Il dolore degli altri

Mi è arrivato via Internet un file in Power point dal titolo “Estufa o Peito” che letteralmente significa “gonfia il petto”, come a dire “riempiti di orgoglio”, “sii orgoglioso”. 32 foto e le didascalie annesse riguardano la città di San Paolo e la sua grandezza. Ne sono illustrati i dati colossali che fanno di essa la terza città del mondo, senza però nominare chi sia la prima e la seconda: Tokio? New York? Città del Messico? Shangai?. Eccone alcuni:

– La più grande flotta di jet privati, 830. Nel 2008 ha superato New York.

– La più grande concessionaria Ferrari del mondo. La seconda è a Los Angeles.

– La quarta più grande concessionaria Maserati, la seconda della Porsche e la seconda della Lamborghini.

– L’unica città dell’America Latina con una concessionaria Rolls Bentley.

– Sei Bugatti Veyron circolano per le vie della città e ne sono state ordinate altre cinque.

– Nove ordinazioni per la marca di automobile Pagani da cinque milioni di reais (due milioni e mezzo di Euro) e una attesa di sei mesi.

– La più grande flotta di elicotteri del mondo.

– L’unica città al mondo con quattro negozi Tiffany’s.

– L’unica città del mondo con tre negozi Bulgari.

– La filiale Mont Blanc che fuori dalla Svizzera vende il maggior numero di penne.

– È la città al mondo in cui esiste il maggior consumo di vino Romenée Conti.

– San Paolo è cresciuta così tanto da abbracciare 38 municipi dell’interland con una popolazione complessiva di 22 milioni di abitanti.

– La popolazione del municipio è di 10.434.252 milioni (la terza città del mondo), in un territorio di 1530 km².

– Il tasso di alfabetizzazione è di 95% della popolazione.

– Il prodotto interno lordo della grande San Paolo è di 147 miliardi di dollari.

– Esistono più di 70 centri commerciali che ricevono 30 milioni di persone al mese.

– San Paolo possiede quasi sei milioni di automobili.

– Mezzo milione di persone circola giornalmente per la rua 25 di março, strada dedicata al commercio popolare.

– 60% dei milionari del Paese vivono nella città di San Paolo.

– Per l’avenida Paulista passano 5700 macchine e 1400 autobus ogni ora.

– La città possiede più di 120 teatri e case di spettacolo, 71 musei 11 centri culturali.

Le foto della super città virtuale scorrono sullo schermo del mio computer e il mio petto si gonfia di orgoglio: più Mont Blanc della Svizzera! Sei milioni di macchine! Il Romanée Conti da cinquemila dollari a bottiglia! Le Maserati, le Ferrari! Com’è bella la città, com’è grande la città, Con le réclames sempre più grandi, coi magazzini, le scale mobili, coi grattacieli sempre più alti e tante macchine sempre di più, com’è bella la città… Canto con Giorgio Gaber..

Mi piace cominciare a scrivere con una epigrafe, una citazione di uomini illustri, gente importante, scrittori, filosofi, scienziati. La frase di oggi invece non ha un autore specifico, è un semplice comunicato del Comune, laconico, due parole o poco più che traduco letteralmente dal portoghese: “la favela contigua alla tangenziale è sottoposta a studi per la definizione del tipo di intervento a cui sarà sottoposta”. Quando scrivo “studi”, al plurale, è perchè era scritto proprio così: “estudos” con la “s” finale, plurale.

2009. Quest’anno compio vent’anni. Vent’anni di Brasile, vent’anni di San Paolo, o meglio, São Paulo. Vent’anni, venti! Mica bruscolini! Ma questo non c’entra niente.

Quando, appena arrivato, passai per la tangenziale a cammino di casa, la vidi, ci passai di fianco. Mi sembrò enorme, sterminata. Oggi è cresciuta, forse raddoppiata. Le baracche costruite in riva alla strada costeggiano un fiumiciattolo per centinaia di metri, finché se ne perde la visione. La tangenziale segue il corso del fiume. Le catapecchie, allineate sulle sponde dell’affluente, formano un intricato labirinto di viuzze laterali di cui, dalla macchina che corre, non se ne capisce la dimensione. Ieri, vent’anni fa; oggi, 2009. Vent’anni. La notte del 31 dicembre, scoppia un incendio che in un minuto divora una ventina di baracche. Molti perdono il poco che hanno, tutto. Gli “estudos” sulla favela, forse dureranno altri vent’anni.

Ieri sul giornale, in prima pagina, la foto di tre bambine in lacrime col terrore negli occhi. Sullo sfondo il solito scenario di distruzione. No, non è il bombardamento di Gaza, è la favela della tangenziale invasa dalla polizia per mettere fine alla manifestazione di protesta dei suoi abitanti che “intralciando il traffico impedivano il diritto di circolazione delle automobili”. Al dio automobile sacrifichiamo tutto, per lui chiamiamo la polizia e facciamo sgombrare la tangenziale da un gruppo di miserabili che protesta affinché il Comune, che alle vittime dell’incendio ha promesso alloggio provvisorio, mantenga il suo impegno. Dopo lo scontro, i feriti sono decine, la maggior parte bambini, intossicati dai lacrimogeni o colpiti da pallottole di gomma. ( È un avanzo, importante davvero: vent’anni fa si sparavano pallottole vere. Un dato che però non risulta nel mio file in Power point). Il comando militare, in nota ufficiale, dichiara che i bambini sono stati mandati in prima fila sulle barricate dai trafficanti che controllano il commercio di droga, come scudo umano, e che non si aveva altra scelta se non quella di intervenire in modo chiaro e definitivo. Gaza insegna.

Era il giorno di Natale, il 25 dicembre di tanti anni fa, forse il 2008. È passato tanto tempo…

Susan Sontag dice che l’orrore, fotografato in migliaia di giornali, ormai non appartiene più all’Europa. Viene da lontano, dalle catastrofi ambientali dell’Asia, dai massacri dell’Africa, dalla miseria endemica dell’America Latina. Il dolore degli altri. La mattina di Natale la piazza era vuota, enormemente vuota. Riempita di un vuoto cosmico, un silenzio non vero. La mattina di Natale arriva il furgone del Comune, si ferma al centro della piazza. La fila si forma immediatamente. La fila dei senza tetto, dei senza lavoro, dei senza niente. È l’ennesimo censimento degli uomini di strada. La mattina di Natale, in piazza. Conto 274 persone. 274 persone apparse improvvisamente da ogni angolo delle vicinanze, dai sottoscala, dai tombini, dalle baracche di tela costruite sotto i portici, dalla caverna formata nell’intercapedine del ponte. La fila procede lenta, nome cognome età. Il funzionario appoggiato al cofano del furgone prende nota, il collega al volante sonnecchia. La mattina di Natale, il dolore di una città, il dolore degli altri, cammina lento come la marcia funebre che nessuno vuole ascoltare. L’anno si è chiuso la sera prima con un trionfale presidente Lula che a reti unificate dice di non preoccuparsi, la crisi è lontana e che se vuoi comprare un frigorifero nuovo, non aspettare, compralo adesso. Che se non compri, se non consumi, il tuo posto di lavoro corre un serio pericolo: il negozio non ordina alla fabbrica, la fabbrica non produce, la fabbrica taglia i posti di lavoro, anche il tuo.

Io faccio in tempo a: visitare il presepio della cattedrale; visitare la mostra internazionale di presepi della chiesa di San Francesco; un caffè nell’unico bar aperto. Il dolore degli altri è ancora là, lento, rassegnato, eterno come i Vent’anni passati dalla prima volta che vidi la favela della tangenziale.

E adesso dovrei trovare una frase di effetto per chiudere. Un’ultima occhiata al giornale, tre foto:

– una signora della favela protegge come può il figlioletto in braccio dal fumo dei lacrimogeni

– una signora di un Kibutz sdraita a terra cerca di difendere dai missili di Hamas i suoi bambini coprendogli la testa con la mano

– un uomo di Gaza abbraccia il figlio insanguinato straziato da una bomba di Israele

Il dolore degli altri, si sa, è molto lontano dall’Europa e soprattutto da casa mia: Kibutz, Gaza, la favela della tangenziale.

La frase di effetto per chiudere non la trovo, non la cerco nemmeno. Mi fermo qui. Clicco sul file in Powerpoint e mi godo lo spettacolo. La super città delle Maserati. Lascio lontano da me la fila in piazza, la favela e i lacrimogeni, le bombe della guerra, il dolore degli altri.

Buon Anno.