Il marciapiede degli “stracomunitari”

Il palcoscenico dei vinti

Per tappeto gli stracci

Rua Siqueira Campos è l’ombelico di Copacabana e ne mostra una fotografia: ci abita "la famiglia Brambilla". Si tratta di un nucleo familiare di almeno venti persone: uomini, donne, bambini, neonati, vecchi e cani. A me piace chiamarli così, perché il nome mi ricorda la mia Padania. Però sono "stracomunitari", come li chiamava un importante imprenditore veneto. Quando scende la sera, si ritrovano tutti vicino all’incrocio con l’Avenida Copacabana, stendono i loro stracci, se piove si riparano sotto le tettoie dei negozi e poi se ne vanno la mattina successiva. I bimbi rotolano sui marciapiedi come palle da biliardo, altri chiedono la carità agli automobilisti fermi al semaforo, altri ancora stringono amicizia con chi dorme davanti all’ufficio postale, poco più in là, altri infine si concedono un meritato riposo davanti alla saracinesca del "Rei do Mate". In fin dei conti anche i marciapiedi sono una proprietà privata "pro tempore". Per alcune ore al giorno appartengono ad alcuni e non ad altri e tutti quanti, fedeli ai sani princìpi della società neoliberale, li difendono come se fossero casa propria.
È vero o non è vero che, come dice Berlusconi, il sistema occidentale ha portato un benessere diffuso? E allora perché dobbiamo contraddirci in questo modo così poco dignitoso? Il marciapiede è di tutti, e quindi nostro, ovviamente di noi che abbiamo voglia di lavorare, mica di questa gente così trasandata e trascurata.
Quando la famiglia Brambilla se ne va, il marciapiede continua a profumare. Qualcuno dice che si tratta del profumo forte del mare. In fin dei conti il capitalismo profuma anche i marciapiedi. Li profuma così tanto, da renderli attraenti per moltitudini immense.

Prego, al Siqueira Grill

Gli italiani, ad esempio. Sul marciapiede trovano la vita. A Copacabana troneggiano come imperatori. A volte credono di trovare il Paradiso proprio sul marciapiede esterno in riva al mare, ma si sbagliano. Le prostitute lavorano su quello interno. Siete tutti invitati in una serata di Agosto o durante il Carnevale al Siqueira Grill, ristorante self-service vicino al marciapiede interno di Copa: si mangia gratis e pagano gli italiani. Laggiù scoprirete che cosa significhi lasciare che le "stracomunitarie", che da sempre sono abituate a stare sui marciapiedi, possano cavarsela, traendo vantaggio da quel sano spirito imprenditoriale che il sistema occidentale ha regalato loro. Se è vero, come dice il Comandante Fidel, che a Cuba anche le puttane frequentano l’Università, a Rio de Janeiro, terra dell’Occidente neoliberale, noi diamo loro la capacità e la scaltrezza di gestirsi e di fare affari senza nemmeno andare a scuola. Provate a dire che siamo sciocchi. Otteniamo il massimo risultato con il minimo sforzo.
Che dire poi del marciapiede davanti al "Miami"? Un mercato fiorente. D’altra parte i carioca hanno capito tutto. Se due tra gli interessi più importanti degli uomini sono la religione e il sesso, perché sprecare spazio? Ecco allora che a Copacabana c’è uno splendido edificio multifunzione, che si apre dalla chiesa di Nossa Senhora de Copacabana su un lato e dal leggendario "Miami", un peep-show, su un altro lato. E allora il popolo della strada sa bene come fare: dopo le Messe chiede la carità sulla porta della chiesa e dopo il giusto rilassamento fisico e psicologico chiede la carità sulla porta del "Miami". L’ingresso degli italiani al "Miami", così come l’acquisto di droga e affini davanti alla Discoteca "Help", è qualcosa di indimenticabile. Credendo di trovarsi ancora nel cattolicissimo paese d’origine in Padania, si guardano intorno con aria sospettosa. Forse che li stia vedendo il loro Parroco? O la loro fidanzata? O il loro vicino di casa? Agiscono con passo felpato e dubbioso, lasciando infine il marciapiede a questi "stracomunitari" pezzenti.

Quando interviene il decoro

Vicino al Posto 5, in riva al mare, c’era un buco proprio sotto il marciapiede. I bambini di strada avevano deciso di farne un "residence" comodo comodo. Dalle viscere del marciapiede si usciva direttamente sulla spiaggia. Ci si viveva rintanati in una decina, a cui aggiungere cani e materassi. Quando è arrivata la Polizia Municipale, ha detto che quel marciapiede doveva recuperare dignità e quindi ha portato via, verso una destinazione più decente, quanto ci stava dentro: ovviamente i cani e i materassi. Mica i bimbi. Loro potevano anche restarsene in giro, impreziosendo il marciapiede con quei visini dolci e supplichevoli. Una volta partiti i poliziotti e cementato il buco, i volti di questi ultimi hanno perso dolcezza e per me il marciapiede ha cominciato a bollire. "Sei stato tu, gringo di merda, a chiamare la polizia. Sei segnato!". Vi confido che in quel momento ho momentaneamente perso il mio amore per il marciapiede e mi sono chiesto se veramente l’avessi mai amato. Molti italiani lo amano, di un amore ipocrita e bugiardo.
«Varda ’sti poareti che i more di fame. E pensar che noialtri gh’avemo tuto!» diceva una pia donna veneta. Per lei il marciapiede era un’occasione di riscoprire la sua identità compassionevole. Forse sperava ardentemente di venire rapinata e allora sì che la sua esperienza sarebbe stata veramente completa, buona da raccontare sulle rive del Brenta.

Pane, carne e paradiso a volontà

Pensate, forse è proprio vero quello che dice Berlusconi. Nel sistema occidentale trovate carne perfino sui marciapiedi. Ogni sera, davanti al supermercato di Rua do Catete, scoppia una gran festa: una coscia a te, un osso a me, un’ala a lui, un midollo a lei. Gli avanzi della macelleria provocano un subbuglio inverosimile. È tutto gratis, come gli escrementi nelle case e le mosche nell’aria. In quei momenti il marciapiede diventa un Carnevale.
«Pane e abbondanza», sentenziava e prometteva il Vicario di Provvigione nei Promessi Sposi, durante la rivolta del pane a Milano. Qui non c’è nemmeno bisogno di prometterlo: carne e felicità si incontrano sul marciapiede e si strappano a mani nude, quasi a ritmo di samba. Avete mai visto i gatti litigare per una lisca di pesce? Uguale uguale.
Lì vicino c’è una chiesa evangelica, con un marciapiede così grande da permettere il riposo di tanti "stracomunitari". Hanno messo un’insegna: «Vieni nella nostra Chiesa. Smetti di soffrire!». Alla sera le porte si aprono e appare una grande luce, come in una visione rivelatrice. È proprio in quel momento che il marciapiede si illumina e si riscalda. Dentro si vedono sedie, tavoli e perfino esseri umani in giacca e cravatta. Dalla strada si può vedere l’Assoluto. Avete mai visto mettere lo zuccherino davanti al muso di un cavallo? Uguale uguale.

Per un pezzo di stoffa lercia

Però bisogna ammettere che alle sorprese non c’è mai fine. Sul marciapiede all’angolo tra Rua da Glória e Rua Santo Amaro altri due di questi "stracomunitari" pezzenti litigavano furiosamente. A dire la verità, erano proprio pezzenti, visto che si accapigliavano per un pezzo di stoffa lercia e annerita. «Tu sei capitalista ed egoista» – gridava l’uomo alla donna. Ho temuto che anche a Rio fossero arrivati i comunisti. Che cosa avrebbe mai voluto il nostro amico? Che la sua dirimpettaia gli regalasse quello straccio? Il marciapiede è marciapiede, mica un centro di distribuzione della Caritas. E poi il nostro Karl Marx in erba non la raccontava giusta. Dopo un paio di giorni l’ho visto adagiato e beatamente addormentato su una specie di lettiga rudimentale, sollevata mezzo metro da terra e appoggiata su una ferraglia solida e sicura. Bella storia! Se lui credeva così tanto nella giustizia e nell’uguaglianza, perché rifiutava così astutamente di stendersi sul marciapiede più freddo e duro? Il marciapiede è marciapiede e uno la vita deve saperla affrontare tra i sacrifici, magari sgomitando e soffrendo, come facciamo noi padani.

Bando alle ipocrisie: il rispetto dei ruoli

In fin dei conti il marciapiede è un saggio di neorealismo, è il palcoscenico dei vinti, i quali si esibiscono senza vergogna e rispettano le gerarchie e i ruoli, chiedendo uguale rispetto. «Sono io che devo dire che non ho soldi e non tu", mi ha detto una volta uno "stracomunitario" che a Rio mi aveva chiesto una moneta sul marciapiede, ricevendo da me una risposta cretina per dire di no. È stato come dirmi che il marciapiede ha regole chiare: c’è chi chiede e c’è chi dà. «Andate a fare i volontari da un’altra parte. Questo è territorio nostro», dicevano i ragazzi del buco al Posto 5. Come dire con asprezza: «Lasciate stare il vostro cuore e non dimenticatevi che il marciapiede appartiene a chi ne è vittima».
Fino a quando ci saranno marciapiedi ingombri di esseri umani, ci saranno sepolcri imbiancati che si comporteranno come i poliziotti di Rio: lasceranno i bimbi dove sono e porteranno via cani e materassi. Sporcano e degradano l’ambiente.
Oggi finalmente la spiaggia di Copa è pulita. Ovviamente i bimbi ci sono ancora e le prostitute del marciapiede interno pure, mentre i venditori ambulanti hanno addirittura un numero di matricola sul petto, ricevuto dal Comune. Volete mettere che cosa significhi scendere sul marciapiede con una placca sul petto? Berlusconi ne sarebbe contento. Tra poco tutto il popolo dei marciapiedi del sistema occidentale riceverà un riconoscimento solenne, che certamente né i comunisti né gli islamici hanno: il numero per tutti, come per i detenuti dei "Vernichtungslager".
Non si può certamente riconoscere a tutti gli "stracomunitari" il diritto alla vita, ma almeno si muore con il numero di matricola.