I pericoli per la pace

Nessuno oserebbe oggi manifestare dubbi sulla guerra: nessuno, in nome di niente, può difenderne la causa. E nessuno, di conseguenza, può tralasciare di deporre il suo voto per la pace in quell’urna invisibile che raccoglie le umane volontà. Ma in molti casi non è sicuro che questo voto per la pace sia accompagnato dalla coscienza, o almeno dal presentimento, dei problemi seri e profondi che lo stato di pace comporta.
Perché la questione non è semplicemente che non ci sia guerra – una guerra che sarebbe certamente l’ultima di tutta una storia – ma è stabilire la vita in vista della pace. E se la pace è innanzi tutto l’assenza di guerra, è qualcosa di più, molto di più. La pace è un modo di vivere, un modo di abitare il pianeta, un modo di essere uomini; è la condizione primaria per la realizzazione dell’uomo nella sua pienezza, perché la creatura umana è una promessa.
Entrare nello stato di pace significa oltrepassare una soglia: la soglia tra la storia, tutta la storia esistita finora, e una nuova storia. Si tratta, dunque, di una autentica “rivoluzione”, del duplice compimento di quel sogno di rivoluzione pacifica che hanno sognato tanti spiriti grandi. Compimento duplice, perché oltre ad essere una rivoluzione pacifica, avrebbe come contenuto, appunto, la pace.
Retrocedere davanti a questa soglia non è possibile. Essere o non essere, vivere in pace o cessare di vivere, questo è il problema. Perché in questa circostanza è la necessità che obbliga alla morale. E, per nostra vergogna, la pace non viene imposta in considerazione della coscienza morale, né per la ripugnanza che il nostro cuore prova di fronte agli orrori e alla esistenza stessa della guerra, ma per la certezza che la guerra provocherebbe, in un breve lasso di tempo, la distruzione di quello che chiamiamo il mondo civilizzato, del nostro mondo.
Ma questa situazione non rappresenta ancora uno stato di pace, almeno finché è il timore a determinare l’assenza della guerra. È, semplicemente, uno stato di non guerra. Uno stato ambiguo e pericoloso. Poiché la storia ha dimostrato che i timori più fondati sono stati cancellati in un istante di follia. Il fatto che qualcosa non si realizzi per paura, se è solo per paura, non significa che non si realizzerà, anche perché l’uomo tende a liberarsi dalla paura e a dimenticare. La creatura umana può trovare rifugio nelle situazioni più assurde e pericolose, e questo ha reso possibile tanto sublime eroismo ma anche tanto orrore e tanta viltà, finché un giorno la catastrofe si presenta implacabilmente.
E d’altra parte, una situazione che si sostiene solo sulla paura è priva di sostanza morale, di quella sostanza morale cui l’uomo non può rinunciare, visto che ha cercato e cerca di farlo senza riuscirci.
Perciò non ci sarà uno stato di pace autentica finché non sorgerà una morale vigente ed effettiva indirizzata alla pace, finché le energie assorbite dalla guerra non si incanaleranno, finché l’eroismo di quelli che concentrano nella guerra il compimento della propria vita non incontrerà vie nuove, finché la violenza non sarà cancellata dai costumi, finché la pace non sarà una vocazione, una passione, una fede che ispira e illumina. E certamente alla nostra cultura occidentale non mancano i fondamenti religiosi e morali per tutto ciò.

(da Maria Zambrano, Le parole del ritorno, Città Aperta Edizioni)