Il cristianesimo degli atei devoti

La corrosione delle parole

«La vita si può comprendere solo se si guarda dentro,
ma si può vivere solamente se si guarda avanti».
[Soeren Kierkegaard]

«Ad ogni nuovo crimine ed orrore
dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà
che avremo conquistato in noi stessi.
Possiamo soffrire, ma non possiamo soccombere».
[Etty Hillesum]

Lungo tutto il percorso, sul tram, i due giovani restano in piedi vicino alla porta centrale: lei, piccola, grassottella, ha le palpebre chiuse e si appoggia con le spalle al compagno, alto e slanciato, che sembra guardare fuori con l’occhio un po’ strabico e parla fitto, sorridendo.
A tratti lei si solleva in punta di piedi per dargli un bacio, rapido e tenero, sulle labbra. Una signora si alza per farli sedere al posto riservato agli invalidi, ma i due rifiutano, ringraziando. Colpisce la serenità, l’armonia della coppia, commovente e insolita. Quando scendono mi accorgo che sono accompagnati da un cane guida: forse sono entrambi non vedenti.
Penso a quante coppie si sfaldano e si dividono per qualche ruga o qualche smagliatura in più, per i postumi di un incidente, di una malattia, di una disgrazia, o per un rovescio finanziario, un insuccesso, una incompatibilità di carriera, mentre queste due creature sanno trovare il coraggio dell’amore reciproco nella sventura e irradiano intorno una strana felicità.
Al primo banco della fila, dal lato della porta, una testa di capelli rossicci, il viso attento: e una bella scrittura nitida, elegante, che rendeva ancora più piacevole leggere i suoi compiti. Amava Pavese. Andava a leggerlo lungo il fiume insieme con i suoi compagni, in quell’ultima primavera di sperimentazione didattica.
Si chiamava Maria Elena. Era brava, corretta, intelligente, sensibile. Fu con me solo un anno, la sua era una classe terminale, poco gratificata agli esami di maturità da una commissione reazionaria, ottusa e nozionista, che preferì ignorare tutti gli autori del ‘900 presentati e impuntarsi a chiedere quisquilie non indicate nel programma.
Maria Elena fu tra i pochi che mi scrissero dopo la fine del rapporto scolastico: ed era sempre la cosa più consolante conservare i contatti, ricevere lettere dai miei ex alunni. La sua grafia pulita e chiara non riuscì a raggiungermi, nei miei successivi cambiamenti d’indirizzo.
Ora sono stato io a scriverle, alcune settimane fa, presso l’Assessorato alle politiche sociali di una grande regione del Nord Italia, per dirle tutta la mia solidarietà e il mio incondizionato appoggio al suo coraggio civile e alla sua limpidezza morale nell’adottare un provvedimento radicale per stroncare l’isolamento degli anziani nelle case di riposo.
«La solitudine dei vecchi è soprattutto mancanza di ascolto – mi ripete con dolcezza Maria Elena – hanno tanta voglia di dire, di raccontare: non basta provvedere ai loro bisogni materiali. Dicono tante cose interessanti, profonde dei tempi andati, della famiglia, della storia vissuta. Un’anima che cerca se stessa ha bisogno soprattutto del silenzio, dell’ascolto che è il silenzio dell’amore, per poter scoprire la voce che parla dentro di lei e trovare in sé la risposta, il cammino, la verità, la vita».
Sono orgoglioso di averla avuta come alunna, lungo il fiume erboso di una giovane, intatta primavera.
«Sono sicura che le tue riflessioni e meditazioni sono sempre elevazioni – mi scrive Cristina con troppa generosità – perché sei un’anima bella. Prego Dio che non ti faccia mai mancare il suo aiuto». «Ti ringrazio ancora – insiste affettuosamente – per la tua manifesta vicinanza e ti auguro la vicinanza del Divino Spirito nel quale io mi rifugio in questo periodo di sofferenza».
Cara Cristina, è stato duro sentirti al telefono in preda alla depressione, senza sapere come ci sei caduta dentro. È il male del secolo: soprattutto per le donne. Ma non c’è pillola, credo, che possa curarlo: perché è soprattutto mancanza d’amore, sofferta stanchezza, stanca solitudine. Ma sei tu, non io, l’anima bella. Io sono solo un peccatore (quando te l’ho detto, tu hai replicato, sibillina: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»).

Paura e rifiuto

Aumenta un po’ovunque l’instabilità, l’imprevedibilità, l’incertezza, il disordine, la disgregazione, la conflittualità, il razzismo.
L’elemento socializzante, che in un certo senso cementifica i rapporti di molte persone nelle nostre città, è costituito dalla paura. Ne deriva quindi un bisogno continuo di sentirsi in zona di sicurezza, circondata da sistemi di allarme, dotata di fossati e di cancellate. La paura sfugge al razionale, è terreno fertile su cui seminare pregiudizi, esclusioni, atteggiamenti di vendetta preventiva. La sola eventualità, anche remota, di essere vittima ci costringe ad agire tempestivamente e, possibilmente, a eliminare il pericolo incombente, prima ancora che si verifichi o che si sveli. E poiché ogni essere animato può essere percepito dai nostri sensi come una presenza inquietante, se non organizzato in un codice di accettazione preventiva, ecco allora che è meglio tenere sempre le distanze di sicurezza e rivestirsi di una rassicurante armatura.
Lo straniero, ultimo arrivato, spesso digiuno di diritti, diventa il contenitore privilegiato del vuoto tenebroso e rappresenta, suo malgrado, il collante sociale di una comunità raggrinzita ed incartapecorita, incapace di far sbocciare nuova vita, nuove opportunità.
Inoltre, la valenza politica di tale angoscia, spesso ad arte implementata, non sfugge agli imprenditori dell’intolleranza, del linciaggio, della segregazione e della stupidità condivisa. La colpevolezza di chi non è meritorio di inclusione etnica, barbaramente costruita su ingenuità storiche, sdoganate in malafede a servizio della gente semplice, sembra rappresentare una costante strutturalmente costitutiva della convivenza sociale.
Il linguaggio segnato dalla separatezza e dall’esclusione, noi contro loro, noi contro quelli, sembra svolgere un ruolo di toccasana alle mefitiche flatulenze di una solitudine disperata.

Impossibile Nordest

Siamo nel Nordest. Nel “nostro impossibile Nordest”. La chiusura a riccio pare essere una maledizione dei nostri paesi e delle nostre città. La varietà dei colori, dei profumi, degli idiomi, fatica a trovare legittimazione sociale.
Si è sviluppata, invece, quella corsa al privato e al chiuso delle nostre case, dove l’unica comunicazione con il mondo esterno avviene attraverso lo schermo televisivo, che non ci mette in comunicazione col mondo, ma con la sua descrizione che nessuno può andare a verificare.
Dovremmo ribellarci a questa situazione e costruire una comunità nuova, imparando insieme a convivere con l’imprevedibilità, con l’instabilità e forse anche con il disordine, per riuscire così a gestire la complessità.
Sarebbe bello incominciare ad abitare i vuoti delle nostre strade e delle nostre piazze, riempire di luce, di voci e di colori, i grigi quartieri urbani. Ridare fiducia e significato al piacere della compagnia, essere complici e amanti di un futuro condiviso.

La religione civile del buon senso

Dobbiamo inoltre combattere, anche, quel cristianesimo senza Cristo degli atei devoti (alla Marcello Pera e Giuliano Ferrara, per dire due esempi, uno grossolano e l’altro luciferino) che, complice spesso la chiesa ufficiale, fanno del cristianesimo la religione civile del mondo evoluto e ricco, tutta buon senso convenzionale, verniciata di nobiltà spirituale, utile a giustificare l’esistente con tutte le sue nefandezze, dalle guerre alle iniquità planetarie, come se le democrazie del capitale e del consumismo fossero il fine raggiunto della storia, il compimento delle divine promesse, dove reale, razionale e teologico felicemente coincidono e guai a chi ereticamente discute.
Costoro svuotano il cristianesimo della croce, gli tolgono la novità di Gesù, che sconvolse la religione del suo popolo. Occultano il suo giudizio sul mondo, censurano lo scontro in cui Gesù fu espulso e ucciso dai potenti e continua ad esserlo.
A chi è da loro tentato, e alla chiesa che con loro fa concordati e conciliazioni, va buttato in faccia lo scandalo della croce. Al falso evangelo – annuncio pubblicitario di questo benessere – va opposto il vangelo di Gesù Cristo.
Il vangelo è davvero un buon annuncio e non una improbabile utopia.
La chiesa è fedele quando dice la parola ricevuta senza riguardo ai potenti. Pecca di idolatria (il più grave peccato) quando si appoggia ai potenti per sostenere il bene. I potenti volentieri si appropriano della bandiera del bene e di Dio stesso, per consacrare il proprio dominio. Così chiamano bene il maggiore dei mali, il dominio, che offende i poveri e Dio che sta con loro. L’uomo confermato al vertice dell’Impero, George W. Bush, si proclama rinato in Cristo e appoggia il bene sulla forza violenta; è potente in denaro e armi e usa Dio per chiedere consenso, e fa guerra nel suo nome, come ha dichiarato più volte.

Memoria è condivisione

Quello che vediamo ogni giorno, per qualche minuto, in televisione, magari durante i pasti, non trasmette nulla che assomigli veramente al dolore e alla sofferenza, e viene immediatamente dimenticato. La tv si trova così a coltivare una memoria che si autodistrugge dopo la visione, una memoria senza pensiero, la sublimazione dello spettacolo: un nastro che ci scorre davanti agli occhi senza fermarsi mai. Le stragi in Iraq e in Sudan, come in Palestina e in Nepal, il massacro nella scuola di Beslan e le uccisioni dei bambini di strada, lo tsunami asiatico e l’agonia del Papa (che la terra gli sia leggera, più di quanto lo sono stati i media. Se c’è un giorno per vivere e un giorno per morire (Qoelet), che almeno questo sia lasciato al silenzio).
Noi invece crediamo che una memoria vera ha tanto a che fare con il dolore condiviso, con un pensiero di solidarietà per le vittime delle guerre e del terrorismo, con il senso di fragilità degli esseri umani. Ma non è cosa facile, perché l’intreccio guerra e terrorismo oggi copre una quantità di conflitti, di orrori, anche di dolore e diventa difficile comprendere, qualificare, nominare, forse anche trovare una nuova dimensione delle attuali tragedie umane.

Ambiguità e violenza

In Iraq (almeno per i nostri mezzi d’informazione) chi muore è un eroe, a patto che non sia iracheno e chi uccide è un terrorista, a patto che sia iracheno. I soldati della coalizione combattono per esportare la democrazia (anche se radono al suolo città e villaggi, torturano e uccidono), mentre i terroristi combattono per il terrorismo (anche se è tutta una popolazione civile ad essere bombardata e massacrata).
Tutto si aggroviglia. Se sei un esercito regolare puoi partecipare a una festa di nozze, scambiare gli invitati per terroristi, ammazzarne un buon numero e non rispondere di nulla perché vale non quello che fai, ma quello che sei: un democratico, occidentale, possibilmente cristiano.

Fragilità e cura

Non è cosa facile l’orrore che ci viene messo davanti. Nel pianto delle persone ferite e disperate c’è tutto il senso della fragilità dell’essere umano. Questa fragilità è come bisaccia da viaggio per guardare con occhi aperti il nostro quotidiano.
Dobbiamo riacquistare il senso di fragilità e delle vulnerabilità di ciascuno di noi perché siamo vecchi, di ciascuno di noi perché siamo bambini, di ciascuno di noi perché siamo fragili, distruttibili e siamo esposti ad un mondo che diventa sempre più distruttivo.
Pochi momenti sono stati così esemplari, come quella sequenza di bambini scampati alla distruzione della scuola di Beslan, quei bambini nudi, portati via, portati fuori, aggrappati a qualunque adulto che potesse in quel momento proteggerli.
L’aver perso il senso della fragilità degli esseri umani diventa evidente, vistoso, terribile ma anche facile alla nostra indignazione, alla nostra commozione quando accade nella guerra, ma è la nostra vita quotidiana.
È nella vita quotidiana che si è perso il senso della nostra fragilità, il senso del fatto che ognuno di noi dovrebbe essere protettore degli altri. Per tutto questo restiamo fortemente convinti che per poter non solo sognare, ma realizzare concretamente un mondo diverso, bisogna porsi accanto al dolore umano, alla fragilità umana.

Denunciare per non tradire

Non giudichiamo le coscienze, che solo Dio vede, ma atti e parole, che possiamo vedere e dobbiamo valutare. La funzione profetica, che tutti abbiamo se ci è data un po’ di fede, non consiste nel punire, ma nel denunciare sì, perché tacere è tradire. Non dire la verità ai potenti, non proclamare sui tetti ciò che abbiamo udito all’orecchio (Mt. 10,27), è tradire.
Ciò che conta veramente nei rapporti tra gli uomini è la comprensione, non l’uguaglianza. Quando c’è la comprensione si può anche restare diversi, perché ci si comprende, ed è il comprendersi che fa da ponte… ed è qui che si ritrova la missione propriamente spirituale dell’educazione. Insegnare la comprensione fra gli uomini è la costruzione e la garanzia della solidarietà intellettuale e morale dell’umanità.

Pove del Grappa, aprile 2005