Il giorno della rivincita

Si può forse tagliare l’istinto della vita?

O Pelé

La scritta si staglia chiara e imponente sulla volta del salone: Enquanto houver dança, sempre haverà esperança – Fino a quando ci sarà danza, ci sarà sempre speranza.
Che la speranza sia viva e vegeta, lo dimostrano lo slancio e la passione di Pelé.
O Pelé ha più di ottant’anni e le sue presenze all’"Estudantina Musical" di Rio de Janeiro sono come le battaglie di lungo corso di un vecchio maresciallo dell’Armata Rossa. Gli mancano soltanto le medaglie sul petto e fortunatamente anche la tristezza alcoolemica degli ex-ufficiali sovietici.
Pelé non beve e soprattutto non è comunista. Pelé balla tutti i giorni e per lui la danza è il bastone della sua vecchiaia, il sostegno dolce e tenero alla vita sua e degli altri.
Pelé balla perché, ballando, esiste, sa di esistere, si regge, si sorregge, in fin dei conti resiste. La sua ormai è una vita di resistenza. Ogni vecchio carioca vive di resistenza pura e si aggrappa alla vita in qualche modo: contro la miseria, contro la solitudine, contro le tracce sempre più marcate della morte. L’ingiuria degli anni per Pelé si trasforma in un complimento e in una sfida, perché, così facendo, Pelé lotta e combatte quotidianamente, domina la vita e la riconquista passo dopo passo, proprio come i passi di un vecchio e melodrammatico bolero argentino.

La musica, radice di speranza

Contigo la semana es de ocho dias y tu es la mi vida.
Come se si spargessero direttamente da Buenos Aires e provenissero dal cuore della Boca, le note struggenti e lacrimevoli di Luis Miguel, o forse chissà, forse anche dell’anima di Carlos Gardel, aprono la strada a quel miracoloso ottavo giorno, il giorno in più, il giorno del supplemento della vita, il giorno della rivincita.
Ballando quel bolero così infinitamente caldo, Pelé sconfigge l’offesa dell’età e si riconsegna miracolosamente alla vita. Balla come un essere mai visto, muove la testa come se volesse darsi piacere e soddisfazione in ogni istante e soprattutto gira, rigira, svolazza e ruota, come la trottola di un bambino.
In questa Rio che muore, i vecchi come Pelé ritrovano all’"Estudantina Musical" la loro gioventù perduta, ma mai dimenticata.
In questa Rio che si sta spegnendo, i vecchi come Pelé rappresentano il baluardo di se stessi e di una stagione di speranze immense e travolgenti. Con loro balla la Rio di Getulio Vargas e del primo samba, di Carmem Miranda e dei malandros da rua. Con loro rivive la musica che è radice di speranza, che è vita nella vita e che è parola di libertà. Anche se oggi tutto sembra così patetico e decadente, la forza e l’energia di questa Rio antica trasudano dalla pelle degli uomini come Pelé. 
La camicia, i pantaloni e le scarpe, tutti rigorosamente bianchi, esplodono e brillano sul suo corpo nero come la pece. Intriso di sudore, Pelé va e non si ferma. La morena vestita di rosso, di cinquant’anni più giovane, si intreccia nel vortice di quest’uomo piccolo e brutto, sembra cadergli sopra a ogni movimento, lo sovrasta senza respiro, lasciando che la sua cascata di capelli lo sfiori come se fosse una carezza.
Per un momento ho chiuso gli occhi e ho immaginato che l’Italia stesse oltre il ponte di un piroscafo lento e sferragliante e che Rio tornasse ad avere quella grazia e quella gentilezza che aveva sempre avuto nel passato, senza favelas né narcotrafficanti, senza bambini di strada né crack, senza rapinatori né travestiti e dove anche le sue prostitute nascondevano un’immagine di Nostra Signora dell’Apparizione nella sottoveste rosa. Quando li ho riaperti, ho scorto le evoluzioni di un mondo teneramente abbarbicato ai suoi sogni del passato, fatto di una musica sentimentalmente profonda e di sentimenti profondamente musicali.
Nella musica Rio vive e si comunica, ride e piange, sogna e ricorda, si illude e dimentica.
Che cosa può provare ancora una donna come Antonieta, alla soglia degli ottantacinque anni, quando canta l’eternità di un bolero che ha ballato mille volte? Che cosa potrà mai aspettarsi dalla vita un cameriere dalla pancia interminabile, quando vanta quasi sessant’anni di onorato servizio tra i tavoli dell’"Estudantina Musical" e non sa più nemmeno fare i conti di due birre? Che speranza potrà mai provare un vecchio bigliettaio brontolone, dietro lo sportello dell’ingresso, all’alba delle tre di notte?
Aspettano tutti l’ottavo giorno. Tutti sono irrimediabilmente attratti dalla prospettiva di una Risurrezione laica, che passa attraverso le note tristi e melense di un bolero o di un "fox-trot", di un samba primordiale o di un cha-cha-cha. Là dentro sentono di vivere, o meglio, di rivivere, di risorgere.
I tavoli vecchi, le tovaglie di carta e i bicchieri da osteria padana insultano la ricerca ostinata dell’eleganza e del brio di un tempo. L’"Estudantina Musical" ha l’aspetto della sala d’aspetto di una vecchia stazione ferroviaria, dove però il tic-tac del pendolo e il campanellino che annuncia l’arrivo di un treno a stantuffo sono meravigliosamente sopraffatti dalla musica di un film di Federico Fellini. Tutti lì ad aspettare l’ottavo giorno: quello della propria Risurrezione, quello dell’immortalità.
Ci sono paradossi che vanno raccontati senza vergogna.
Il bolero antico e passato dell’"Estudantina Musical" ha molti fratelli più giovani. Dall’altro lato della Praça Tiradentes c’è il "Centro Cultural Carioca" e in Rua do Lavradio c’è l’"Emporium 100", mentre in Avenida Mem de Sà c’è il "Carioca da Gema".
Nel momento in cui Pelé volteggia come una trottola, laggiù Nilze e Camila, splendide come sempre, suonano instancabili nella loro "roda", mentre intorno a loro la vita rinasce nella felicità di mille samba che sgorgano prorompenti e gioiosi tra gente giovane e bella.
Alle soglie dei "morros" le scuole di samba scaldano i loro tamburi e rivelano il loro ardore e le loro passioni. Il samba del Carnevale è un fuoco d’artificio che viene dall’anima, è come il cuore che batte sempre più forte e va, va e va senza che nessuno lo possa stroncare. Si può forse stroncare l’attaccamento alla vita?
Passi la violenza del paragone, ma che cosa hanno di incredibile e di straordinario i "bailes funkies" delle "favelas" più fetide e maleodoranti? Depurati dalla droga e dalla violenza, esprimono il linguaggio disperato di un popolo di disperati e come tali parlano e devono essere ascoltati. Nelle note ossessive e alienanti di un "funky" c’è tutta la rabbia inespressa di un ragazzo e di una ragazza carioca, rabbia che urla e che sputa addosso a chiunque.
Dal bolero di Pelé al samba intellettuale di Nilze e di Camila, dal samba sanguigno e istintivo della Mangueira al "funky" disperato di un adolescente di "favela", ogni nota è un battito di cuore ed è un respiro profondo e forte.

Aspettando che l’ultima nota spenga la luce

Alle quattro meno un quarto, mentre gli ubriachi si sono già quasi tutti addormentati agli angoli della piazza, scatta il primo bacio: tenero, pudico, quasi nascosto. Perché all’"Estudantina Musical" ci si bacia in misura direttamente proporzionale al pudore dei tempi. Vedere due vecchi baciarsi riconcilia con la vita. È come vedere un bambino sorridere. Nessuno sa baciarsi come chi ha ballato venti volte un bolero e nessuno sa bene che cosa significhi un bacio dopo un corteggiamento nato con uno sguardo e finito con il seno di lei così vicino al petto di lui.
È vero. Il pudore dei tempi rende dolci le passioni e la sua assenza le libera sfrenatamente. Ecco perché, nello stesso momento, come in un crescendo inesorabile, al "Centro Cultural Carioca" i giovani intellettuali si abbracciano già senza timidezza, mentre al samba della Mangueira gli abbracci della gente semplice sono già diventati passione sfrenata e rovente, mentre al "funky" di "favela" tutto è già andato così oltre…
È vero. La musica alimenta le passioni e le libera. Il bacio pudico delle quattro meno un quarto è la degna e sottile conclusione di una storia cominciata in un passato cortese ed elegante e terminato in un presente decadente. Ma Pelé queste cose non le sa e vive ancora di questa eleganza recitata e pulita. Perché disilluderlo?
Ormai l’ultimo bolero è partito. Il cameriere dorme sulla sedia e ha smesso di contare inutilmente il suo incasso. Antonieta se ne è andata poco fa e il bacio delle quattro meno un quarto non ha più avuto un seguito. Solo Pelé balla ancora, aspettando che anche l’ultima nota spenga la luce. In fin dei conti si vive fino all’ultimo secondo. Perché fermarsi prima?
Quando la Praça Tiradentes appare agli occhi di Pelé, è quasi mattino. Finiscono l’ultimo bolero, l’ultimo samba intellettuale, l’ultimo samba di popolo e perfino l’ultimo "funky". Non finisce però la vita di chi li sente, li disegna e li balla.
Enquanto houver dança, sempre haverà esperança – "Fino a quando ci sarà danza, ci sarà sempre speranza".
È scritto lassù ed è una dichiarazione solenne.
Andiamo a casa, Pelé. È tardi e sei vecchio. Alla tua età tante cose non funzionano più come prima…
Si può forse tagliare l’istinto della vita?