Il cielo tace? Ma ecco che a parlare sono gli altri.

Dio ti dona gli altri perché non resti solo di fronte a ciò che potrebbe fartelo rinnegare

Gerusalemme, la sensazione che mi sono portato da questo luogo è struggente, affascinante, ma anche lacerante, lacerata, Geruralemme è una città che pur lacerata e lacerante non si rassegna alla lacerazione, non si rassegna al dissidio, e custodisce la certezza che è possibile ricomporre la frattura.
Questo mi è sembrato anche il paradigma del mondo stesso Gerusalemme
Gerusalemme, la sensazione che mi sono portato da questo luogo è struggente, affascinante, ma anche lacerante, lacerata, Geruralemme è una città che pur lacerata e lacerante non si rassegna alla lacerazione, non si rassegna al dissidio, e custodisce la certezza che è possibile ricomporre la frattura.
Questo mi è sembrato anche il paradigma del mondo stesso; quando stavo là mi chiedevo se Gerusalemme non rappresenti sul piano simbolico l’umanità intera lacerata, spezzata, violentata, che però non si rassegna, perché c’è l’utopia messianica? Un bel giorno il male scomparirà e le lacrime saranno asciugate, che mi sembra anche il sogno dell’umanità travolta, lacerata dal dissidio, dalla violenza, ma che non si rassegna alla violenza. Guai se scomparisse dall’orizzonte umano la certezza, la speranza che l’ultima parola non sarà del male, non sarà della violenza. È un tema che è emerso anche in queste giornate.

Questa è la Gerusalemme terrestre. Poi c’è una Gerusalemme celeste che si è affermata soprattutto nella tradizione cristiana. Le grandi pagine straordinarie della Gerusalemme celeste è l’Apocalisse. La tradizione cristiana ha inteso la Gerusalemme celeste sempre proiettata nell’aldilà, nell’escaton, nella metastoria, forse perché la tradizione cristiana si è, ad un certo punto, rassegnata alla potenza del male nella storia, non ha più creduto, come i profeti, che è la storia che deve essere redenta, e allora si è affermata prepotentemente l’idea dell’escaton. L’escaton è quel luogo dove finalmente la storia sarà riconciliata, le lacrime saranno asciugate.
Ma nell’Apocalisse, in realtà, la Gerusalemme celeste non rimanda all’aldilà, è l’utopia della storia umana, è l’utopia della Gerusalemme terrestre, è come la storia deve o comunque può divenire.
Questo mi rimanda alla terza accezione di Gerusalemme, la Gerusalemme biblica, cioè Gerusalemme come quella città dove è nata la Bibbia, quella città che ha donato all’umanità una delle storie più straordinarie ed impensabili che mai siano apparse nella storia degli umani.
La Bibbia è il racconto di un’alterità che viene chiamata Adonai, Dio, con un nome che noi conosciamo, ma è l’alterità assoluta. È il racconto di un’alterità che si relaziona con l’umano, che istituisce una relazione con l’altro da sé e che chiama ad istituire relazioni con altri da sé, questo è il racconto della Bibbia.
Io non so voi quale idea abbiate della Bibbia; molti pensano ad un testo che parli di Dio, ad un testo che dia delle prescrizioni, un testo che contenga delle preghiere, ma la Bibbia prima di essere tutto questo è un grande racconto, è una grande narrazione che al suo centro ha la relazione tra l’alterità di Dio e l’umano, che è altro rispetto a Dio e il richiamo di Dio ad istituire relazioni con altre alterità.

Le due grandi categorie dell’alterità, sono lo straniero ed il nemico, intendendo per straniero nel senso etimologico ciò che è extra, questo è lo straniero, e il nemico è ciò che è contro, che è ancora più paradossale.
Capite, il racconto di un’Alterità che si pone in relazione con l’altro da sé, lo straniero, con l’extra e addirittura con il contro, il nemico. È un racconto straordinario.
Faccio presente che il Dio di Israele, il Dio di cui narra la Bibbia è un Dio che non identifica, è un Dio che disidentifica. Oggi è il grande dibattito delle identità.
Il Dio di Israele, Dio di cui narra la Bibbia, non è un Dio collante che mantiene insieme il collettivo, è un Dio che apre finestre, che laddove c’è il cerchio chiuso introduce una rottura per istituire una relazione, un Dio che i ponti, per fare degli umani dei pontefici, che etimologicamente significa “umani che gettano ponti tra di loro”; gli umani sono diversi tra di loro, e sono poi chiamati a gettare i ponti tra di loro.
La Bibbia è questo straordinario racconto che pone al centro l’alterità, pone al centro l’altro da sé e pone al centro il diverso e gli ultimi.
Se voi pensate che il Dio di Israele sia arrivato attraverso uno straniero, che è l’oppresso, l’ ultimo, è un Dio che aiuta a leggere la storia dal punto di vista degli ultimi, dei perdenti, degli invisibili.
Oggi le nostre società del benessere, occidentali, si fondano sugli invisibili; pensate le cosiddette badanti, reggono le nostre città, laddove noi non interveniamo più.
Da Mirca mi sono letto l’ultimo libro, ho visto l’introduzione, di Erri De Luca, che è uno scalatore. Lui racconta, che quando va sull’Himalaya a 5000 metri di altezza ai campi base dove gli scalatori si possono fermare, e possono poi avere un pasto caldo, incontra coloro che portano tutti i materiali, i letti, ed è gente che cammina per ore e ore a supporto degli scalatori, e poi fa questo commento straordinario: “Il nostro mondo poggia sulle spalle dell’altro, sui bambini al lavoro, su piantagioni e materie prime pagate a costo spicciolo, spalle di sconosciuti reggono il nostro peso obeso in sproporzione di ricchezze, l’ho visto”.
E poi racconta: “Sulle salite lunghe molti giorni, verso i campi base delle alte quote, uomini e anche donne e anche ragazzi portano nelle gerle intrecciate il nostro peso: tavoli, sedie, stoviglie, tende, cucine, combustibili, corde, arnesi da scalata, cibo per molte settimane, insomma un villaggio per abitare dove non c’è niente. Reggono il nostro peso al prezzo di 300 rupie al giorno, meno di quanto…”. Diventa quasi la metafora del mondo che è sopportato, portato da questi invisibili, ultimi, di cui noi non conosceremo mai il nome né il cognome.
Ecco, che la Bibbia è il racconto di questa alterità di Dio che apre nella storia questa possibilità, questo sguardo che sta nel leggere il mondo dal punto di vista di questi ultimi.

Gerusalemme perduta

L’altra accezione è la Gerusalemme perduta, è la quarta accezione che si aggiunge nel titolo alla Gerusalemme. Perché perduta Gerusalemme? Suppongo Giuseppe quando ha pensato al titolo volesse dire questo,: se Gerusalemme rappresenta il mondo intero nella sua storia conflittuata e drammatica, l’Occidente ha perduto questa alterità di cui la Bibbia, la Gerusalemme biblica, è il grande racconto.
Noi abbiamo perduto il principio di alterità, termine usato da Emanuele Lévinas.
Sara Ongaro diceva che una delle grandi conquiste sicuramente della modernità è l’Io, e dobbiamo tenerla stretta questa grande conquista dell’Io. E’ il valore assoluto della singolarità di ognuno di noi.
È sconvolgente quanto abbiamo letto che a Brescia una ragazza è stata uccisa con il consiglio di famiglia perché rifiutava di rimanere parte del collettivo familiare o del collettivo della religione islamica.
Ecco, l’individuo vale in sé, è un assoluto, indipendentemente dall’appartenenza o familiare o religiosa. Questa è la grandezza del racconto biblico ed è la grandezza della modernità. L’Io è un valore assoluto, ma la patologia dell’individualismo che nasce con la modernità è la patologia di un Io che è per Se stesso, è un Io che ha dimenticato o è tentato di dimenticare la sua apertura all’altro, perché l’Io non è per sé, l’Io è per l’altro.
È questa la grande sfida di fronte alla quale di troviamo a ripensare. L’Io non per sé, ma per l’altro. Ripensare l’Io dentro l’orizzonte dell’alterità, ed è questo la Gerusalemme, che abbiamo perduto e che noi dobbiamo ritrovare.

Gerusalemme da ritrovare. Spiritualità

L’ultima accezione è la Gerusalemme da ritrovare. Che cosa dobbiamo ritrovare noi? Dobbiamo ritrovare l’altro dal quale ci viene la salvezza, come dice Moni Ovadia: “È dallo straniero che arriva la salvezza”, da colui che è extra, da colui che è al di fuori dell’Io, che entra dentro ed arriva all’Io, la salvezza.
Questo mi porta alla seconda parte in cui tento di abbozzare i tratti di una spiritualità biblica che sia incentrata sull’alterità, quindi il recupero di una spiritualità biblica.
Vi premetto come un’accezione del termine spiritualità, perché è una parola di cui parlavamo credo due anni fa e ne mostravo anche allora le diverse accezioni che il termine spiritualità può avere, tante quante sono anche le prospettive teoriche o quanti sono anche coloro che riflettono su questo tema.
Io vi propongo questa accezione elementare, minima per non costruire un discorso teorico astratto.
Intendo spiritualità la comprensione positiva del mondo e di sé alla luce di un’alterità buona, che istituisce la bontà come principio delle relazioni umane e come principio di trasformazione dell’umano.
È elementare questa accezione, è una comprensione, uno sguardo positivo sul mondo al di là delle fratture, delle rotture, del male e della violenza; recuperiamo uno sguardo positivo sul mondo, questo sguardo che si apre alla luce di un’alterità buona; il racconto biblico istituisce la bontà come principio delle relazioni umane e come principio di trasformazione dell’umano.
Aggiungo, prima di tratteggiare un po’ gli elementi fondamentali di questo sguardo positivo, che questo lavoro che io vi propongo riguarda soprattutto l’ambito soggettivo, però siamo ben consapevoli, come ricordava Mancini ieri, che l’ambito soggettivo non può non tradursi anche in mediazioni, per evitare che la spiritualità rimanga chiusa nell’ambito della propria interiorità, avulsa poi dal mondo.
Per la Bibbia la spiritualità è sempre e necessariamente legata all’altro e al mondo che media il rapporto tra me e l’altro.
Per la Bibbia non esiste una spiritualità che non sia economica, che non sia intessuta di strette di mano e di cose. Lévinas dice: “Si va incontro all’altro dandogli una carezza e dandogli il pane”, pane e carezza. Il pane in un mondo di 6 miliardi di persone, il pane è giustizia.

Partire dalla soggettività

Quindi non pensiamo che l’ambito spirituale sia un ambito avulso dallo storico, dall’economico, dal politico, è il segreto da cui fiorisce e non può non fiorire, un politico giusto, un economico buono, però io mi limiterò soltanto all’ambito soggettivo, anche perché sono convinto che oggi la vera sfida è la ricreazione, cioè ricreare la soggettività, non so se voi condividete questo.
È chiaro che c’è una crescita istituzionale drammatica, politica drammatica, economica, ma al di là di tutte queste crisi la vera crisi è quella della soggettività chiusa in sé; per questo bisogna ricreare la soggettività e lavorare sul piano antropologico, sul piano dell’Io, riformare l’Io, dare una forma nuova. Lavoreremo sul piano della soggettività.
Dobbiamo tenere presente, amici, che nel racconto biblico, il cuore, per usare il termine di questa mattina che risuonava nella pagina evangelica, nella Bibbia cuore e soggettività, o Io se volete, che per la Bibbia la soggettività è sempre una soggettività trirelazionale, che ha sempre tre relazioni.

Dobbiamo tenere presente, amici, che nel racconto biblico, il cuore, per usare il termine di questa mattina che risuonava nella pagina evangelica, cuore e soggettività hanno sempre tre relazioni.

È qui il superamento dell’Io individualista di cui parlava il primo giorno Sara. Quando la Bibbia parla del cuore, della soggettività, dell’Io è sempre un Io che è sotto l’istanza del Tu di Dio, è l’Io che è amato dall’alterità divina, e non è mai un Io solo, l’Io biblico non conosce solitudine, perché prima che soggetto di relazione è oggetto di relazione,.
Secondo, in quanto Dio è in relazione con l’Io, l’Io è in relazione con Dio, ed è la seconda relazione: l’Io in relazione con Dio.
Terzo, quel Dio che si relaziona con te e ti relaziona con lui ti manda all’altro. La Bibbia chiama questa categoria il patto. La soggettività biblica è una soggettività pattizia, cioè Dio fa il patto con l’uomo, l’uomo il patto con Dio, ma il patto tra Dio e l’uomo rimanda ai patti tra gli umani, patti di fedeltà, di solidarietà tra gli umani. Con un linguaggio se volete più comprensibile possiamo parlare di soggettività trirelazionale. Si potrebbe dire anche trinitaria, ma con un significato che non è quello dogmatico della teologia tradizionale cattolica, cristiana.

Soggettività alla luce di Bonhoeffer

Io lavorerò su questo ambito della soggettività, ci lavorerò un pochino anche alla luce di Bonhoeffer. Sapete che quest’anno sono i 100 anni della nascita di Dietrich Bonhoeffer, è bello ricordarlo, anche perché nessun teologo come Dietrich Bonhoeffer nel carcere ha sentito il problema di ripensare la soggettività, è come ripensare Dio in un mondo adulto, dove gli uomini non capiscono più il linguaggio tradizionale di Dio; quindi vi leggerò anche qualche passaggio di Bonhoeffer nell’elaborazione di questa spiritualità biblica.
Cercherò di coniugare la spiritualità con alcuni termini e insieme intrecciandoli insieme, tenendoli insieme possiamo avere e poi assaporare i tratti della spiritualità biblica.

Spiritualità e alterità

Prima coniugazione: spiritualità ed alterità. Già vi dicevo che la Bibbia è il racconto dell’alterità. Si ha spiritualità dove c’è un’alterità, dove manca l’alterità, dove manca lo straniero, nel senso etimologico, l’extra, ciò che è extra, fuori del mio mondo, del mio desiderio, del mio progetto, l’extra, ognuno ha un extra, anche dentro gli spazi più affettivi ed erotici emergono figure di alterità, manca la spiritualità.
Si ha spiritualità laddove c’è l’alterità. Da questo punto di visto dove manca l’alterità c’è il narcisismo, questo è anche il rischio delle spiritualità. Cos’è è l’alterità? Certamente ci sono diverse figure di alterità, la natura è altra rispetto a me, il sole è altro, il mio corpo è altro rispetto a me.
Quando io sto male, soffro, il mio corpo è altro, io non vorrei soffrire e il mio corpo si costituisce come quell’extra che mi comanda, tu non puoi fare questo, tu vorresti andare su in montagna, ti fa male la gamba e non ci puoi andare, quindi è un’alterità che mi misura e che mi comanda anche.
L’alterità di cui parla la Bibbia e che istituisce un tipo di spiritualità legata necessariamente all’alterità, è assoluta. Tutta la teologia del ‘900 ha riscoperto il Dio totalmente altro, assoluto. Assoluto significa che è sciolto absolutus dalla mia volontà, dal mio desiderio, dal mio orizzonte.
Questa alterità assoluta viene chiamata nella Bibbia con il nome Adonai, Signore o Dio, nelle altre religioni per Dio generalmente si intende un’alterità assoluta.
Dove troviamo noi questa alterità assoluta che è Dio? Per la Bibbia, amici, il problema non è se Dio esiste, se esiste l’alterità assoluta; per la storia umana, per le religioni extra bibliche, il problema è: dato per scontato che l’assoluto c’è, dove lo incontro? O meglio ancora, dove mi viene incontro l’assoluto, non tanto quindo dove io incontro l’assoluto, ma dove l’assoluto mi viene incontro, questa è la vera domanda, l’unica vera domanda della storia.
Se Dio c’è, che è l’assoluto, che è il bene, che è tutto, dove mi incontra?

Dio nel volto dell’altro

Qui certamente la risposta biblica è anche scandalosa, perché per la Bibbia il luogo proprio dove l’assoluto accade dentro la nostra soggettività, dentro la storia non è per esempio la natura, pur essendo la natura un luogo dove c’è uno stupore, ma è, come dice Stoppiglia nel titolo che mi ha dato: “Il cielo tace, ma ecco che a parlare sono gli altri”. Dio ti dona gli altri perché non resti solo di fronte a ciò che potrebbe fartelo rinnegare.
Questa è una formula molto bella, di grande poesia, ma qui c’è l’essenza del Dio biblico, c’è l’essenza della rivelazione di Dio così come Dio si mostra nella Bibbia, come Dio si rivela attraverso il racconto biblico.
Il luogo assoluto di Dio per la Bibbia è il volto dell’altro, dove volto non è da prendere, amici, nell’accezione estetico – poetica, ma il volto, almeno nella riflessione che ne fa il Lévinas, è l’altro nella sua nudità e nella sua alterità. Per questo la Bibbia piuttosto che volto, utilizza due categorie molto più austere che non hanno nulla di estetico, che sono lo straniero ed il nemico addirittura, o il povero.
Dio si rivela nel povero e nel nemico che è ancora più scioccante, nell’altro che ti è contro, lì è presente il divino che ti dice: “Amalo”, che ti dice: “Ama anche lui”, ripeto è il massimo del paradosso.

Questo è il primo tratto, spiritualità ed alterità, se volete: volto, che nel volto del fratello, nel momento in cui quel volto non risponde ad una mia attesa, lì l’assoluto mi incontra, anche se tutto tace, ecco lì Dio mi sta parlando.

Alterità e anteriorità

Seconda coniugazione della parola spiritualità: alterità ed anteriorità. Radicalizzo il concetto di alterità; l’alterità è sempre prima di me, anteriore vuol dire questo. Anteriorità vuol dire che noi veniamo sempre dopo, noi non siamo l’origine, noi siamo sempre originati.
Anche qui le figure dell’anteriorità sono tante. Giuseppe Stoppiglia ricordava, per esempio, la lingua, anche questa mattina. Noi parliamo lingua italiana, non perché abbiamo inventato la nostra lingua, perché ci è stata data, ci è stata donata da qualcuno. Noi siamo dentro questo orizzonte di anteriorità, che è un dono, è un regalo.
Il mondo in cui noi nasciamo, ogni bimbo che nasce, nasce in un mondo che lui trova, non se lo inventa. Ma non solo, noi siamo qui adesso, voi mi ascoltate, io sto parlando a questo microfono, voi su quelle sedie, non è un’anteriorità? noi possiamo stare qui grazie a quest’aula messa in opera da storie, soggettività, libertà, volontà. Se queste pietre potessero parlare ognuna racconterebbe una storia.
Ad Assisi alcuni anni fa venne un grande storico dell’arte ed iniziò la conferenza dicendo: “Le pietre di Assisi non vanno guardate, vanno ascoltate, perché ogni pietra parla di secoli, secoli di storia”. Mentre lui diceva questo io pensavo: “Non solo le pietre di Assisi, ogni pietra”. Quella pietra lì che sta portando la vostra sedia è una biografia di sofferenze, di gioie, mai noi non sapremo mai il nome di chi lo ha messo, forse il paradiso sarà questo.
Il Talmud dice: “Uno dei modi per immaginare il paradiso: quel luogo dove sapremo il nome di tutti gli altri”. Tu conoscerai chi ha messo quella pietra. Quella pietra diventerà non più una cosa anonima, un oggetto, ma il dono di una persona, la storia di una biografia, la storia di un volto, e tu sarai in relazione con lui. L’anteriorità è anche questo, che noi siamo portati dagli altri.
Se c’è un termine che riassume l’insieme dell’anteriorità da cui noi proveniamo, se volete, è il termine vita. La vita noi non ce la siamo data, la vita ci è donata. La vita è questa anteriorità che ci è consegnata.
Per chi mi ha ascoltato, io spesso ho citato l’espressione di Hannah Arendt o la critica di Hannah Arendt a Cartesio, che trovo straordinaria nella sua ovvietà. Hannah Arendt dialogando con il cogito cartesiano, dice: “Come tu puoi dire: io penso, per questo sono”. Sarebbe da dire: “Io sono stato pensato, per questo sono, non cogito ergo sum, cogitor ergo sum”.
È interessante che sia una donna a fare questa obiezione a Cartesio, cioè dire che la passività, il sono stato pensato, sono stato voluto, sono stato amato, dietro di me c’è un qualcuno, c’è un qualcosa che fa sì che io sono totalmente recettivo o totalmente passivo, questa è la mia condizione.
Ciò che definisce l’umano in questa prospettiva non è quindi l’attività, non è l’azione nel senso di un’azione posta dall’Io. Ciò che definisce l’umano è questa radicale recettività, passività.
Chi sono io? Io sono colui che riceve da altri. Che cos’è la vita? La vita è ciò che io ricevo, è ciò che mi è dato, è il dono, è il regalo che mi viene fatto, noi siamo un regalo a noi stessi.
Mi chiedo spesso se poi tutta l’esistenza umana, la vita, non sia la lenta presa di coscienza o quella che si chiama la coscientizzazione del fatto che noi siamo un regalo, che la vita è un regalo. Da qui credo che vada decostruito l’Io capitalistico, la soggettività produttivistica. Il capitalismo prima che essere una categoria economica produttiva, a me sembra sia una categoria sociologico – psicologica, perché si definisce in base a ciò che fa, magari in base alle opere buone; ma tu sei non per quello che fai, tu sei per questo regalo che ti accade, che è il dono della vita, ma che dovrebbe diventare l’elemento per fare rifiorire giorno per giorno le nostre esistenze che spesso si vivono come esistenze tristi, abbacchiate o disperate.
Dico un’ultima cosa su questo aspetto, sull’alterità come anteriorità, di una spiritualità che è consapevole di quel che è prima di noi e che noi dobbiamo accogliere.
La Bibbia definisce l’umano come totalmente auditivo, dicevo ricettivo. L’umano è orecchio per la Bibbia, non è senza significato che se per l’Occidente e per la filosofia greca l’occhio è ciò che definisce l’umano, per la Bibbia invece è: “Ascolta Israele, ascolta, ascoltare”.
L’udito è un organo strano, perché è una struttura che non ha niente. È una struttura vuota l’udito, però è quel vuoto che è la condizione di possibilità per accogliere tutto, e la musica ti viene d’altrove.
L’umano è auditus, l’umano è una struttura recettiva, di ciò che viene dall’altrove, dall’alterità.
La Zambran ha ripreso questo in chiave filosofica, quando dice che l’umano è ascolto, la realtà è come una pagina musicale, è come una grande musica, una grande sinfonia che tu devi ascoltare, ma se l’udito non ascolta, il mondo diventa sordo.
La crisi che oggi si vive è anche questa: noi non ascoltiamo la musica dell’esistenza, la bellezza della vita, dobbiamo solo ascoltare la vita. Poi la possiamo chiamiamo amore, la chiamiamo relazione, tenerezza, ma ci è dato, ecco questa è l’anteriorità.

Anteriorità e bontà

Terzo tratto, anteriorità e bontà. Non basta dire che c’è un’anteriorità, potrebbe esserci anche un’anteriorità negativa.
Ciò che mi precede, ciò che è prima di me è il bene, il bene è sempre, come diceva Mancini, più grande del male. Anche per un bambino che dice che non è stato amato, che non ha avuto genitori, però anche lì, lo dico senza presunzione, finché c’è un frammento di respiro vuol dire che c’è il bene, che è più importante del male.
Il bene che ci precede non è un qualcosa che noi scegliamo, è un altro principio di cambiamento , che mi lavora dentro. Spesso noi diciamo: “Io scelgo il bene, io faccio il bene”. No, non sono io che scelgo il bene, è il bene che sceglie me.
Lentamente io l’ho capito. Carlo Morari, di cui sono amico, teologo molto noto in Italia, da anni dice: “Non sono io che scelgo, è l’amore che mi sceglie”.
Io sono scelto dal bene, è il bene che mi viene incontro, mi si dona e mi sceglie.
L’aria che tu la mattina respiri sempre, è il bene che ti si dona, il buongiorno che ti è detto è il bene che ti viene incontro, la stretta di mano, così il sole che torna. Tutto questo è il bene che ti si dona, che torna.

Stupore e meraviglia

Questo atteggiamento ci aiuta a superare quel volontarismo, decisionismo, che ci castra; tu dici: “Devo fare il bene, devo essere buono”, il problema non è che tu devi essere buono, ma che tu devi aprirti a questo bene che ti viene incontro. Contro il volontarismo, quindi, latteggiamento giusto terapeutico è quello dello stupore, della meraviglia.

“la Repubblica” ha pubblicato un’intervista ad Alda Merini, che è un personaggio molto ironico, io non conoscevo questo aspetto della Merini, che è una grandissima poetessa italiana. Dalla intervista emerge una Merini molto ironica, che quando le hanno chiesto della sua religiosità, ha risposto: “La mia religiosità è molto pagana, pagana e gaudente. Mi sono sempre comportata da grande peccatrice e non mi sono mai pentita”.
Poi continua: “Non vado in chiesa a mormorare; d’altra parte le chiese sono sempre vuote, non prego, ma credo che Dio sia qui con me. Ne avverto la presenza, annuso il suo odore, sento dentro di me la pace divina. Due cose soprattutto mi convincono dell’esistenza di Dio. Primo, che non sono padrona delle mie volontà, secondo, che l’Oceano Pacifico non possono averlo creato gli scienziati”. È straordinaria! “Mi basta questo. Nego l’aldilà e la resurrezione. Se guardo tutto ciò di meraviglioso che Dio ha creato su questa terra come posso credere che mi regali anche il Paradiso? Sarà per questo motivo che non penso mai alla morte, almeno che non sia già morta, Lei che ne dice?”.

L’ho trovata bella, c’è lo stupore. Se uno davvero si rende conto del bene e della bontà, nonostante le fratture e le lacerazioni, davvero può dire quello che dice la Merini.

Gratuità Benevolenza

Quarto tratto, bontà e gratuità. Chi mi conosce sa che ho il pallino di questa categoria. Qui radicalizzo, non basta dire la bontà, perché la bontà di cui parla la Bibbia è la bontà non come ciò che ci attira e ci attrae, come diceva Aristotele; Aristotele infatti definiva la bontà tutto ciò che ci attira a sé. Che cos’è il bene? Ciò che ti attira, come la calamita, come il bello.
La bontà nella Bibbia è la benevolenza, è la volontà che vuole il bene dell’altro, perché l’altro stia bene; io poi gli procuro i beni. Questo è originale, è il volere buono, è il volere che dà gratis, che dà gratuitamente.
Pensate a quello che dice Gesù (io amo molto questa frase di Gesù) : “Guardate il Padre che è nei cieli che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi”. Oppure pensate alla parabola dei lavoratori, quelli che lavorano due ore e prendono lo stesso di quelli che poi hanno lavorato dodici ore; questo dà fastidio un po’ a tutti.
Che cosa emerge da questa bontà benevolenza? Che è una bontà che rompe la logica del do ut des; sorge una logica che è al di là del do ut des e che non cancella il do ut des, l’istituisce, ma non si esaurisce nel do ut des.
Qui è l’orizzonte della gratuità, è il gratuito, è la grande sconosciuta dell’Occidente. Noi non abbiamo il linguaggio per dire il gratuito.

Noi abbiamo la legge della reciprocità; Un grande sociologo Marcel Mauss che ha avviato nel ‘900 la riflessione sul dono, si chiede se è possibile il dono; oppure se il dono è un’altra forma della reciprocità, della legge propria del do ut des?
E secondo alcuni il sociologo Marcel Mauss arriverebbe a questa conclusione: “Sì, è chiaro che io ti faccio un regalo oggi, in attesa che poi tu me lo faccia domani, quindi si ricostituisce la logica del do ut des”.
La bontà di cui scrive il racconto biblico è una bontà che istituisce una relazione di gratuità. In questo modo io credo che vada rotta la logica del do ut des, della psicologia capitalistica, della soggettività capitalistica.

Dell’impotenza di Dio

E qui aggiungo una piccola riflessione sull’impotenza di Dio, di cui ha parlato anche Mancini. In che senso Dio è impotente? L’impotenza di Dio è l’impotenza della forza. Per noi la potenza, la forza, è l’orizzonte ultimo dell’umano dove la forza può essere quella fisica, oppure la forza è quella intellettiva o quella seduttiva. Sono tutte figure di forza. La forza bruta è quella dei muscoli o del trattore o della bomba atomica, ma c’è la forza razionale, io ti vinco con la mia intelligenza, come nel gioco degli scacchi, chi è più intelligente, vince.
Ma c’è un altro orizzonte, che non è la forza. È la gratuità, è la bontà, è la misericordia, come diceva Mancini, che non è impotenza. L’impotenza di Dio è l’impotenza della potenza e la potenza di Dio è l’onnipotenza della bontà o della misericordia, è l’onnipotenza della pazienza se volete, l’onnipotenza della bontà, che non è impotenza, è l’onnipotenza di chi ti vuole tanto bene che tiene a te sempre, anche se tu lo neghi.
Per amare l’altro da te ci vuole una potenza, che poi è la potenza della bontà, non ho altri termini.
Dio non è quindi impotente. C’è una colletta che dice: “Tu che sei onnipotente parcendo et miserando”, l’onnipotenza di Dio è nella misericordia e nel perdono. Sarà questa la salvezza dall’umanità, questa potenza della misericordia.

Riconoscenza

A questo punto introduco il concetto della riconoscenza. Voi sapete che il ‘900 è stato caratterizzato dalla grande ricerca di un nuovo pensiero; è stato Rosenzweig, grande maestro di Lévinas, a porsi il problema, lui parlava di un “das neue Denken”. L’umanità ha bisogno, prima che di nuove tecnologie e di trasformare il mondo, di un nuovo sguardo sul mondo, di un nuovo pensiero contro il pensiero monologico, il pensiero cartesiano.
Qual è questo nuovo pensiero? Io credo sia questo, e cioè quando tu ti accorgi che tutto ti è dato gratuitamente, per cui il tuo “Denken” diventa “Danken”, giocando un po’ con le parole tedesche. Lo dice anche Heidegger, in un contesto un po’ diverso, però questo è certamente il nuovo pensiero, quando tu ti accorgi, come diceva Bernanos: “Tutto è grazia”.
Potrebbe sembrare una frase retorica, però se tu riesci dentro le contraddizioni, le lacerazioni a capire che tutto è grazia, questo diventa il principio che getta luce. Il tessuto del tuo guazzabuglio è il guazzabuglio della collettività, mi sembra questo il nuovo pensiero.
Il mondo oggi non ha bisogno di essere trasformato, dovremo smettere di trasformare il mondo. Se noi non recuperiamo un diverso modo di leggere il mondo, neppure lo possiamo trasformare o continuiamo a trasformarlo in un modo distruttivo.

Riconoscenza e responsabilità

Dalla riconoscenza passiamo alla responsabilità. Quella gratuità che io riconosco come l’originario dell’umano, quella grazia che il mio linguaggio trasforma in grazie diventa non soltanto principio del mio linguaggio, per cui dico grazie, ma diventa principio del mio agire e diventa responsabilità, diventa azione, ma diventa quell’azione che è in sintonia con l’originaria benevolenza della gratuità.
Io vedo qui la nuova antropologia di cui c’è bisogno per uscire dalla crisi; la nostra antropologia, quella che respiriamo, quella che ci viene insegnata è l’antropologia del desiderio, che diventa progetto e poi realizzazione o frustrazione. Se io ho un desiderio, cerco di realizzarlo, se non lo realizzo subisco una frustrazione; se ci fondiamo sul desiderio siamo dei frustrati.

Nella nostra società aumenta in modo drammatico il consumo degli psicofarmaci; scrive Galimberti: “Andiamo verso una società psichiatrizzata, psicofarmacizzata”, perché laddove c’è il desiderio è in agguato la frustrazione.
Io sono convinto di quel che scrive René Girard, della sua critica al desiderio pensando a questo, che laddove tu desideri là ti attende la delusione qualora non si realizzi il tuo desiderio.

Se ci Liberiamo dal desiderio, come lo sostituiamo? A me sembra lo si possa fare con gli atteggiamenti di stupore, riconoscenza, responsabilità.
Dallo stupore poi nasce la riconoscenza, e la riconoscenza diventa principio del tuo agire; quello che posso restituire io lo restituisco, lo faccio, ecco la responsabilità. E dalla responsabilità sorge la resistenza.

Riprendo una definizione molto bella che ha dato Mancini ieri, che legava la resistenza alla tolleranza del male. Nel mondo ci sono degli abissi di sofferenza, di ingiustizia e di dolore che riguardano anche noi, le nostre ferite. Resistere allora significa portare il negativo del mondo, supportarlo, portarlo sulle spalle, portare l’estraneità dell’altro, anche quando l’altro è fuori dal tuo desiderio, anche quando l’altro ha un percorso che non è il tuo.

Volevo concludere con: Resistenza e misericordia. E qui voglio citare un testo di Bonhoeffer; prima di essere impiccato il 9 aprile 1945 (poche settimane rima che Hitler si suicidasse), B. scrive nel carcere anche dei testi poetici ed una poesia è intitolata “la grande domanda”, che è la domanda di ognuno di noi, è la domanda principe dell’umanità.

Chi sono io?

E se la pone quando oramai ha la quasi certezza di essere condannato a morte; a volte aveva la sensazione che stesse per essere liberato, a volte invece sentiva che la condanna sarebbe stata eseguita.

Ad ogni modo egli si poneva questa domanda:
Chi sono io ?

E di fronte a questa domanda, sa qualche gli altri dicono di lui.

Di B. gli altri dicevano che quando usciva dalla cella , (era a Tegel vicino a Berlino, a otto chilometri dalla città) era come un signore. Le guardie lo ammiravano per il suo comportamento, per la sua luminosità. E Bonhoeffer sapeva di questo, che cosa gli altri dicevano di lui. Lui ci riporta la definizione che gli altri danno di lui. Questo succede anche a noi, che abitiamo le definizioni che gli altri danno di noi.
Poi Bonhoeffer passa alla sua definizione, e si chiede: Chi sono io? E la sua risposta non è quella che gli altri danno di lui, è molto diversa. Ma anche questa non lo soddisfa. E allora resta solo ciò che Dio dice di Lui. E diviene la sua certezza: “Chiunque io sia tu mi conosci, tuo sono io, o dio!” ecco, dunque quel che io sono: io sono il conosciuto, sono l’amato,

In questo testo c’è la spiritualità radicale biblica. E riassume lo sguardo biblico sulla soggettività, sguardo che è principio di rigenerazione del mondo.

“Chi sono io
Mi dicono spesso che esco dalla mia cella calmo lieto e saldo
Come il padrone dal suo castello
Ma chi sono io?
Mi dicono spesso che parlo alle mie guardie libero e amichevole e chiaro
Come fossi io a comandare

Ma chi sono io?

Mi dicono anche che sopporto i giorni della sventura impavido e sorridente e fiero come chi è avvezzo alla vittoria

Ma io in realtà, sono ciò che gli altri dicono di me
O sono solo ciò che so io di me stesso,
inquieto, nostalgico, malato come un uccello in gabbia
bramoso di un respiro vivo.

Affamato di colori, di fiori, di voci d’uccelli
Assettato di parole buone, di presenza umana
Tremante di collera davanti all’arbitrio ed alla più meschina umiliazione
Roso per l’attesa di grandi cose
Impotente e preoccupato per l’amico ad infinita distanza
Stanco vuoto per pensare pregare creare
Esausto pronto a prendere congedo da tutto.

Ma chi sono io ?
Questo o quello? Oggi uno, domani un altro o sono tutti e due insieme?
Davanti agli uomini un simulatore
E davanti a me stesso uno spregevole, querulo rottame,
o ciò che in me c’è ancora,
rassomiglia all’esercito sconfitto
che si ritira in disordine prima della vittoria del già vinto.

Chi sono io?

Domandare solitario che mi irride;
chiunque io sia tu mi conosci
tuo sono io o dio”.

A me pare che qui ci sai tutta la spiritualità biblica, che può diventare la nostra possibile spiritualità o via da percorrere.

03/09/2006
testo non rivisto dal relatore