Il caso Fazio. Il sistema finanziario fra gossip e bugie.

Mi piacerebbe fare un piccolo test fra i lettori per chiedere cosa hanno capito della vicenda “Fazio” e dell’appassionante dibattito aperto da Monti sui “due centri”. Dovrebbe essere un dovere civico di tutti coloro che “gestiscono” l’opinione pubblica rendere chiari ai cittadini i termini reali delle questioni più dibattute. Mi piacerebbe fare un piccolo test fra i lettori per chiedere cosa hanno capito della vicenda “Fazio” e dell’appassionante dibattito aperto da Monti sui “due centri”. Credo pochissimi, giacché tra scalate, cordate, OPA, insider trading, accordi parasociali, patti di sindacati, ecc. neppure l’uomo bionico del futuro saprebbe orientarsi.
La sera tardi, anzi la notte, quando mia moglie mi vede poggiare sul comodino un fascio di giornali e un blocchetto di appunti, mi chiede qualche spiegazione sui fatti, anche perché domani se fossi nominato Governatore dovrebbe poter interloquire con i miei “amici” e non apparire sprovveduta. Sono stato così costretto a ripassare un po’ di diritto commerciale per non sfigurare a mia volta. L’Opa, come si sa, per noi siciliani, è un pescetto adatto alle fritturine estive. Certo può darsi che qualcuno abbia la fortuna di leggere un articolo di Francesco Merlo ed essere indotto a comprare “Essere e tempo” di Heidegger e a vergognarsi di non conoscere l’etica nicomachea. Ma Merlo non scrive più per i lettori della Sicilia, come io ho deciso di fare.
Perciò comincio da una questione elementare: quando si discute della tutela del risparmio, si discute in realtà della nostra esistenza quotidiana, di quello che riusciamo a risparmiare e del senso che può avere, per chi ce l’ha, l’attitudine a mettere qualche Euro da parte. Secondo i vecchi manuali di economia il risparmio è il segno di una capacità adulta di pensare al futuro, come fanno le formiche, per non trovarsi privi di provviste quando viene la gelata dell’inverno. Dagli anni 70 agli anni 80 con un mio gruppo di studi (Camardi, Mineo, Vecchio, La Rocca, ecc.) ho condotto una ricerca sulle Casse di Risparmio, proprio nel periodo della riforma. Ne è venuto fuori un risultato di grande interesse: le Casse di risparmio sono state il sostegno dell’ecomonia familiare e dell’attività produttiva delle comunità locali. Ti aiutavano sia a fare il corredo alla figlia, sia ad acquistare macchinari per l’innovazione della tua piccola impresa.
Le Casse di risparmio consentivano di riutilizzare il risparmio nel luogo e nella comunità dove vivevano i risparmiatori, che, così, avevano sia la garanzia della destinazione dei soldi, sia il controllo della distribuzione delle risorse finanziarie.
Il capitale finanziario, come scrivono i classici è una brutta bestia, perché il denaro non conosce padroni e come sempre va dove si può “valorizzare” meglio, ma per una piccola provincia italiana poter controllare almeno una quota dei propri soldi e della loro fatica era una discreta soddisfazione.
Lo sviluppo delle società capitalistiche moderne ha sempre più separato i luoghi dove si forma il risparmio dai luoghi in cui hanno sede le istituzioni che lo gestiscono. Il Sud, che come è noto, è il regno del clientelismo e del malaffare ha fatto un uso talmente perverso delle proprie istituzioni bancarie, che adesso se ne trova praticamente privo, giacché silenziosamente le nostre “banche” sono diventate “proprietà” dei grandi centri finanziari del Nord e spesso di gruppi stranieri.
Il risparmio è dunque al centro di un “conflitto” fra Nord e Sud, fra centro e periferia.
Ma al di là dei fatti che sono finiti sotto la competenza “neutrale” dei giudici, la sostanza è che la posta in gioco della gestione del risparmio sociale è direttamente legato a due idee opposte di capitalismo italiano. La prima punta ancora sulle capacità di gestione finanziaria per conto dei “salotti buoni”, dei nuovi “Cuccia”, capaci di assicurare finanziamenti ai grandi del capitalismo italiano; la seconda a garantire spazi di sopravvivenza e di possibili sviluppi all’economia delle piccole e medie imprese, agli artigiani, ai giovani imprenditori in contesti di localismi e solidarietà, purtroppo molto impastati di legami “amicali”. Il capitalismo comunitario (di cui qualche volta ha parlato anche Fazio) e il grande capitalismo globale, internazionalizzato e privo di logiche territoriali. Nel consentire o meno la “scalata” di gruppi stranieri al sistema bancario italiano e nelle forme di tutela del risparmio è implicita dunque una questione decisiva riguardante il modello di capitalismo. Giustamente Aznar, nel dibattito condotto da Friedman, ha ricordato che sia la Francia che la Germania proteggono i rispettivi settori strategici e mantengono in vita imprese pubbliche di notevolissimi dimensioni, a dispetto del mercato unico.
Lo scandalo Fazio non è, dunque, l’appoggio di Fazio alla finanza per così dire “provinciale”, ma piuttosto il silenzio dei politici su una questione così rilevante per il futuro del paese. Quello che è mancato e manca nei due schieramenti è un chiaro pronunciamento sul modello socio-economico del nostro paese: un sistema produttivo fatto di piccole e medie imprese, di distretti e di reti (come scrive De Rita) o un satellite dell’economia mondiale con alcuni grandi gruppi inseriti nel sistema multinazionale. Fazio si è fatto impropriamente difensore di una parte e comunque ha sulle spalle in qualche misura il disastro di Parmalat e Cirio, ma è chiaramente un capro espiatorio che copre la quasi generale reticenza dei politici.
Fazio ha “favorito” un accordo fra finanza leghista di Gnutti e potenza finanziaria di Unipol, espressione dell’economia cooperativa e gestita da Consorte, per impedire l’acquisto di istituzioni finanziarie italiane da parte di gruppi stranieri. Giusta o sbagliata che sia è una linea che andava spiegata pubblicamente e politicamente; invece, tutto, molto all’italiana, si è svolto nella logica complottistica del segreto e delle conversazioni telefoniche. Come ha scritto Deaglio, tutti sapevano tutto, e tutti avevano trattato per i propri vantaggi ma, tirata la pietra, hanno nascosto le mani. Come finirà non è dato prevedere, ma attorno alla gestione del risparmio si gioca la partita del modello di capitalismo che dovrà delineare l’identità del nostro paese.
La discussione “politica” sui “centri” è esplosa con questa virulenza, perché deve definire la forma politica che corrisponda al modello capitalistico del paese. Montezemolo, Monti, Rutelli, ecc. vogliono disinnescare il conflitto creando una anomalia ancora più pericolosa dello stesso Berlusconi: un centro popolare, di ceti medi, e di proletariato più evoluto, sotto l’egemonia di una tecnocrazia espressiva degli interessi strategici della borghesia che vuole l’internazionalizzazione del sistema finanziario italiano.
In questa vicenda apparentemente “paesana” c’è posto per il futuro dell’Italia, ma anche per l’idea di Europa in cui si crede. Non è un caso che un tifoso accanito della nostra indipendenza nazionale come Alan Friedmann organizzi su SKY 24 news dibattiti sullo scandalo Fazio e denunciando la vergogna italiana in nome del libero mercato, dimentica, come si notava, che Francia e Germania difendono con i “denti” l’autonomia del proprio sistema bancario e finanziario.
Certamente c’è qualcuno che lavora per il Re di Prussia, dichiarando di volerci rendere presentabili nel consesso mondiale, liberandosi di questo sprovveduto di Fazio al quale l’anno scorso molti volevano affidare addirittura la guida del Paese. Fazio esce da questa vicenda con le ossa rotte, e ha mostrato di non essere all’altezza della situazione, ma i nostri leader politici da D’Alema a Casini sono colpevoli di omissione di comunicazione veritiera sui retroscena e sulla posta in gioco. E sono colpevoli di non parlare “chiaro” al paese.

Pubblicato da “La Sicilia”, concessoci dall’autore