Il disorientamento della classe lavoratrice

le tecnologie uccidono la conoscenza e l’esperienza Il contadino terminata la semina, guarda il cielo. Un atto che racchiude l’attesa e la preghiera. Prega e attende la pioggia. Per il contadino ciò che gli sta attorno è ancora aria, acqua, terra e fuoco. Ci sono i mesi freddi, in cui la terra riposa e i mesi caldi, in cui la terra generosamente offre gli elementi per la sopravvivenza. C’è il dramma della gelata o di una grandine che può cancellare speranze e fatiche. Ma non sono mai improvvise. Il contadino col tempo ha imparato a conoscere i segni che possono far presagire la gelata o la tempesta. In qualche modo si può premunire, correre ai ripari, salvare per tempo il suo lavoro. Ma tutto nei momenti dovuti, senza imporre accelerazioni.
Questo comporta una crescita che si chiama esperienza che, lavorando con i giovani, muta per quest’ultimi in un arricchimento, una conoscenza, un trasferimento non solo di nozioni, ma anche di racconti di vita, di abilità. E in qualche modo si trasferisce il testimone alle generazioni future, si offre se stessi, e si continua a vivere in chi verrà dopo, nel ricordo, nella narrazione. In questo si racchiude l’eternità terrena del contadino. Inizialmente è un ricordo legato ad un volto, ad una voce, poi, di generazione in generazione, l’eternità rimarrà nei gesti e negli oggetti, negli stessi gesti e negli stessi oggetti che di padre in figlio si sono trasmessi per compiere un lavoro. L’uomo cresce conoscendo la speranza, l’attesa, la pazienza.

Quando, all’interno di un’azienda, vengono immesse delle novità tecnologiche, per quanto sofisticate, ha la meglio chi si sa adattare al nuovo processo, chi ha una dinamicità tale da cogliere tutte le nuove nozioni nel minor tempo possibile, ed è in grado di stare al passo con le evoluzioni stesse. Questo comporta un continuo aggiornamento che, per quanto veloce, risulta in ritardo rispetto a quello che la tecnologia offre. In un panorama di questo tipo l’esperienza è un vocabolo che viene usato in modo differente rispetto al mondo contadino. Se per il mondo contadino era un accumulo di conoscenze raccolte da chi precedeva e migliorate nel tempo da chi seguiva cammin facendo, oggi per esperienza si intende un’attività diversa dalla consuetudine svolta occasionalmente ad uso e consumo proprio. E non contando più l’esperienza, come trasferimento di conoscenze, i vecchi nella nuova azienda hanno la peggio. Col tempo si fa fatica a correre, il respiro si fa sempre più corto, non si riesce più a cogliere in pieno le nuove tecnologie, e si diventa un ramo secco, una palla al piede, una persona inutile. Snobbato dai giovani, anzi spesso infastiditi per il freno di cui è causa per dover spiegare e rispiegare una cosa talmente ovvia e banale, il vecchio non diventa un’icona della saggezza, ma una caricatura della sconfitta. Oggi i vecchi hanno una posizione di netto svantaggio. Ciò che conta è la velocità, l’aggiornamento continuo, il sapere cambiare (nel senso di sapersi adattare alle nuove tecnologie), l’essere dinamici (nel senso di buttare le conoscenze apprese ieri e sostituirle con le nuove, da buttare domani). Insomma l’uomo deve sapersi adattare alle tecnologie. L’uomo al servizio delle tecnologie. L’uomo quale braccio lungo delle tecnologie. Ma le tecnologie al servizio di chi sono?

Sempre dell’uomo. Ma c’è uomo e uomo.
Dato che il linguaggio marxista non è più di moda, anzi è una bestemmia, allora non dirò che ci sono uomini che si chiamano padroni e uomini che si chiamano proletari. Oggi si chiamano datori di lavoro e dipendenti. E già c’è una sorta di interpretazione a senso unico. Nel nuovo lessico c’è chi sa "dare" e quindi, evangelicamente è in luce positiva (è meglio dare che ricevere), in questo caso da lavoro, e c’è chi "dipende", quasi un’essere incapace di sopravvivere, che sta in una condizione di sudditanza, che riceve. E se i dipendenti quand’erano proletari erano riusciti, attraverso lotte anche violente, a costituirsi in sindacato e vederselo riconosciuto, quale forza che ristabiliva un equilibrio nelle ingiustizie di una società industriale, oggi trovano nel sindacato un piatto privo di pesi da controbilanciare al piatto padronale.
Come mai?
Perché le tecnologie in mano all’uomo-datore permettono un controllo del pensiero e della strategia politica.
Oggi la macchina tecnologica della propaganda ha coniato un termine nuovo, globalizzazione, per raccontare una cosa vecchia almeno di cinquecento anni. Col termine globalizzazione si evocano negli uomini-dipendenti, e nel sindacato che li dovrebbe rappresentare, le peggiori sciagure: disoccupazione, miseria, fame.
E questo ha fatto si che il sindacato si sia inventato una strategia perdente: tutelare il lavoro.
Eppure la globalizzazione non è nuova. È cominciata cinquecento anni fa. Le corone europee di allora, la spagnola fra tutte, occupando i territori che successivamente chiameranno America, decimandone le popolazioni prima con il piombo e poi col lavoro schiavo di estrazione dalle miniere, di fatto diedero vita alla globalizzazione.
Infatti trasportarono i metalli in Europa per dilapidarli (per quanto riguarda la Spagna) a beneficio di nazioni come l’Inghilterra che attraverso l’argento e l’oro, diedero vita a quella che successivamente gli storici chiameranno Rivoluzione Industriale. Possibile solo grazie alle Colonie, cioè occupando e schiavizzando popoli lontani.
Quindi le industrie in Inghilterra lavoravano grazie allo sfruttamento degli ex-contadini in Patria, e allo sfruttamento dei contadini stranieri in terre lontane, ricche di materie prime. Non è globalizzazione questa? Gli Asiatici o gli Africani si trovarono schiavi in terra loro per arricchire ulteriormente qualche industriale (ex-latifondista, e quindi già ricco) in Inghilterra, in Francia, in Olanda… cioè subivano le conseguenze di scelte economiche fatte a migliaia di chilometri di distanza.

Oggi non è molto diverso, solo tocca una parte di mondo, quello così detto occidentale, che prima ne era escluso.
L’uomo-datore impossibilitato di arricchire ulteriormente, avendo sfruttato al massimo i quattro quinti del Pianeta, prova ad aumentare la ricchezza giocando con quello che ha in casa e con la tecnologia che glielo consente.
Già perché se la tecnologia poteva essere vista dagli uomini-dipendenti come una liberazione dal lavoro, per gli uomini-datori è vista come una diminuzione dei costi ed un aumento delle entrate.
E ad aumentare la possibilità di allargare il suo guadagno ha contribuito la fine del regime comunista in Europa, di quel regime che, almeno formalmente, stava dalla parte degli interessi degli uomini-dipendenti.
L’uomo-datore ha visto la possibilità di nuove espansioni e nuove possibilità di ricchezza con un doppio vantaggio: diventare sempre più forte e indebolire gli uomini-dipendenti e il loro sindacato.
Il sindacato, nel panico, se ne esce con la strategia di tutelare il lavoro. Altro non poteva fare, visto che unire i proletari di tutto il mondo è fuori moda.
Ma cosa significa tutelare il lavoro?
Significa alienare un concetto fondamentale che sorreggeva il sindacato: il lavoratore prima di tutto è un essere umano. Ora il lavoratore diventa funzionale al lavoro. Tutelando il lavoro tutelo il lavoratore.
Niente di più falso. Se l’oggetto del mio interesse è il lavoro è lui che cerco di far sopravvivere. Quindi se serve per il lavoro, accetto di siglare accordi che comportano licenziamenti, accetto di far lavorare la gente con contratti che possono andare a genio all’uomo-datore: contratti a termine, contratti che prevedono assunzioni temporanee, contratti di solidarietà dove due lavoratori si dividono il lavoro e guadagnano meno, licenziamenti e mobilità, casse integrazioni dove chi paga la sussistenza agli uomini-dipendenti sono ancora gli uomini-dipendenti…
Per non parlare di eventuali trasferimenti verso altri paesi, altre città. Tutto in nome del lavoro.
Insomma lentamente stiamo arrivando ad un’uguaglianza che mancava da cinquecento anni: gli uomini-dipendenti dell’intero pianeta vivranno tutti nelle stesse miserabili condizioni.
Questo si manterrà finché il Sindacato, e le persone che lo sostengono, non si toglierà la giacca e la cravatta e rivestirà la tuta. In altre parole, dovrà abbandonare la mentalità borghese, che storicamente non gli appartiene, per recuperare tutta quella storia del movimento operaio che, davanti alle tecnologie, si presumeva non potesse più avere senso.
E invece dalla cultura proletaria c’è molto da attingere: innanzitutto il concetto di parità, il concetto di solidarietà, di legame forte con gli sfruttati di ogni Paese, il senso della collettività, di comunità.
Se l’uomo-dipendente riesce a riscoprire tutto questo, non solo riesce a ritrovare una bussola per la sua esistenza, ma scoprirebbe quanto lontano si trova il mondo di uguali che l’uomo-datore sta velocemente impostando.
Kieslowski, nella sua superba trilogia "Tre colori", ha evidenziato che dei tre pilastri della cultura borghese: libertà, uguaglianza e fraternità, l’unico che umanamente è possibile è la fraternità. E guarda caso è l’unico valore che la nuova borghesia non cita, ma lo abbandona. Parla profondamente di libertà (d’impresa) e promulga l’uguaglianza (nel senso di omologazione); la fraternità, non dando reddito, è un valore non realizzabile.