Il miracolo italiano

Da quindici anni ­ ma forse sono venticinque ­ politici e commentatori lamentano la crescente disaffezione degli italiani per la politica.
I comizi non sono più di moda: meglio il giro dei sorrisi e delle strette di mano o le cene con il candidato. I programmi elettorali sono un dato assolutamente secondario: meglio martellare le orecchie del pubblico elettore con uno slogan efficace che ti rimane in testa come il ritornello di una canzonetta. I dibattiti non servono: meglio, mille volte meglio, sommergere l’avversario sotto una montagna di insulti.
Parlare dei problemi reali che la gente reale incontra nella vita reale (e proporre magari qualche soluzione) è una perdita di tempo; meglio promettere tutto a tutti: «Nei primi cento giorni…», eccetera eccetera. È la storia dell’ultima, interminabile, campagna elettorale che ci siamo lasciati alle spalle.
Insomma, la politica ha fatto di tutto per farsi voler male; per trasformarci in cittadini sempre più delusi, lontani, indifferenti.
Mentre diceva di voler correre ai ripari per colmare il fossato che divide la società dal Palazzo, ha azionato un bulldozer per approfondire la voragine.
Eppure ­ è stato forse l’ultimo miracolo italiano ­ anche questa volta gli italiani si sono messi in coda (letteralmente "in coda") per imbucare le schede negli scatoloni della patria repubblica.
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Anch’io ho fatto la coda. Per fortuna non sto a Roma o a Napoli, e me la sono cavata in meno di un’ora. Nelle grandi metropoli si è votato nel caos anche fino alle quattro di notte. Proteste, svenimenti, assalti ai seggi.
Ormai sembra inutile prendersela per la faciloneria e l’insipienza di un Ministro dell’Interno. Lui ­ visto l’esito elettorale ­ dovrà comunque trovarsi un altro lavoro, con la speranza che non sia più messo in condizioni di far danni.
Mi interessa invece capire perché, visto il livello miserando dell’ultima campagna elettorale, noi italiani "brava gente" per antonomasia ­ abbiamo risposto in massa agli appelli al voto.
Molta colpe e molti meriti sono sicuramente di Berlusconi. La personalizzazione e la radicalizzazione dello scontro hanno dato a tanti l’impressione di essere chiamati ad una storica scelta di campo. Questa volta occorreva schierarsi.
Così è stato, ma senza passione, senza una vera speranza di cambiamento. Domenica 13 maggio, la cometa della politica è passata vicinissima alla nostra vita, ma si è subito allontanata ad una velocità siderale.
Il miracolo è già finito e siamo soli come prima.
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Ha vinto il candidato che si è presentato come l’uomo della provvidenza.
La maggioranza ha creduto al suo «Lasciatemi lavorare», gli ha dato il suo voto come si affidano i propri risparmi ad un consulente finanziario (è stato proprio questo lo spot più efficace del Cavaliere) Così padroni e padroncini (come si chiamavano una volta) hanno votato per un Presidente imprenditore, e gli operai (cosa più difficile da capire, ma neppure tanto, se si pensa al potere formidabile dei messaggi pubblicitari) per un Presidente operaio.
Il presidente operaio­imprenditore ha vinto per la pochezza ­ la poca chiarezza e la poca passione ­ degli avversari, ma anche e soprattutto perché ha saputo occupare lo spazio lasciato vuoto dalla politica.
La sua ricetta è nuova nei metodi il potere dei media, le raffinate tecniche della nuova scienza pubblicitaria, l’esaltazione del binomio efficienzamodernità ­ ma utilizza ingredienti antichi: il culto della personalità (la storia illustrata della sua vita esemplare è stata distribuita capillarmente in tutte le case degli italiani) e il populismo, scomparso dall’Europa da decenni e che credevamo essere sopravvissuto solo in America Latina e nel lontano Oriente.
Forse non è vero ­ come dicono i pessimisti ­ che siamo entrati in un regime. Forse Berlusconi si accorgerà per tempo che governare un paese è altra cosa dal costruire un impero economico. Forse ­ magari ­ gli italiani si accorgeranno in fretta che «il re è nudo».
Per ora però si sono affidati al "Salvatore della patria" e, per evitare un brusco risveglio, sarà bene non mettersi a dormire.
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Lezione di educazione civica. Sui giornali del mattino e su tutte le reti televisive. La stessa lezione, sempre quella; e senza paura di annoiare: lo sanno tutti che il sangue fa bene all’audience. Con la seguente morale della favola, da mandare bene a memoria.
Attenti al Lupo! Perché il lupo assassino si annida ovunque. Tu non lo sai, ma il lupo potrebbe nascondersi dietro la faccia del tuo compagno di banco, del tuo vicino di casa, del caro amico di famiglia, dello zio, del nipote, del fratello.
E attenti al Branco. Perché, se diventano branco, anche gli agnelli si possono trasformare in lupi. Attenti, perché in ogni paesino, in ogni frazione di montagna, in ogni periferia di metropoli, c’è sempre un branco preferibilmente di minorenni ­ pronto a colpire: stuprare la compagna di classe, sprangare il negro, massacrare la vecchia pensionata con i soldi cuciti addosso.
Dopo la parentesi elettorale, con relative passerelle e zuffe televisive tra i candidati, Bruno Vespa e compagni si ritufferanno nella cronaca nera. E anche se non sempre si può sperare in un argomento ghiotto come il delitto di Novi Ligure (vi ricordate la sbornia di dibattiti sul caso?) c’è sempre un Branco o un Lupo Solitario di cui occuparsi.
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Cosa serve parlare senza limiti e senza pietà del Mostro, del Lupo o del Branco di turno? Cosa rimane nelle nostre orecchie e nei nostri occhi ­ nel nostro cuore e nel nostro cervello ­ dopo l’ennesima messa in scena mediatica dell’orrore? Alla fine ­ lo dico per esperienza personale ­ rimane l’orrore. Intatto. E dentro di noi, piano piano, si fa strada la paura.
Non venite a raccontarci che ricostruire minuziosamente "la scena del delitto" serve a capire le radici dove l’orrore si annida. Non diteci che il dovere dell’informazione aiuta la nostra capacità di riflessione.
Se il Mostro, il Lupo, il Branco possono annidarsi ovunque, se è questa l’unica morale della favola, allora non esiste più un luogo sicuro per nessuno di noi: «Attento, potrebbe capitare anche qui, anche oggi, anche a te!».
Allora dovremmo sbarrare porte e finestre, limitare i contatti sociali, sorvegliare i nostri figli passo a passo. E magari sarà il caso anche di passare in armeria… Allora la paura produrrà altra paura. All’infinito.
Non arrivo ad invocare il silenzio stampa ­ non sono un nostalgico del Ventennio, quando la cronaca nera era bandita dalla stampa del Regno ma è insopportabile, violento, delittuoso l’accanimento dei media a mostrare l’orrore. Non è scritto sui codici, ma istigare alla paura è un delitto sociale, un attentato alla convivenza civile, un veleno che ci viene servito col caffè della mattina.
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Diventare presidente degli Usa non è una passeggiata. George Bush II ce l’ha fatta per il rotto della cuffia e sudando sette camice. Ma lo è diventato anche, e soprattutto, grazie ad una serie di cambiali rilasciate a grandi gruppi di interesse, dietro un adeguato corrispettivo in soldi e voti.
I debiti, si sa, vanno onorati, e, appena insediato, Bush ha incominciato a pagare. Ai petrolieri è dedicata la sconfessione degli accordi di Kyoto sull’ambiente firmati da Clinton (l’Europa protesta? Pazienza). Per i militari e per l’industria delle armi c’è l’annuncio di voler proseguire lo sviluppo del programma missilistico di difesa, il famoso e costosissimo scudo spaziale. Per compensare la potente lobby ebraica c’è il disimpegno americano dal faticoso e ormai abortito processo di pace fra palestinesi ed israeliani. All’Onu, che si permette di non rispettare la leadership americana, Bush minaccia di non pagare una montagna di miliardi di contributi arretrati. Che altro? Ha ridotto gli stanziamenti per le cause contro le multinazionali del tabacco.
Quali altre promesse avrà fatto il candidato Bush? Quanti altri favori dovrà rendere il presidente Bush? Lo sapremo nei prossimi mesi. Molti pensano, ad esempio, che per Bill Gates e la sua aziendina ­ Microsoft si chiama ­ finirà l’odiosa persecuzione dell’antitrust. In tutti i casi, la politica interna ed estera degli Usa sono già ipotecate. Così come lo sono le sorti di un mondo obbediente ad una superpotenza retta da un presidente con le tasche gonfie di cambiali in scadenza.
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Un nuovo grido d’allarme dall’Amazzonia. Fra l’agosto del 1999 e quello del Duemila sono scomparsi altri 20.000 chilometri quadrati di foresta, un’area pari alla superficie della Emilia Romagna.
Secondo l’Impe, l’istituto brasiliano che si occupa di fotografare dai satelliti il polmone del mondo, il ritmo di distruzione è in progressivo aumento.
Gli alberi assassinati non possono parlare. I giornali ne parlano una volta all’anno.
Il Pianeta Terra va incontro a gravi complicanze polmonari, ma i potenti del mondo hanno altro a cui pensare.

Francesco Monini
giornalista,
direttore responsabile di Madrugada