattine. Parlava forte tra sé e sé, stava sempre da solo. Ma era malato? Credo di sì: l’ultima volta era più magro, più pallido.

Goethe, racconta il biografo ufficiale, avrebbe detto parole memorabili prima di spirare (perché i Grandi spirano, o rendono l’anima a Dio, o trapassano a miglior vita; tutti gli altri, semplicemente: muoiono); le ultime parole del grande Goethe – due per l’esattezza – sarebbero state: «Più luce!». Compreso, si presume, il punto esclamativo.

Più luce per il mondo? più conoscenza? più fede? O, semplicemente, mettete una candela sul comodino perché è tutto buio e ho paura di morire? Non è dato sapere.

Ma anche quel vecchio, il morto del giorno nella rubrica degli annunci, avrà detto le sue ultime parole. Una preghiera, una imprecazione, un grido di paura o un piccolo reperto da lasciare in dote alla memoria di qualcuno. Magari però era solo, nessuno ha raccolto tra le mani quel tesoro.

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In macchina, finito il radiogiornale, ascolto le notiziole del giorno, le curiosità raccolte tra le pagine di cronaca spicciola: trucioli, bagatelle, spigolature, frammenti di vite anonime: come i racconti polverosi e terribili di Carver.

Una giovane coppia aveva trovato lavoro in un cimitero. Facevano i custodi. Il cimitero (inglese?) era immerso nel verde, un prato corto e qualche grande albero. L’ideale per una festa fra amici. Perché gli amici della coppia (facciamo che si chiamavano Jack e Sarah), gli amici di Jack e Sarah erano giovani come loro. Poco lavoro, pochi soldi, case brutte, piccole, senza giardino. Tutti erano costretti a stendere i panni in cucina, o in bagno, sopra la vasca smaltata, grazie ad un arnese fissato al soffitto con i fili che vanno su e giù. Jack e Sarah avevano avuto un vero colpo di fortuna. Fare i custodi non è per niente faticoso, basta essere lì, sempre. E avevano un giardino smisurato, no, avevano un intero parco tutto per loro. Almeno negli orari di chiusura.

Gli utenti del cimitero – si dice utenti? – no, meglio: i familiari, parenti, amici e congiunti dei morti ospiti del cimitero – si dice ospiti? – no, meglio: dei poveri morti che riposavano in pace. Insomma, la notizia commentata alla radio dava conto del finale della storia: una vibrante protesta contro i custodi del cimitero – una petizione per il loro licenziamento in tronco. Jack e Sarah avevano organizzato a casa loro una piccola festa con gli amici. Una cosa innocente, ovviamente fuori dall’orario di servizio. Birra (la birra è inevitabile), musica a tutto volume (è mai possibile fare festa senza musica?) e giochi per i bambini nel grande parco tra le tombe (moscacieca e tutto il resto).

Non si erano accorti del passare del tempo. Succede quando si sta bene assieme. E il tempo era passato senza avvertirli che erano le quattro e mezza del pomeriggio. Nessuna lamentela da parte dei morti, ma i visitatori del cimitero – si può dire visitatori? – insomma, una folla inferocita, brandendo minacciosamente mazzi di fiori, rumoreggiava fuori dal cancello.

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I morti dello tsunami mi hanno fatto pensare ai morti di Pompei ed Ercolano. Perché negli ultimi duemila anni gli uomini hanno compiuto imprese mirabolanti. Dieci, cento, mille volte quello che avevano combinato nei precedenti 200.000 anni di storia. Eppure basta un vulcano e l’uomo torna piccolo piccolo.

Eppure non impara.

Puchet e Pompei si assomigliano anche per la sorpresa. Per la morte che entra di soppiatto nella tua camera da letto. Morire così, senza il tempo di salutare il mondo. Senza un pensiero, un’ultima parola.

Le morti collettive, le grandi catastrofi, danno ragione anche a Totò e alla sua Livella. Il turista e il facchino, l’animatore del Club Med e il pescatore. Uguali uguali, per una volta. Indistinguibili. Anzi: dispersi.

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New York colpita al cuore. Madrid colpita al cuore. Ultima – ma non ultima, probabilmente – Londra: colpita nelle sue viscere, nelle sue vene, nei suoi nervi sotterranei. Stampa e televisioni a parte (la stretta relazione tra il mestiere del becchino e quello del giornalista è piuttosto risaputa), mi pare che lo smarrimento che mi assale abbia una origine interna. Viene prima di tutto da me, “da dentro verso fuori”. Solo dopo arriva l’orrore mediatico, cui è impossibile sottrarsi, e “il fuori” sfonda le orbite ed entra dentro come un fiume attraverso i miei occhi.

Sono a casa quando mi è arriva un sms di una amica, «bombe nella metro di Londra molti morti adesso alla tivù», ma non accendo subito. Seguo il filo di una emozione. Cerco di capire di cosa è fatto quel dolore che da dentro cerca di uscire fuori. Come per prendere aria, per diluirsi un poco.

Perché quella intimità, quel senso di appartenenza – fare parte – per una metropoli in cui non sono mai stato? Ed è proprio la città ferita, anche se sono morte delle persone innocenti, che pesa come una pietra da cui non riesco a liberarmi.

Non ho capito granché. Forse che la città siamo noi, tutto quello che abbiamo costruito: di bello o di brutto, ma insieme. Che la ferita di una città – le Torri Gemelle o la Metro di Londra – sono una insopportabile ferita collettiva. Da cui non si guarisce.

O che guarire sarà un processo faticoso. Che Blair, Bush e Berlusconi sono terribilmente idioti, oltre che pericolosi. Che pensate nuove e intelligenti!: leggi speciali, stato di polizia, tolleranza zero, sparare ad altezza uomo… Che, invece, dovremo rimboccarci le maniche, senza escludere nessuno, calce cazzuola e mattoni per costruire La Città Nuova.

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Morto un papa se ne fa un altro. Solo dopo però, perché il soglio di Pietro è rimasta una delle poche cariche a vita. Come i re, ma quelli non contano niente. Interessano solo a Novella Duemila ed Eva Tremila che si litigano le foto dei matrimoni dei rampolli reali. O come il direttore della Banca d’Italia: quello che pasticciava con i telefonini e si metteva d’accordo col finanziere fidanzato della starlette Anna Falchi.

Morto il papa polacco – dopo una penosa e interminabile degenza televisiva – io, lo confesso, puntavo decisamente su Stoppiglia: l’uomo giusto per dare una raddrizzata alla baracca. Certo, mon aveva fatto una gran campagna elettorale. Soprattutto: non si era spostato al centro, e si sa: vince chi conquista il centro. Ma Stoppiglia (cavolo, poteva almeno tagliarsi quella barbaccia!) aveva qualità da vendere. Niente da fare: ha vinto Ratzinger, il favorito di tutti i pronostici, di tutti gli oroscopi, di tutti i curiali.

Quando ho sentito l’annuncio ho sentito anche un piccolo brivido attraversarmi la schiena. Ma insomma, mi sono rincuorato così: la Chiesa è una cosa molto più grande del suo pastore. Ancorché tedesco.

E Stoppiglia si può sempre rifare con le primarie dell’autunno.

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Io, come Jack e Sarah, i morti non li lascio riposare in pace. Non mi sogno neppure di lasciarli stare. Mi parrebbe una scortesia. Anche perché loro fanno altrettanto con me.

I miei morti mi vengono a trovare. Sempre più spesso. E con loro sto bene. Vengono soprattutto alla mattina presto. Da prima dell’alba fino alle sette e mezzo è un vero e proprio viavai. Come se si dessero e mi dessero appuntamento nelle ore che più amo. Il profetico Fred, Federico il dissipatore, Nino elegantissimo che transita verso la cucina per la sua spremuta quotidiana, Maria Stoppiglia che continua a preparare il caffè. E beve una tazzina più di me, fuma una sigaretta più di me. E mi guarda e mi parla.

E mio padre a cui domando cosa volevano dire le sue ultime parole: «Ci vuole uno che sostenga». Papà, non ti riferivi a me, vero? Io non ci sono proprio portato. Magari Tullio, è o non è il maggiore? O Giovanni? Lui è un ingegnere, lui lo conosce il cemento armato.

E mio fratello Carlo seduto al pianoforte. Si volta. Ride. Mi dice di smetterla di litigare perché gli viene male a sentirmi.

E anche quel vecchio, quello dell’annuncio sul giornale, che mi sussurra il suo ultimo segreto. Io mi avvicino, tendo l’orecchio, ma è troppo stanco, parla troppo piano: non riesco a capire le sue parole.