Il Brasile di Lula

Una lettura del Brasile dopo la vittoria del leader del PT Luiz Inacio da Silva.  L’elezione alla Presidenza della Repubblica Federativa del Brasile di Luiz Inacio Lula da Silva non é un segno del destino, un fatto casuale o un incidente della storia, bensì un evento ineluttabile e atteso da molto tempo. Possiamo dire, con realismo e misura, che era nelle cose.
Ciò che ci consente di oltrepassare brillantemente la falsa sorpresa di molti o l’immotivata preoccupazione di alcuni é la lettura che molti di noi hanno fatto, nel recente passato, di una crisi in atto nel modello neoliberale, la quale arriva oggi a un punto critico e al tempo stesso ricolmo di speranze per tutti, o almeno per chi continua a credere nella giustizia quale valore e forma di relazione tra gli esseri umani. Proprio per questo possiamo credere davvero che la felicità, che gli amici brasiliani hanno manifestato in questi giorni per le strade, sia una dichiarazione di speranza, quella stessa speranza di cui noi stessi abbiamo fortemente bisogno nel nostro cosiddetto Primo Mondo. D’altra parte, non c’é nessuno meglio di un povero o di un impoverito, che possa dare una lezione di visione politica sui mali del presente e sull’anelito di vita per il futuro. Essendosi sentito mancare la vita, l’emarginato sa dove quest’ultima stia e come sia possibile tirarne fuori l’istinto.
Ovviamente tutto questo non può consentirci invece di ipotizzare opzioni rivoluzionarie velleitarie e inconcludenti o strategie che esulino dal contesto internazionale nel quale siamo inseriti. Tuttavia la vittoria di Lula é una lezione severa e forte per un modello neoliberale che ha dato ampia dimostrazione di fallimento, soprattutto perché é stato applicato, in modo quasi ideologico e sprezzante, nel momento sbagliato e nei luoghi sbagliati. L’asfissia della società latino-americana é stata sempre più evidente e paralizzante nel momento in cui l’economia argentina é crollata, o meglio, é stata fatta crollare. I costi insostenibili, che sono stati fatti pagare a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, sono destinati a ritorcersi inesorabilmente su chi li ha irresponsabilmente rovesciati dentro una società che aveva bisogno esattamente del contrario. A fronte della necessità di una politica di investimenti per lo sviluppo sociale sotto il controllo di un soggetto stabile e sicuro, quale avrebbe potuto essere lo Stato, si é preferito applicare una ricetta rigorosamente monetarista e di totale libera circolazione della ricchezza, che ha inevitabilmente stroncato ogni possibilità di sviluppo, perché ha prescisso colpevolmente dalla valorizzazione delle risorse umane, privilegiando esclusivamente una logica perversa e disumana di profitto immediato e ristretto alle solite oligarchie.
Quando si sfruttano le risorse umane e si astrae dal contesto storico-sociale una sola legge che deregolamenti ogni iniziativa privata, l’esito non può che essere una sciagurata spaccatura sociale, che separa i pochi privilegiati dai moltissimi emarginati. Le conseguenze erano e restano sotto gli occhi di tutti. Il Brasile ha 53 milioni di cittadini, pari al 31% della popolazione, privi di qualsiasi sostegno sociale e pressoché ridotti alla fame e alla miseria. Altri 40 milioni conducono comunque un’esistenza difficile e irta di incognite, mentre la classe media, a tutt’oggi, ne é uscita praticamente spappolata e sfiancata. In questo quadro non ci si può certo lamentare per l’esplosione della delinquenza organizzata, del narcotraffico e della semplice microcriminalità per le strade di questo Paese, per non dire poi di piaghe orrende, moltiplicatesi in misura esponenziale negli ultimi anni: i bambini nella strada, lo sfruttamento della prostituzione, l’alcoolismo e lo sfascio di numerosissimi nuclei familiari. Con un’ultima venatura sarcastica, potremmo chiederci perché la società latino-americana, che nel passato non ha mai conosciuto regimi comunisti o repubbliche islamiche, si trovi adesso in questa drammatica situazione. Di chi é la responsabilità?
Domande senza risposte certe o addirittura scontate non permettono comunque di operare un’analisi costruttiva del presente. Noi vogliamo tentarla, proprio alla luce delle sfide che attendono Lula e i suoi in Brasile, perché c’é un tocco paradigmatico nella vicenda brasiliana, che riguarda significativamente anche e soprattutto il resto della società occidentale.
La mia analisi parte innanzitutto dal malcontento che già si insinua in alcuni amici che sostengono apertamente la politica di Lula.
Si discute innazitutto di modelli a confronto e ci si lamenta del fatto che ormai Lula avrebbe abbracciato un modello vagamente socialdemocratico di governo e di sviluppo in un contesto dove invece soltanto un’inversione di tendenza di stampo tipicamente socialista potrebbe produrre risultati soddisfacenti.
Al di là del fatto che queste osservazioni mi paiono più che altro astratte e accademiche, mi permetto ad ogni modo di dissentire e di spostare l’attenzione verso un orizzonte diverso. Anche se siamo tutti d’accordo che questa inversione politica e sociale debba essere profonda, credo che la sconfitta del modello neoliberale debba passare attraverso una politica di sviluppo strutturale che non disconosca in sé il principio della libertà di iniziativa economica e sociale. Il vero problema é limitare il ruolo soffocante ed esclusivo del capitale. Chi é stato in America Latina sa bene di che cosa si tratti. Si tratta appunto di un sistema che accumula inesorabilmente ricchezza, gestendola e facendola fruttare su tempi lunghissimi, con la creazione di strutture di oppressione e di sfruttamento molto collaudate. Nell’apparente confusione in ogni settore della società, tutto in realtà funziona alla perfezione quando si tratta di dare a ciascuno il proprio ambito d’azione, di autodeterminazione e di riconoscimento, fermo restano che la grande maggioranza della popolazione non può agire, né autodeterminarsi, né essere riconosciuta.
In questa prospettiva sarebbe un grave errore politico per Lula aprire solo progetti di carattere assistenziale per affrontare le necessità e le urgenze del presente. Al contrario occore una politica di prospettiva che tenga nel conto alcune priorità assolute.

1. IL BRASILE HA BISOGNO DI UNA POLITICA DI PROGETTI STRUTTURALI E NON SEMPLICEMENTE ASSISTENZIALI.
Pare ovvio che questi ultimi siano necessariamente all’ordine del giorno. Non a caso Lula ha già previsto l’istituzione di una Segreteria per le Emergenze Sociali contro fame, malattie infantili, analfabetismo e violenza. Tuttavia soltanto in una strategia di lungo periodo sarà possibile provocare un rovesciamento di prospettive per il futuro. In primo luogo la sanità, l’istruzione, la lotta al narcotraffico, la casa e la previdenza sociale sono al centro di una previsione di riforma certamente indilazionabile. Le resistenze non saranno secondarie, soprattutto da parte della rete di istituzioni private che di fatto monopolizzano questi settori e che ovviamente godono di una sopravvivenza dettata dai benefici economici delle classi d’élite. Avrà il governo di Lula la capacità di recuperare risorse umane e finanziarie per progetti a medio e lungo termine in ambito sociale? Resisterà alle pressioni delle "lobbies" di settore?

2. IL BRASILE HA BISOGNO DI MANTENERE UNA STABILITA’ FINANZIARIA PER EVITARE IL NAUFRAGIO.
In questo senso non possiamo credere che la presidenza di Fernando Henrique Cardoso sia stata soltanto una disgrazia. Sappiamo benissimo che Cardoso non aveva una linea politica né un programma, semplicemente perché metteva il suo volto di sinistra su una politica nitidamente neoliberale. E, si sa, il neoliberalismo non ha bisogno di politiche e di programmi, visto che sostiene un’indiscriminata libertà di intervento privato e corporativo in ogni settore produttivo e commerciale. Sappiamo anche però che Cardoso aveva una sua personale presentabilità, la quale lo ha portato davanti al mondo come una sorta di mentore della democrazia e dell’affidabilità finaziaria. Probabilmente questa fama era del tutto immeritata, ma non possiamo negare che l’inflazione da otto anni é quasi ferma e che comunque non sarebbe stato più possibile procedere lungo la china dell’iperinflazione, che favoriva i mercanti di denaro e uccideva ogni certezza non soltanto sul futuro, ma anche sul presente. Quando i prezzi dei beni aumentano ogni 24 ore, che prospettive di sviluppo o semplicemente di sopravvivenza possono esserci? Chiusa quella parentesi quasi tragica, Fernando Henrique non ha fatto altro, semplicemente perché non avrebbe potuto fare altro, dato che non aveva previsto di fare altro. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM), come sapete meglio di me, per anni hanno imposto politiche di stabilizzazione finanziaria senza alcun riguardo per la stabilità sociale, hanno fatto e disfatto governi in ogni parte dell’America Latina, hanno combattuto una spietata guerra sotterranea contro il Mercosul, unica vera forma di cooperazione di alcuni Paesi del Sud contro il loro strapotere, e infine hanno favorito l’ALCA, che praticamente é, negli obiettivi, una specie di sovrastruttura di colonialismo socio-economico americano.
La battaglia é in corso e non ci si può illudere di vincerla, combattendola su piani diversi. O si va in controtendenza astorica, riproponendo un modello socialista passato che si dissocia da qualsiasi regola di mercato, imponendo un’improbabile collettivizzazione economica, o si accetta la sfida della stabilità finanziaria, rilanciando però un profilo ambizioso di investimenti pubblici in ambito sociale e di opposizione a politiche globali, che di globale hanno soltanto l’ingiustizia nelle relazioni economiche.
Questo significa anche giocare con astuzia l’arma del debito estero insoluto.

3. IL BRASILE HA BISOGNO DI ALZARE IL PREZZO DEL NEGOZIATO CON L’FMI E CON LA BM.
Mi pare che su questo Lula abbia intenzione di muoversi in maniera intelligente perché sa che, se il Brasile oggi ha bisogno dei prestiti internazionali del FMI e della BM, questi due soggetti non possono assolutamente vedere naufragare l’economia di questo gigante. Soltanto davanti alla prospettiva della dichiarazione ufficiale di insolvenza del debito estero, tutti tremano come foglie. Possiamo immaginare la catastrofe delle economie occidentali? D’altra parte, globalizzazione vuole dire anche questo: se uno naufraga, anche gli altri rischiano di andare a fondo, visto che non esistono più protezioni né vincoli nazionali. E mi pare sacrosanto.
Ecco perché, secondo me, il FMI e la BM non possono permettersi proprio tutto con il Brasile, il quale non é il povero Paraguay o il misero Ecuador. Ecco perché, secondo me, il Brasile può fare fruttare nell’ambito dello sviluppo strutturale gli aiuti che potrebbero provenirgli dall’estero.
Oltretutto la politica selvaggiamente neoliberale di Bush negli ultimi tempi ha ricevuto alcune solenni controindicazioni, tanto che il nostro ragazzotto texano, per sostenere l’asfittica situazione economica statunitense, é stato costretto a potenti infusioni di denaro pubblico nel sistema produttivo e sociale. Perfino l’incomprensibile sfarfuglio del nostro comico ministro Tremonti, qui in Italia, negli ultimi tempi ce lo dice. Tira una brutta aria per tutti loro, che fino a ieri trasudavano boria e arroganza da tutti i pori.

4. IL BRASILE GODE DELLA RICCHEZZA SCONFINATA DELLA SUA SOCIETA’ E DELLA SUA SPERANZA NEL FUTURO.
Vi prego di credermi. Non essendo un politico, né un economista, né altro, uso categorie espressive istintive e poetiche, ma non sono al di fuori delle categorie della realtà. Pertanto vedo in Brasile un enorme potenziale serbatoio di energie in movimento. L’età media molto bassa della popolazione può costituire uno stimolo etico e culturale interessantissimo, dando il via a sperimentazioni sociali innovative e a meccanismi di cambiamento profondo. A questo si associa una vitalità aggregativa che non ha pari al mondo.
– Il "Movimento dos Trabalhadores Sem Terra" (MST), a torto dipinto come eversivo e pericoloso per l’integrità sociale, si é rivelato un veicolo potente di consenso e di educazione politica, oltre che di spinta verso una maggiore equità sociale, per un popolo dalla scarsa coscienza civile. Senza dubbio la riforma agraria continua a mantenersi in una prospettiva lontana e indefinita, data l’ampiezza e l’incontrollabilità del territorio e l’immensità dei problemi. Tuttavia é evidente che queste spinte poderose che vengono dal Paese profondo non potranno che indurre a una doverosa limitazione nello sfruttamento indiscriminato delle risorse territoriali e soprattutto permetteranno di sviluppare progetti di tutela dei diritti dei lavoratori, in modo particolare di quelli rurali.
– I settori della Chiesa che hanno compiuto un’opzione preferenziale per i poveri, facendo spesso riferimento al quadro sistematico della Teologia della Liberazione, hanno dato un apporto decisivo all’affermazione di Lula e del PT. Molti collaboratori del Presidente eletto, moltissimi quadri dirigenti del partito e altrettanti "leaders" popolari sono un’espressione diretta delle Comunità di Base e della Chiesa che ha sostenuto questa linea pastorale. Sono più che mai convinto che oggi Lula non sarebbe Presidente della Repubblica e che il PT non si appresterebbe a governare, se non fosse stato intrapreso questo lungo e difficile lavoro di formazione dei cristiani all’interno dei processi politici più rilevanti. La moribonda comunità cristiana italiana dovrebbe impararlo in fretta.
– L’insieme dei movimenti popolari, dal sindacato della CUT (Central Unida dos Trabalhadores) ai comitati di quartiere, dalle associazioni di "moradores" (abitanti di "favela") alle organizzazioni studentesche, ha rappresentato un’onda d’urto molto energica contro le strategie neoliberali dei governi che si sono succeduti dopo la dittatura militare. Chi conosce bene il Brasile sa che sono stati conquistati gradualmente molti spazi, strada per strada, quartiere per quartiere, città per città, terra per terra. Questo processo non é stato irrilevante e ha consentito di far crescere la coscienza sui propri diritti a un popolo sempre oppresso.

Davanti a tutto questo non possiamo però ignorare difficoltà e incognire che si approssimano e che sono veramente tante.
1. In primo luogo dobbiamo riconoscere che la grande maggioranza di coloro i quali hanno votato per Lula lo hanno fatto quasi per dipserazione e non per convinzione critica che la sua proposta politica fosse adatta. La diffusione della povertà e la proliferazione della violenza sono dati sperimentabili e verificabili nella vita quotidiana brasiliana e pertanto Lula é stato percepito anche come "extrema ratio" contro una logica di morte e di annientamento della dignità umana. Quindi Lula non ha l’appoggio sempre cosciente di chi lo ha votato, ma tutti si aspettano da lui una provvidenziale via d’uscita dalla miseria.
2. In secondo luogo Lula dovrà fare i conti con un "apparato capitalista" dai contorni impressionanti. In questo Paese tutti hanno un interesse da difendere e molti devono tutelare privilegi secolari: gli agrari, gli industriali, i finanzieri e perfino molti funzionari pubblici. Le regole ferree imposte da un modello paleocapitalista richiamano paradossalmente la struttura delle stesse oligarchie degli Stati dell’ex-socialismo reale. I monopoli privati comandano esattamente come comandavano quelli pubblici nella società sovietica. C’é paradossalmente una logica sovietica del capitalismo, che, dentro il cavallo di Troia della libertà d’iniziativa, nasconde un progetto determinato di difesa di privilegi ben radicati e consolidati. In Brasile si dice che "una cosa é il governo e un’altra é il potere". Tutti sono invitati a visitare questo Paese per renderesene conto.
3. In terzo luogo Lula e il PT non hanno una maggioranza parlamentare solida, ma "fere cotidie" dovranno arrivare a continui e stressanti compromessi con quell’apparato che comunque é ancora presente e attivo in tutte le istituzioni politiche, a partire dal Congresso Federale. Questo significa che le grandi riforme potranno passare soltanto mediante concessioni che potrebbero snaturarle ancora prime di avviarle. Inoltre il PT ha ottenuto un risultato deludente nelle elezioni dei singoli Stati della Federazione. Ne governa solo tre e per di più periferici (il giovane Mato Grosso do Sul, il poverissimo Piaui e il lontanissimo e quasi spopolato Acre) e soprattutto ha perso clamorosamente il ricco e importante Rio Grande do Sul, dove il suo governo si é logorato e diviso, seppure dopo anni di importanti realizzazioni (come, ad esempio, il "bilancio partecipativo").
4. Lula deve fare i conti con un PT spesso diviso e litigioso, dove le differenti anime si confrontano in maniera conflittuale e distruttiva e dove sopravvive ancora un certo radicalismo romantico, che vorrebbe riproporre modelli ideologicamente rigidi e stantii. Spesso i risultati di queste divisioni sono disastrosi sotto il profilo elettorale e soprattutto lo sono per la compromissione dell’importantissimo processo di maturazione politica collettiva.
5. Lula dovrà pagare un dazio fastidioso alla "lobby" delle Chiese evangeliche e pentecostali, vera spina nel fianco della società latino-americana. Gonfiati artificialmente dagli USA con generosi finanziamenti e aiuti di ogni genere, i "crentes" (come sono chiamati popolarmente) sono sempre stati funzionali all’obiettivo di mantenere lo "status quo" sociale e hanno sempre affincato le grandi oligarchie, favorendo un drammatico scioglimento della coscienza civile nelle pratiche di una religiosità astorica, irrazionale, emotiva e soprattutto deresponsabilizzante. Insomma, una sorta di allucinogeno contro i mali della miseria. Questa é la ragione di una diffusione esponenziale di queste Chiese negli strati popolari, dove meno sensibile é la coscienza su sé stessi e sulla propria condizione e più devastante é la povertà. Oggi in Brasile esiste un preciso e chiaro progetto sociale e politico dei "crentes", che mirano a conquistare potere e a rovesciare a loro favore le sorti di una società presumibilmente orientata in futuro su modelli rigoristi nordamericani, là dove il rigorismo non serve tanto a penetrare nella coscienza di un popolo tutt’altro che rigorista, ma é funzionale a mantenere una disciplina sociale essenziale per il dominio delle classi d’élite. Lula ha ricevuto buona parte dei loro voti nel secondo turno e quindi non potrà ignorarli né scaricare il loro ingombrante peso senza conseguenze.
6. Lula non é amato dagli USA e si vede, nonostante sia stato comunque accolto "obtorto collo". Fortunatamente le Forze Armate sono ormai sulla strada della liquefazione per ragioni economiche e perché la "dottrina della sicurezza nazionale" é stata momentaneamente abbandonata dai "gringos". Quindi non sono alla porta eventuali "golpes". Tuttavia le armi della finanza e della politica restano integre e intatte e, al momento opportuno, potrebbero essere usate in maniera implacabile. Credo che gli Americani considerino Lula un male minore e un prezzo da pagare per il progressivo fallimento delle loro politiche in America Latina. E’ chiaro tuttavia che Lula non avrà niente da loro che non sia pagato con un controvalore preciso. Ecco perché gli conviene puntare decisamente sul recupero di un’identità nazionale in campo economico, sottraendosi al bisogno di dipendere da loro in ogni istante. E’ proprio dal Brasile che comincia una nuova fase della battaglia contro "questa" globalizzazione. Non contro la globalizzazione in quanto tale, ma contro una globalizzazione dello sfruttamento, della miseria e dell’iniquità.

Quindi vi invito amichevolmente a prestare parecchia attenzione agli sviluppi di ciò che accadrà prossimamente in Brasile.
Non é poesia, né visione romantica di un mondo lontano e affascinante, né tantomeno immagine folkloristica di un Paese che fa del folklore una ricchezza comunicativa e una fonte di linguaggi significativi. Sappiamo scherzare quando é il momento, ma essere seri e propositivi quando é urgente.
Al contrario, oggi si stanno mettendo in azione dinamiche di cambiamento da non sottovalutare. La crisi globale del modello neoliberale é stata determinata dall’insostenibilità della miseria e dell’esclusione sociale. Anche a sinistra spesso ne sono state ignorate le conseguenze, rivolgendo vaghe e generiche accuse di "terzomondismo" e di "fondamentalismo anti-globalizzazione" a chi esprimeva critiche sensate.
Credo che Lula e il Brasile del PT possano essere un laboratorio vivace di sviluppo alternativo al paleocapitalismo neoliberale e soprattutto una "voce profonda del mondo".
Siamo proprio così sicuri che in Europa la situazione sia così tanto diversa?

31 Ottobre 2002