Il nostro compito è quello di insegnare dei sistemi o far praticare dei valori?

Cercherò di interpretare il titolo che mi è stato proposto  come un’indicazione di percorsi operativi che rispondano in modo diretto a come fare a vivere i valori, aiutare i giovani

Cercherò di interpretare il titolo che mi è stato proposto  come un’indicazione di percorsi operativi che rispondano in modo diretto a come fare a vivere i valori, aiutare i giovani; i discorsi del come fare richiedono uno scambio di esperienze, di condivisione, di idee e non  l’indicazione di uno, che solo perché ha studiato possa permettersi di insegnare ad altri il come fare concreto della loro vita.

Premessa

La formula del titolo ha già dentro di sé la risposta; per questo io mi sono messo un poco a distanza da questo titolo,  chiedendomi quale fosse la fonte della nostra esperienza del valore e direi soprattutto la fonte della possibilità di rinnovarci nell’esperienza del valore.

In tutti i discorsi che si fanno, si esalta una virtù o si esalta un percorso, una esperienza, ma spesso è come se mancassero due cose, da una parte la sorgente, da dove viene l’energia, l’ energia essenziale, ed è come se noi dovendo andare in bicicletta dicessimo: “facciamo ad occhi  chiusi e senza mani, vediamo come viene” si può tentare ma occorre innanzitutto vedere quello che è fondante, quello che è veramente sorgivo del nostro esperire valoriale.

L’altra cosa che spesso manca: siamo noi stessi cioè dov’è la persona quando ci si interroga sulla pace, sulla solidarietà, sui valori, e dunque:  chi siamo noi,  dove siamo noi,  che cosa è per noi essenziale come fonte di un avvio positivo di un’esperienza di valore.

Inizio: i valori astratti, i valori vivi

Il passo che vi propongo è di abbandonare o quanto meno di prendere le distanze da una concezione astratta del valore, quella che intende per valore di qualcosa, il concetto di quel qualcosa, per esempio il valore della libertà è il concetto astratto della libertà, il valore della giustizia è il concetto astratto di giustizia e così via.

Sapete quanto siano manipolabili i valori se vengono lasciati allo stadio di astrazioni;  chiunque se ne può impossessare, chiunque li può citare: le guerre, le torture si fanno in nome dei valori; se il valore è il concetto di qualcosa, io in nome del  mio modo di concepire il valore posso anche uccidere. Quindi quando voi sentite citare i valori semplicemente, come significati generali, attenzione,  c’è qualcosa che non funziona. Che altro sono i valori se  sono soltanto concetti o astrazioni?

Per  capire che cosa sono i valori mi pare opportuno offrire due piccole indicazioni: la prima: i valori sono forme di vita.  Infatti se  i valori sono morti, vuol dire che non sono autentici. Risuona quella frase del Vangelo di Luca che invita a non cercare tra i morti quello che è vivo. Ci  sono valori che oggi sono dominanti e che magari sono disvalori; prendiamo ad esempio il denaro: il denaro  ha un valore simbolico a cui noi attribuiamo un valore decisivo perché misura il valore di tutto il resto, noi siamo convinti che misuri anche il valore delle persone, la possibilità di vita, di salute, la possibilità di garantirsi dalla malattia, dalla miseria. Andate  poi a tradurre la stoffa, la consistenza  di questo valore (il denaro) e vi accorgete che è un valore morto, è una pura astrazione;  i valori vivi sono i valori che respirano, cioè le persone, le comunità, le relazioni, il mondo vivente di cui siamo costituiti, il mondo vivente di cui siamo partecipi; se mi ricordo che i valori sono quello di cui sono costituito allora mi passa la voglia di manipolarli, di trattarli come se fossero degli oggetti.

La seconda cosa importante rispetto al tema del vivere i valori si può formulare in questo modo: chi siamo noi, come pensare la persona umana, le comunità, le nostre relazioni, rispetto ad un vivere dei valori che in qualche modo sono un dato della nostra esperienza, del nostro essere?

Tre parole sul crocevia

Allora io qui collegherei tre parole: valori – futuro – educazione, ponendo nella parola futuro il crocevia, il punto di equilibrio tra valori ed educazione. Che vuol dire? che forse per interrogarsi sul vivere i valori occorre considerare non tanto il futuro inteso come previsione dei  fatti o degli eventi che accadranno: prevedere che cosa farà la Cina, che faranno gli USA, quali le conseguenze del disastro climatico; il futuro non va inteso in termini di futurologia e nemmeno semplicemente come prolungamento del presente. E’ superstizioso l’atteggiamento di chi pensa che il futuro vien da sé;  che il futuro vien da sé, me lo dice l’astrologia, me lo dice l’indice della borsa, e ci sarà una serie di fatti che accadranno in modo meccanico.

Mi interessa di più il rapporto mio con il futuro, nel senso che l’essere umano non solo ha la capacità, in qualche misura, di orientarlo, di averne cura, di aprirlo oppure di chiuderlo, ma l’essere umano è egli stesso futuro: noi siamo apertura vivente da quando siamo nati fino alla vecchiaia, fino al giorno della morte; l’uomo  è come un arco che si tende, una freccia che tende verso una meta che noi nel viaggio della vita non conosciamo pienamente, tanto che le nostre scelte di fondo, il lavoro, sposarsi, qualunque tipo di scelta che noi facciamo, la facciamo in carenza di informazioni;  se noi pensiamo di avere prima tutte le informazioni giuste per fare quella scelta, non decideremmo mai. Noi  siamo dentro una zona di oscurità, di luce e di oscurità, proprio perché siamo apertura. Per questo dico che il modo di vivere i valori dipende dal modo di vivere il futuro.

Questo ci porta a chiarire in quale dinamismo essenziale noi siamo collocati: se la vita è un viaggio, se noi nuotiamo nel mare, in quale corrente siamo, quale tipo di energia ci sta portando, dentro quale processo siamo inseriti. Noi non siamo sospesi nel vuoto, siamo apertura ma non siamo così astratti o così sospesi nel vuoto da non avere già un rapporto costitutivo con delle energie vitali e anche con un futuro possibile.

A questo punto a me pare che, se non vogliamo essere astratti e desideriamo risalire al punto essenziale della energia del singolo, dobbiamo porre la questione dell’esperienza di Dio.

Laicità

Questo è un passaggio che può apparire un po’ scorretto, nel senso che, normalmente, noi siamo in presenza di due possibilità.
Prima possibilità. Noi mettiamo Dio tra parentesi, per una questione di laicità; siccome ognuno crede a un suo Dio, tanto vale che lo mettiamo da parte,  se ci vogliamo incontrare; se ognuno si rifà al suo Dio di sicuro non ci capiamo;  possiamo cadere nel fanatismo, nell’idolatria, nel delirio, e allora  lasciamo da parte Dio, vediamo umanamente qual è il minimo comune denominatore per un accordo comune.

In Italia la parola laicità è impoverita perché è letta soltanto per contrapposizione.  In generale laico è il non-cattolico rispetto al cattolico; nel mondo cattolico, il laico è il non-prete, il non-religioso, rispetto al prete, al religioso. Etimologicamente, invece,  laico vuol dire: “membro di un popolo”, appartenente ad un popolo; nel termine laico  c’è un respiro universale, non ha un taglio esclusivo, non è un circuito ristretto, indica un’appartenenza universale. Ora i teologi, gli esegeti ci hanno spiegato che anche quando la Bibbia parla di popolo eletto, non ne parla in senso nazionalistico (anche gli interpreti ebrei non leggono l’espressione “popolo eletto” in senso nazionalista) e dunque  l’umanità è il popolo eletto, il creato intero è il popolo eletto;  se qualcuno legge il testo in senso ristretto, nazionalista, si sta collocando completamente fuori strada.

La  laicità non è una terra di nessuno, è una terra abitata da quello che per noi è essenziale, dobbiamo solo imparare a farlo convivere, a riconoscerlo, al di là dei nostri esclusivismi. Tutto questo vuol dire porre da un lato la questione dell’esperienza di Dio (e non quello  dell’esistenza di Dio), e questo significa che esiste per noi una realtà di senso, di valore, che non è un meccanismo, che non è  puro caso, ma che è una alterità vivente, ed è la fonte di tutto quello che noi chiamiamo valore,  a partire dalla vita.

La   questione di Dio ci riguarda come creature prima ancora  della distinzione fra credenti e non credenti e vedremo perché questa separazione va superata, non è attendibile, ed è profondamente equivoca.

Resta, però, l’esigenza di tenere aperto il nome Dio perché ci sono molti nomi di Dio – diceva il grande Aldo Capitini nel suo libro che si chiama “Religione aperta”: Dio non ha nome perché ha dato via tutto, non s’è tenuto più neppure il nome; il suo essere è talmente dono, che Dio se ne infischia del nome giusto, di avere il rito giusto, la teologia giusta, corretta, precisa; Dio non cerca riconoscimento in uno spazio esclusivo chiamato Sacro, in cui ha un nome preciso e guai a chi usa un altro nome.  Dio non ha nome,  si dona completamente; tutto ciò apre uno spazio di ricerca, di figliolanza, di appartenenza, non esclusiva ma reale, a ciascun essere umano, a ciascuna cultura.

Esperienza di DIo

Allora, da un lato, si può parlare dell’esperienza di Dio se Dio (la parola Dio) è inteso come un pronome, non è un nome proprio e soprattutto non è il nome su cui la nostra tradizione, la tradizione cristiana, quella cattolica, può pensare di avere un monopolio.

Con tutto questo io non sto facendo un discorso confessionale. Normalmente  si fa o un discorso di laicità in negativo (mettiamo da parte l’essenziale e prendiamo un minimo comune denominatore) oppure, quasi per rispondere alla esigenza di risalire alla fonte, si fa un discorso integrista: si prende un certo Dio, lo si scolpisce secondo una serie di tradizioni liturgiche, etiche, teologiche, precise, e guai a chi si discosta, e si dice che questo Dio è la risposta a tutto, e trattiamo Dio come la risposta alle nostre esigenze.   Chi è fuori da questa posizione integrista  non si salva, forse non vive neppure una condizione umana e comunque va convertito.

Io  vorrei evitare questa strettoia: e dunque non voglio passare per una una laicità desertificata (qui di Dio non si parla, tu fai filosofia? Non devi parlare di Dio, sennò non è filosofia, è catechismo. Tu fai politica? Non devi alimentarti di un’esperienza di Dio, sennò sei un fanatico: ecco, questa è la laicità desertificata).

Ma neppure scelgo la soluzione contrapposta, per certi aspetti anche peggiore della laicità; rifiuto l’integrismo, il fanatismo, il fondamentalismo, che non è affatto assente dal mondo cattolico, ci sono movimenti interi che vanno in quella direzione, anzi spesso sono quelli preminenti, quelli ufficialmente più riconosciuti; io non mi riferisco affatto a questa direzione quando pongo la questione di Dio, perché vorrei porla come questione creaturale, cioè, nella vita incontriamo, possiamo incontrare un’esperienza di questo tipo che è decisiva per esperire i valori, per riceverli, per comunicare, per essere valore.

Perciò, debbo tenere aperto il nome Dio, visto che comunque la parola Dio, come la parola Amore, come la parola Verità, come tutte le nostre parole essenziali è una parola compromessa, che spesso suscita diffidenza, paura, distanza; c’è  una parola comunque, non voglio dire equivalente ma insomma valevole,  che potrei difendere se avessi una diffidenza assoluta verso la parola Dio, ed è la parola SENSO.

In cerca di Senso

L’esistenza  umana chiede un senso per essere vissuta, e dunque io posso dire che non c’è nessun Dio, non  riconosco quella parola SENSO in nessun Dio, ma ci dev’essere un’esperienza di senso che mi dà modo di vivere umanamente; la vita umana infatti non cerca la pura sopravvivenza; è un falso che il nostro impulso fondamentale sia l’istinto di sopravvivenza, quello è l’impulso minimale e a volte noi andiamo oltre l’istinto di sopravvivenza: c’è chi si uccide, chi dà la vita per gli altri; se la sopravvivenza fosse un istinto prevalente, nessuno farebbe questo. Ora, l’istinto di sopravvivenza è un impulso minimale, universale ma minimo, la nostra aspirazione vera, la tensione massima dell’arco del nostro essere desiderio, apertura, speranza, va verso una liberazione della vita, verso una trasfigurazione della vita;  noi la vita non la vogliamo uguale a come è, la vogliamo liberata, trasfigurata. La parola Felicità, nel linguaggio comune, indica questo, indica il raggiungimento di un compimento, di una pienezza, di un’armonia che non  si raggiungono  se non c’è un senso dell’esistenza. Allora, dicevo, se non vogliamo usare la parola Dio, metteteci pure la parola SENSO.

A questo punto forse quello che è stato chiamato attraverso il Pronome di Dio è essenziale, ma il grosso di quello che noi sappiamo, diciamo, pensiamo, agiamo nel nome di Dio (senza  Pronome) è sbagliato e quindi non ci capiamo: diventa (Dio)  il nome di un grande equivoco. Ogni  rispecchiamento della condizione umana parte dal confronto con l’assoluto: l’ateismo inizia dicendo Dio non c’è per capire chi è l’essere umano. Dice Marx: “Dunque, se Dio non c’è, l’uomo è il massimo valore per l’uomo”;  dalla critica della religione si arriva alla critica del capitalismo, sennò perché lo critico il capitalismo? Che male c’è se una civiltà mette al primo posto il denaro? Capisco che c’è il male se al primo posto deve esserci l’uomo e, nell’ateismo, c’è l’uomo:  ci si arriva dicendo “non c’è Dio, dunque, al primo posto c’è l’uomo”.

Come vedete, la questione di Dio è uno specchio universale da ogni angolatura per capire la condizione umana; l’agnostico sospende il giudizio, ma dovrebbe essere una sospensione per la ricerca, cioè non una sospensione terminale ma una sospensione propulsiva.

Il credente apre la ricerca, ma è uno che deve cercare anche lui di passare dalla rappresentazione di Dio all’esperienza di Dio. Il  punto vero per noi io credo che sia quello della PRESENZA di Dio o presenza del Senso.

Porre tale questione per noi è un po’ delicato non solo perché, da una parte si rischia di fare la figura degli integralisti; ma anche perché noi siamo figli di un pensiero moderno e  se voi prendete i grandi filosofi della modernità, tutti mettono Dio al centro:  Cartesio, Spinosa, Leibnitz; per loro Dio c’è, però tendenzialmente per loro Dio è un concetto – e poi via via con lo sviluppo della modernità, direi soprattutto nell’ottocento, con il positivismo, l’idealismo, il nichilismo, vengono tagliati i riferimenti essenziali per avere l’orizzonte del futuro.

Le coordinate del futuro

Quand’è che la creatura umana ha i riferimenti essenziali del suo orizzonte di futuro? Il  primo riferimento è l’Anima, non nel senso dualistico dell’espressione, non nel senso dell’anima come contrario del corpo; anima è un termine che ancora ci serve per dire l’unicità profonda, in qualche modo misteriosa anche a noi, della persona come soggetto libero, deliberante, capace di amare. L’anima non è il cervello, non è il funzionamento dei neuroni, non posso dire qui mi sta la gelosia, qui mi sta l’amore, qui mi sta la rabbia e scomporre topograficamente o chimicamente l’essere umano; volendo lo posso fare ma è come se un chimico leggesse tutta la realtà in base ai componenti chimici, capirebbe il cinque per cento della realtà. E’ come se un falegname andasse ogni volta a vedere, in ogni situazione, quanto legno c’è: lo può fare, e magari lo trova, ma capisce il due per cento di quella  realtà. La  parola Anima ci serve per dire che noi siamo una unicità capace di una soggettività più profonda dell’io di superficie.

L’io di superficie è quel narcisista che si pone spontaneamente come misura di tutte le cose e che si crede separato da tutti gli altri: per questo noi siamo distruttivi nei confronti degli altri. Interiormente noi  siamo convinti di essere separati dall’altro, non percepiamo che distruggere l’altro vuol dire autodistruggersi, che i comportamenti distruttivi violenti in qualche modo sono già una violenza a se stessi. Quindi per noi l’io di superficie diventa quasi un tiranno che oscura innanzitutto la nostra realtà profonda di persone, prima di essere pericoloso nei confronti degli altri. Allora, ridurre l’anima all’io di superficie, ridurre il nucleo profondo della persona al cervello o a funzioni o a ruoli familiari e sociali vuol dire non vedere  la persona.

Esperienza di Dio

Il secondo riferimento oscurato è l’Esperienza, la presenza del senso, la presenza di Dio. Questo è stato tolto, cancellato e s’è detto: “Uomo, d’ora in poi tu fai con le tue mani, vedi quello che puoi costruire, quello che puoi produrre. Quindi non c’è una alterità, non c’è una relazione, ci sei tu”. Dice Ernest Bloch: “E’ come se a uno che nuota nell’oceano avessero detto: non c’è riva, tu nuota pure, ma non c’è riva, non c’è una destinazione, sei affidato al tuo nuotare, non hai un interlocutore”.

Il terzo riferimento (la promessa) è stato sostituito da qualcosa che oscura l’orizzonte del futuro e questo qualcosa si è formato  quando  il senso dell’esperienza, il senso della vita è stato letto come un significato deciso, costruito da noi; siamo noi che ci accordiamo che questa è una penna e non è un elefante. Se questo è il senso delle cose, non è abbastanza vero,  per cui noi ci giochiamo l’esistenza su una cosa che ci siamo costruiti da soli. Direbbe Sartre: questa è la malafede; quando io baro con me stesso, quando io mi racconto una cosa, cui poi non posso credere.

Co-soggetti di una promessa
 

L’esperienza del senso forse è legata ad una promessa (terzo riferimento). La  modernità non crede alla dimensione della promessa, la considera una superstizione infantile;  l’uomo adulto non vede davanti a sé alcuna promessa che sia la fonte del senso;  essere adulti nella modernità vuol dire non dare credito alle  promesse. Per contro scrive   Bonhoeffer nelle sue lettere dal carcere che il concetto greco di senso ha il suo corrispettivo biblico nella promessa.

Se io cerco il concetto di SENSO con le parole e mi chiedo: – che senso ha la vita? Che senso ha la giustizia? – nella Bibbia non lo trovo. L’uomo biblico,  Gesù di Nazareth nei Vangeli, non si mette a spiegare  che senso ha questa cosa, non costruisce una filosofia, non è Socrate; per questo non lo posso ridurre neppure ad una ideologia; semmai il filo del senso è dentro una promessa, ma la promessa non è una frase, la promessa è una storia, è la storia fra colui che promette e gli altri che la ricevono, e coloro che la ricevono non sono oggetti, sono co-soggetti di questa promessa.

L’ultimo riferimento importante è la salvezza. Se voi studiate le filosofie non occidentali, solo quella cinese fa un po’ eccezione per loro la ricerca filosofica, non soltanto quella teologica, non punta ad avere informazioni sulla realtà, non punta ad una teoria ultima, ad una spiegazione che ci dica com’era fatto il mondo, la filosofia punta ad una Verità che sia salvifica. Verità e Salvezza sono estensive: la Verità non è una informazione, è una alterità che ha un’energia di salvezza, cioè prospetta una trasfigurazione radicale del mondo che noi conosciamo: quella è la Verità da cercare. L’Occidente medievale lo sapeva, i Greci in parte sì in parte no, i moderni l’hanno cassata questa cosa, l’hanno tolta, la salvezza è fuori questione: alcuni parlano, semmai, ancora nel Novecento, di Finitezza. La parola Finitezza vuol dire: noi ci definiamo perché siamo mortali, precisamente perché non c’è nessuna salvezza, quindi non ha senso cercarla. Al massimo possiamo sperare nel Progresso, nella Crescita del PIL;  se noi conosciamo il verbo Salvare lo conosciamo ancora dal computer, quando ci dice: salva il file;  basta! ma non c’è un orizzonte di speranza, di trasfigurazione radicale della condizione umana e quindi la ricerca di salvezza è lasciata al devozionismo, alle processioni, ma non è presa sul serio, non è nel cuore della ragione: il cuore della ragione nella modernità non batte per la salvezza, ed è così disperato che non gli batte più.

Dice ancora Bonhoeffer, noi siamo così nichilisti che non crediamo più neppure agli idoli, non adoriamo più neppure gli idoli, ci basta sopravvivere. Un tempo il tema era: Dio o gli Idoli, adori il Dio vivente oppure adori il Vitello d’oro. Oggi non c’è, diceva lui, negli anni quaranta, l’adorazione, c’è l’abbarbicarsi su schemi di sopravvivenza, essere contenti soltanto di sopravvivere.

Vivere nel tempo, come?

A  me pare, invece,  che soltanto dentro una esperienza della presenza del senso, della presenza di Dio (se vogliamo usare questo pronome) noi riscopriamo non solo i valori, ma la fonte dei valori e la possibilità che i valori feriti, colpiti, oscurati possano essere recuperati, rivissuti, rigenerati. Tutto  quello che vale, tutto quello che noi siamo, vive nel tempo;  e allora due sono le ipotesi:  o il tempo è una specie di clessidra, in cui si consuma come cade la sabbia e tutto via via viene consumato, per cui la condizione umana assomiglia a un reparto di malati terminali, che stanno aspettando la fine e cercano di divertirsi il più possibile prima che la fine arrivi, – il carpe diem è una cosa molto disperata, suggerisce di approfittare  subito perché dopo arriva il nulla, arriva la morte, e prima ancora arriva la vecchiaia –;  oppure (seconda ipotesi)  il tempo è durata, è fatto di incontro, è fatto di esperienza, ma non in modo automatico, non è una scatola, non è un contenitore, deve rinnovarsi, deve rigenerarsi. Quando io amo qualcuno, genero tempo nuovo da dare a quel qualcuno, noi siamo capaci di generare tempo, di condividere durata; i valori durano, possono rinnovarsi, sono vivi, se hanno una fonte che sia almeno viva quanto loro, e  per questo i valori non sono concetti, non sono astrazioni, non fluttuano dentro un meccanismo impersonale chiamato Caso e Necessità.

Tempo, presente e presenza

Il problema per noi però è di tradurre il presente, l’esperienza di quello che noi chiamiamo il presente, che è la posizione da cui guardiamo il futuro, come Presenza. La Presenza vuol dire che chiunque sia il soggetto di questa Presenza, è davvero vivo dentro di noi, lo interiorizziamo; io posso vivere trent’anni con una persona, come marito e moglie, compagni di lavoro, ma quella persona, quelle persone sono solo presente, non sono una Presenza. L’Altro diventa Presenza quando mi sta a cuore, ne interiorizzo il valore; anche da questo vedo che il valore non è un’astrazione, l’altro per me è così prezioso che me lo porto nel cuore, ho interiorizzato il suo modo d’essere tanto che concorre a plasmare il mio modo d’essere.

E la  riprova è questa: quando uno perde una persona cara, qualcosa di quella persona se lo  porta dentro, per sempre;  altro che astrazione, altro che passato! In realtà è qualcosa di vivo che si  porta dentro. Il  presente per noi è vivo solo come Presenza.

La  presenza di Dio invece  è stata prefigurata da una parte in termini di sola trascendenza, (si dice trascendente in filosofia,  quello che va oltre, letteralmente va oltre tutto quello che è visibile, che è materiale, che è sperimentabile); però l’essere umano non ha rinunciato ad identificare questo Oltre  e dove ha identificato l’Oltre di Dio? Le risposte sono varie: ha trovato Dio nella trascendenza come concetto; ecco allora i grandi sistemi dove Dio era il primo mattone concettuale che reggeva tutto, che se tu tiravi via il mattone del concetto di Dio, crollava tutta la Metafisica; per questo i filosofi  si accanivano a dimostrare l’esistenza di Dio. Era come se a loro più che l’esperienza reale del Dio vivente, interessasse il certificato di esistenza in vita di Dio, non importava che ci sia Dio, importava, importa che io abbia il metodo per dimostrarlo. Capite che quel tipo di trascendenza ci lascia da soli nell’esistenza, non ci dice nulla, nessuno s’è mai convertito all’esperienza di Dio perché qualcuno gli ha dimostrato con la logica che Dio non può non esistere.

Seconda prospettiva:  Dio non è un concetto, un’astrazione concettuale, così che l’Oltre di Dio è stato cercato nel Sacro, nei fenomeni miracolosi, misteriosi, nelle realtà sovrannaturali, quasi sul piano dello spiritismo, ma la ragione umana non trova credibile quel Dio e soprattutto quel Dio non ci chiede un reale cambiamento di vita, ci chiede solo una specie di superstizione, di cura del proprio interesse privato, magari spirituale, ma comunque un interesse privato.

Terzo luogo di ricerca: Dio  è stato cercato sotto forma di elezione  nazionalistica, e comunque singolare: c’è chi si arroga di essere il Popolo Eletto, lo fa anche la Chiesa Cattolica Romana, con tutti i confini ben visibili, quando si ritiene il Popolo di Dio; si parte dal Battesimo e si dice che uno diventa figlio di Dio perché ha fatto il Battesimo, quello che non l’ha fatto sarà altra cosa, non so, una specie di animale, sarà vita vegetale. La  Chiesa neppure al Concilio (oggi poi è pure arretrata) ha riconosciuto che la cosiddetta Chiesa visibile  è una porzione del Popolo di Dio, non è il Popolo di Dio: il Popolo di Dio è l’Umanità intera;  ciascuno di noi è figlia e figlio e  il popolo di Dio è la vita creata nella sua universalità, non è soltanto la chiesa visibile: arrogarsi il diritto di essere noi il popolo di Dio vuol dire avere nel cuore, non riconosciuto, il complesso di Caino.

Caino era un bravo ragazzo, solo che aveva l’angoscia del figlio non riconosciuto: “..le offerte di Abele sono più gradite a Dio …”, allora, con quell’angoscia, con quella gelosia del figlio non riconosciuto si diventa violenti e si vuole dire no al riconoscimento di Abele, dell’altro, perché io sono l’unico vero figlio di Dio, l’altro …….. Se non ci riesco ideologicamente, l’altro lo elimino: il primo omicidio è partito da questo senso, di sentirsi vittime di una paternità mancata. Allora finché l’ordine di Dio lo andiamo a cercare sopra le nuvole, nell’astrazione concettuale, nei grandi sistemi filosofici o teologici, nel latino perché è una lingua più antica e allora dev’essere più vicina a Dio, (magari con la macchina del tempo arriveremmo a Dio secondo questa logica) oppure lo andiamo a cercare nell’elezione che esclude gli altri; fin che lo cerchiamo in questi ambiti, Dio viene rifiutato.


Trascendenza e incarnazione

 Dove  possiamo, invece, trovare un’esperienza reale di Dio? Innanzitutto   cominciando a pensare che la trascendenza di Dio, il suo essere Oltre, non è il contrario della incarnazione, perché il Dio biblico è un Dio di amore, e l’amore, quello vero, che non è un SMS, non è un sentimento dentro al cuore, non è una frase, non è una scatola di cioccolatini;  l’amore vero, qualunque tipo di amore, amicizia, amore erotico, qualunque amore vero, si incarna, diventa vita comune; uno che ti ama non resta sopra i cieli a vederti tribolare, quelli erano gli dei di Epicureo;  Epicuro   diceva che gli Dei se ne infischiano della condizione umana,  stanno altrove, loro, sono immortali, noi siamo inchiodati ad un’identità sofferente, mortale; allora un Dio d’amore , un Dio credibile per l’essere umano, è un Dio che esprime la sua trascendenza nell’incarnazione, la trascendenza e l’incarnazione vanno nella stessa direzione, perché la trascendenza di Dio non è monarchica, è una trascendenza d’amore, non gli interessa stare sopra, gli interessa stare TRA, gli interessa essere elemento che lega, di comunione, che fonda la vera figliolanza, cioè la fraternità assoluta.

Io  posso avere un’esperienza di questa presenza, di Dio o del Senso della realtà, a seconda del nostro cammino di ricerca, tutte le volte che faccio un’esperienza di figliolanza;  ma dove facciamo noi facciamo un’esperienza di questa figliolanza? nella fraternità, nella sororità vissute; lì  scopro quel che vogliono dire fraternità.  Proviamo a tradurre queste parole sennò la retorica è in agguato, se dico fraternità, io scopro che il legame con l’altro è indistruttibile, abbiamo una storia comune, non ha senso sperare di eliminare l’altro, di vincere sull’altro, di ignorare l’altro, di lasciarlo al suo destino, ma il legame con l’altro non solo è indistruttibile, ma  è pure prezioso; la figliolanza (che comporta la fratellanza) è uno dei motivi per cui Gesù fu soppresso; il grande scandalo, la grande bestemmia, era quella di dirsi Figlio di Dio, era quella di dire: chi vede me vede il Padre;  questo fu assolutamente inaccettabile;  ed è per questo che per noi la figliolanza è scandalosa; se siamo cattolici, non ci riteniamo degni;  diciamo Gesù era figlio di Dio, lo mettiamo su un piedistallo così noi in qualche modo ce la scampiamo da un’altra parte, non dobbiamo cambiare nulla; queste tecniche di immunizzazione di noi stessi,  rendono tutto l’essenziale una rappresentazione fotografica.

 In  ogni esperienza d’amore, anche tra due fidanzati, c’è un cammino – se è un’esperienza minimamente sana – c’è una soglia, una svolta in quel cammino, quando io finalmente mi rendo conto che il legame con quella persona è indistruttibile, mi sta dentro; se io spezzo, rinnego quel legame, non sono più me stesso; quella è la soglia di un amore fragile, contraddittorio, ma in qualche modo riuscito, che è arrivato a cogliere il legame come una realtà fondante. Quando  io mi accorgo che l’altro, che magari non è della mia famiglia, mi è davvero fratello e sorella nel senso appena affermato, allora mi accorgo che quello è il luogo invisibile, paradossale, quello è il luogo di una presenza di Dio o di una presenza del Senso della condizione umana.

Perché io veda ed abiti questo luogo, occorre un mio modo di essere, bisogna che io assuma una posizione esistenziale, occorre cioè che questo luogo ( del Senso) sia abitato da me;  il  Vangelo dice: che il demonio dopo avere abitato in un corpo, una volta cacciato da quel corpo, se ne va in giro e trova solo luoghi deserti, aridi, e per questo ritorna nella persona che aveva abbandonato e, dice ironicamente il Vangelo, trova il luogo da cui era stato cacciato adorno e spazzato;  il che vuol dire che noi gli teniamo bene il posto, quando viviamo in preda all’angoscia, al delirio di essere isolati, al delirio di esistere semplicemente vincendo sugli altri, rovinando gli altri: per questo il demonio trova il suo luogo adorno e spazzato.

Quand’è che io invece questo luogo della relazione con l’altro diventa il luogo dell’esperienza di Dio; e la relazione con l’altro,  diviene valore vivente, valore di relazione, valore di legame;  quand’è che questa volta finalmente ho cura di questo luogo nel senso positivo, non nel senso ironico del Vangelo?

Credere, come?

Occorre un mio atteggiamento interiore che si può chiamare “Credere”. Però  anche qui, non meno che nella parola Dio, ci sono grossi equivoci che gravano su questa parola. Spesso credere vuol dire farsi una rappresentazione di Dio, sostenere che sono veri certi fatti;   per esempio credere che c’è Dio oppure che non c’è Dio, quello è un credere minimale soltanto rappresentativo,  vuol dire essersi fatti una fotografia della realtà, o delle origini della realtà.
Quando il credere sfocia in una fotografia, siamo pronti per le guerre di religione, perché le nostre fotografie saranno diverse, naturalmente, non coincidono, e la diversità della foto dell’altro mi scandalizza, me la sento già come una minaccia; che esista qualcuno che chiama Dio diversamente, che ha un’altra liturgia, che ha un altro scenario di senso, diventa quasi la confutazione della mia verità, non lo posso tollerare. La  mia ossessione sarà il relativismo. Mentre il mondo va a rotoli per gli orrori del capitalismo, della distruzione della natura, la distruzione dei popoli, la mia ossessione è di avere una divisa. Il male del mondo è filosofico, concettuale e dunque dipende dalla divisa che uno ha o non ha. La cosa sembra ironica.
 
La  rappresentazione immunizza me stesso dal cambiamento, io posso essere come sono:  nell’incuria, nella disattenzione, nell’egoismo, l’importante è che abbia la foto giusta da esibire, come farebbe un delinquente che ha il passaporto giusto e lo lasciano passare ma lui è un delinquente, però ha il passaporto in regola. Il credere rappresentativo, soltanto rappresentativo, non è attendibile. La nostra distinzione: credenti/non credenti è tutta fondata su chi ha nella fotografia Dio e su chi Dio nella fotografia non ce l’ha.

Aderire alla vita

Ora c’è un livello più profondo, che è il credere, il credere creaturale: perché per noi vivere non è questione di avere una fotografia di come vanno a finire le cose, di chi ha originato il mondo: credere è questione di aderire alla vita; la vita è un dono e come tutti i doni deve essere accolto, ma accolto dalla libertà.

Se poi non sappiamo accogliere la vita – e questo non accade il giorno che nasciamo, non accade al compimento dei 18 anni, noi non sappiamo quando sarà il giorno di questa svolta, in cui davvero con il nostro essere diciamo si alla vita cioè la assumiamo come un dono e si vede che la assumiamo come un dono,  perché ci sentiamo responsabili di ricomunicarla. Il  dono è distrutto da chi lo trattiene.

(Sul dono si dicono delle banalità; si parla del dono della vita, ma intanto si condanna l’eutanasia, si condanna il suicidio: si dice la vita è un dono di Dio, quindi tu non la puoi distruggere!  Questa espressione richiama la logica del prestito non del dono;  Dio infatti non ti ha prestato la vita, per cui tu dici no, non posso far nulla; se è un dono, il dono ti dà la libertà, certo in quel caso sarà una libertà disperata, tragica, rovesciata, ma ti dà la libertà di fare ciò che vuoi del dono. Quindi non ha senso dire “Dio te l’ha donata quindi tu …” tu nulla, non devi nulla al donatore, perché anche la gratitudine è gratuita, non è obbligata. Nel diritto romano se io vado dal notaio a fare una donazione, il donatario deve esprimere la gratitudine, altrimenti l’atto non è valido, ma là siamo dal notaio;  nella vita io posso anche essere sommamente ingrato e se nasco per esempio per sperimentare la fame, l’orfanità, le guerre, è inutile che mi si dica:  ma perché non sei grato dell’esistenza, non ringrazi Dio di questa bella vita che ti ha dato? quindi andiamoci piano con la gratitudine …  ma torniamo al nostro discorso).

Il  dono dell’esistenza ci costituisce liberi, non liberi per scherzo o fino ad un certo punto, ma liberi fino in fondo,  e il viaggio della libertà è proprio questo: di imparare ad aderire alla vita, cioè di amarla così tanto da riuscire a trasfigurarla per quello che è in nostro potere. Per noi vivere è aderire alla vita: diceva Albert Camus “respirare è già un giudizio di valore” il che vuol dire che mi piace vivere, che aderisco alla vita non sono indifferente, non sono ostile alla vita.


Credere nell’altro

Allora se è questo il vero credere, non è un rappresentarsi, è un aderire: credere rappresentandosi le cose lo può fare la persona isolata, quella che è tendenzialmente esposta alla cattura del male; noi per fare il male dobbiamo rompere le relazioni essenziali di cui siamo partecipi, allora siamo pronti per fare il male;  dobbiamo astrarre dagli altri, dobbiamo non sentire il dolore che procuriamo agli altri per fare il male, altrimenti non lo facciamo. Il puro rappresentarsi lo fa l’eremita per conto suo, lo fa il naufrago nell’isola deserta: credere invece vuol dire aderire,  ma un aderire che è uno stare nella relazione.

Credere è il nostro modo creaturale di stare nella relazione con la vita, stare in relazione con gli altri. In una amicizia, se io tolgo il credere, cioè tolgo la fiducia, quella amicizia è distrutta, finita;  posso togliere altre cose, se tolgo il modo del credere a un rapporto – amare una persona vuol dire credere in una persona – se tolgo questo aderire, quella relazione è distrutta. Se  il credere è questo, non è un fatto riservato ai cosiddetti credenti, che spesso danno prova di non credere ma solo di rappresentare, di giudicare gli altri,  ma non di credere.

Prossimità e distanza nella relazione

Il credere rivela due elementi essenziali: da un lato, ha l’energia del resistere; resistere perché? Perché ogni volta che c’è un’esperienza del credere, noi abbiamo un’esperienza della presenza (dell’altro) nella (sua) assenza; naturalmente nel caso di Dio è ancora più chiaro, infatti Dio è invisibile; l’essenza della persona che amo non mi è data soltanto dal suo volto, da una manifestazione fisica, dal suo modo di fare o di parlare, c’è un mistero dell’altro che io non posso mai catturare, Levinas la chiama “la carenza dell’altro”, infatti io l’altro non lo posso prendere, non lo posso stringere, non mi posso impadronire della sua realtà.

C’è una dimensione di distanza, di assenza, di mistero nella relazione tra le persone; quando tolgo la distanza dalla relazione tra le persone, questa  diventa un rapporto scontato; dopo una settimana andiamo dall’avvocato divorzista  perché ci annoiamo, ci soffochiamo a vicenda e il divorzio diventa salutare, non è un peccato, diventa un respirare. Tutte le volte che togliamo questa dimensione di mistero, di distanza nella relazione,  le persone soffocano per troppa poca distanza, perché ormai sono scontate le une per le altre;  trent’anni che stiamo insieme prima che tu parli so già quello che dici, ti posso prevedere al millimetro. Se tolgo la distanza nel rapporto con la persona, cessa questo mio credere nella relazione: credere nell’altro, nella strada comune da fare. Se lo tolgo nel rapporto con Dio vuol dire che io quello spazio di assenza lo voglio saturare, riempire secondo le mie tendenze, le mie tradizioni, le mie attitudini, comincio a dire: Dio sta in quel santuario, Dio sta in quel miracolo, sta in quella apparizione o in quella processione, voglio colmare lo spazio della distanza, e uccido la relazione con l’altro. La relazione vive di prossimità e di distanza, non posso togliere la distanza. Però  la capacità di portare la distanza, di portare l’assenza, richiede a noi un’energia di resistenza: quale credente non ha mai dubitato che Dio non esista proprio per niente, che Dio sia una superstizione infantile? Ci vogliamo rassicurare che ci sia un Dio buono che ci aspetta: in realtà c’è la bara, ci sono i vermi, tutto lì, non c’è altro.

Quale essere umano che è mortale, autocosciente, non ha pensato almeno una volta che la realtà è quella e non ha sentito incredibile la fede religiosa, una favoletta? Chi di noi non ha attraversato, non si è fermato su questo dubbio? Allora, da una parte occorre imparare a portare il vuoto, a portare l’assenza; e l’assenza di un Dio d’amore in un certo senso è più grave di un Dio che fosse un mago onnipotente o un Dio giudice. Il Dio onnipotente, il Dio giudice può stare tra le nuvole, non c’è problema, noi siamo qui in questa valle di lacrime a provare a meritarci eventualmente il premio finale. È giusto che Dio stia lì sopra tra le nuvole. Un Dio d’amore che Gesù chiama papà, un Dio che ama come una madre dice Paul Ricoeur, un Dio di tenerezza, di compassione, di misericordia è però nel contempo un Dio che non si vede mai: come si fa a credere a un Dio che non si vede, un amore cioè che sembra privo di presenza, privo di incarnazione, come può essere credibile? Allora, da un lato occorre questa maturità nel portare il deserto, l’assenza, la solitudine, perché la relazione sia e non vinca l’assenza. Quando arriva la presenza di Dio mi accorgo che la presenza non toglie l’assenza, non è il contrario dell’assenza, non è una dialettica per cui alla fine i conti tornano;  io faccio un’esperienza della presenza di Dio persistendo l’assenza, la mancanza di visibilità. È  come se questo Dio anziché farsi prendere Lui direttamente, ogni volta mi rinviasse alla relazione con gli altri. Vuoi sperimentare Dio? Entra in relazione con il fratello, con la sorella. Quando sei in quel tipo di relazione e hai imparato ad amare in modo generoso, fedele e misericordioso, quando sei arrivato a quella zona della realtà, da lì chiediti se tu hai una esperienza della presenza di Dio; quando sei in quella zona di realtà ti passa la voglia di dire che è un concetto: o riconosci la presenza del Dio visibile oppure dirai:  “Beh! Almeno questa vita ha senso” e farai un’esperienza di senso perché il Bene concreto, nella vita umana, è l’unico senso possibile, non è una teoria, non è una spiegazione astratta.

L’altro elemento importante  del senso o presenza di Dio è che noi possiamo avere questa esperienza, dentro delle dinamiche di salvezza; bisogna recuperare il rapporto con questa parola e non con l’astrologia, lo spiritismo, con l’assicurazione sulla vita; la salvezza non è scampare ad un incidente stradale, quello è sopravvivere; la salvezza forse è un’altra cosa: vuol dire approdo alla piena destinazione dell’essere umano, vivere in modo compiutamente umano, condividere felicità, condividere liberazione.
Io  penso che noi dobbiamo avere un’esperienza di Dio e del Senso solo nelle esperienze che anticipano questo compimento di salvezza, altrimenti, se noi parliamo di Dio al di fuori di queste esperienze, Dio, come in effetti accade nella cultura contemporanea, fa quasi sempre la figura di una risposta scontata a tutte le questioni, diventa una cosa inattendibile, si trasforma nella figura di un oggetto inventato da una superstizione infantile.
Le esperienze di salvezza si danno tutte le volte che ci è dato di esistere aiutandoci gli uni e gli altri e attingendo ad una fonte più grande di noi, che si chiama Senso, si chiama Dio. Chiunque di noi faccia un esperienza di Bene, lo fa attingendo ad un Bene più grande, questo è un dato concreto, non è metafisico, non è arbitrario;  nessuno di noi può alzarsi e dire “no io il bene me lo sono inventato, io il bene per una persona lo decido a tavolino, alle nove di questa mattina  inizio a volerti bene”. Nessuno di noi vive così.
Quando noi vogliamo bene a qualcuno, ci troviamo dentro ad una corrente di bene che è più grande, ne partecipiamo e ricomunichiamo a quel qualcuno il bene che stiamo attingendo. Se  è così ci si danno esperienze di salvezza quando attingiamo a questa fonte, quando riusciamo a produrre la fraternità; allora capiamo che la salvezza non è quel fatto holliwodiano per cui all’ultimo momento arrivano i nostri: c’erano gli indiani che attaccavano la carovana ecco arrivano le giacche blu che ci salvano. La salvezza non è un evento magico finale, alla fine dei tempi o  chissà quando, con una irruzione straordinaria di Dio: la salvezza piuttosto deve poter nascere dentro la condizione umana.

In fondo la scrittura cristiana ci attesta che c’è una nascita della salvezza perché c’è la nascita di un Salvatore che non è un mago, e che ha bisogno di una trasfigurazione della condizione umana: infatti l’unico specifico di questo Salvatore, che fallisce, che muore in croce, la cui passione arriva a quell’esito scandaloso anche per chi gli voleva bene – è stato scandaloso anche per quelli che lo amavano – l’unico specifico è di attestare che esiste un modo di amare possibile a ciascuno di noi. E se quello vuol dire essere figli di Dio, ciascuno di noi, al di là  di tutte le nostre etichette religiose, può essere, figlia e figlio di Dio.

Paura come ostacolo al Senso del vivere

Allora  se è così il vero ostacolo al senso o presenza di Dio non è perché  nella nostra fotografia manca il concetto di Dio.  Quando nei dibattiti puntualmente qualcuno si alza e dice: sì, è vero,  ma chi non è religioso, chi non ha fede come fa a vivere il perdono, come fa a vivere l’amore dei nemici? come se invece i religiosi lo vivessero; questa obiezione è falsa: c’è qualcuno che è più buono perché ha la fotografia giusta, mentre invece chi  non ha la fotografia oppure ce l’ha sfocata allora poveraccio non riesce a vivere le cose della comune umanità? Ecco questa domanda lasciamola da parte, interroghiamoci su noi stessi: qual è il vero ostacolo al credere? Non è una cattiva fotografia, anche perché la fotografia è come un voler prendere l’aria con le mani, non ci sta dentro ad una fotografia questa fonte di bene. Il vero ostacolo credo sia l’angoscia o la paura. Angoscia = sfiducia radicale nella relazione, cioè noi che siamo relazione non giungiamo alla facoltà di credere nella relazione: il contrario del credere è quest’angoscia.

Questa angoscia può abitare il cuore del credente come del cosiddetto non credente: anche qui dobbiamo rimescolare le carte. Quindi l’angoscia, la  paura che separa il pensiero dall’azione, i valori creduti dallo stile di vita, è un’esperienza comune a tutti noi; ne parla anche San Paolo. Da  un certo punto di vista l’amore del prossimo è ovvio, è naturale, non occorre farci sopra delle conferenze. Con la testa lo capiamo, però l’azione non traduce quello che abbiamo capito, e siamo costretti a dire a noi stessi: ho capito delle cose ma non riesco a viverle. Che cos’è che ci separa, che spezza dentro di noi queste due capacità? La paura. La paura spezza il pensiero dal sentire, dall’agire; la paura spezza la mia condizione dalla condizione dell’altro;  non mi sta a cuore la condizione dell’altro, non arrivo a farmi carico della condizione dell’altro; io ho paura per me stesso, per i miei cari. Quindi la paura mi stringe il cuore, mi ammutolisce l’anima, mi devia la ragione, la coscienza morale e a quel punto diventa lei la regista del mio agire, la regista della mia vita.
Quand’è che noi superiamo la paura? Dice il teologo Netwel in “l’ermeneutica del pericolo”: quando io mi accorgo del valore dell’altro ma anche che l’altro è minacciato, non mi interessa più la mia morte, la mia mortalità, mi interessa che l’altro non muoia, che l’altro possa vivere, che l’altro abbia un’esperienza di pienezza, di felicità.
Il diritto dell’altro diventa il mio dovere e se non accolgo i doveri umani, i diritti umani sono lettera morta. Allora io posso superare la paura e da una parte recupero dentro di me la fiducia del bambino; quando il Vangelo dice “tornate come bambini” vuol dire figli, vuol dire poveri e non potenti, ma  vuol dire anche essere capaci di credere, di affidarsi, di aderire, di stare nella relazione.  Il  bambino ha una capacità di fiducia, di adesione, interiorizza la figura di un genitore anche se il genitore lo maltratta, e continua ad avere la fiducia nel genitore. Tale fiducia e capacità di affidamento del bambino non è inventata; per il bambino, è come se tenesse la mano ad un altro, adulto, capace di tenerlo, capace di reggerlo, e a sua volta lui diventa la mano. Il superamento della paura non è il coraggio, una cosa che mi do da solo, ma si realizza quando io tendendo una mano trovo un’altra mano reale, trovo un altro affidabile. Credere vuol dire credere in – ecco la relazione – credere in qualcuno, che non vuol dire solo credere che domani pioverà o non pioverà;  credere in qualcuno vuol dire che c’è una mano tesa da poter prendere e guardando in volto questo altro ritrovo la fiducia di tirarmi fuori da una situazione. Pietro affonda sulle acque quando perde questa fiducia, Gesù gli tende la mano ma lui affonda perché non ha la fiducia.

Nel contempo non ci basta questa specie di bambina o bambino interiore, occorre che in questo tendere la mano emerga dentro di noi un adulto, una figura interiore adulta e l’adulto non è quello che spezza i sogni del bambino, quello che gli dice:  “ora cresci, prendi atto di com’è la realtà”  e umilia, mortifica la sua capacità di speranza. Quando gli adulti si interrogano sulla condizione giovanile,  sembra che il problema siano i giovani che non hanno capacità di sperare, che sono cinici;  forse i giovani hanno respirato la disperazione del mondo adulto e si fanno un meccanismo di difesa dalla speranza, dalla disillusione. L’adulto autentico è quello che invece dà respiro alla speranza, l’adulto è colui che dà continuità. È  la figura consistente, affidabile che dà respiro a ciò per cui davvero vale la pena di vivere, non è quello che mortifica lo spazio del desiderio, lo spazio della speranza, il credere che è umano, che è profondamente umano, ma è quello che lo rende capace di continuità, di durata.
Il  vero adulto è uno che anziché negare le cose belle le sa tradurre, cioè le sa ospitare dentro la vita di tutti i giorni:  quello è l’adulto. Allora noi superiamo la paura se dentro di noi abbiamo formati sia un bambino che si fida sia un  adulto che tiene, che dà continuità;  se cerchiamo solo il bambino, il bambino si dispera, se cerchiamo solo l’adulto non sappiamo verso dove andare, non c’è un sogno dentro di noi, non c’è una speranza, non c’è il tendersi massimo dell’altro e del credere.

Naturalmente queste sono le condizioni interiori;  occorre che all’esterno noi sperimentiamo una presenza di relazione, di senso, si può anche dire di Dio, in cui davvero sentiamo che non ci siamo inventati una mano tesa, una consolazione possibile. L’ultima cosa a cui crediamo è che ci sia consolazione, perché per noi la sofferenza è interminabile ed eterna, i lutti veri che portiamo nel cuore non finiscono mai;  quindi questo ci porta a non credere che ci sia consolazione possibile, un senso possibile nonostante la sofferenza.

Concludendo.

Se  noi recuperassimo l’esperienza del valore in quello, che chiamerei impegno e cioè l’impegno all’identità profonda di quello che siamo, e lo traducessimo in relazione di fraternità, potremmo non solo incontrare, vedere, avere cura dei valori, delle persone, delle relazioni, del mondo vivente e di quello che dà luce a tutto questo, ma  recupereremmo anche l’orientamento corretto. Potremmo così  avere cura dei valori e vederli, inoltre potremmo avere anche  un’esperienza di anticipazioni, di frammenti di salvezza, cioè potremmo aiutare la realtà a trasfigurarsi, potrò concorrere alla nascita della salvezza. Per portare nell’azione questo tipo di ri-orientamento, di conversione, di rinascita, di risveglio del mio modo d’essere, innanzitutto devo cercare verso me stesso, non debbo rassegnarmi a perdere anche solo la percezione del fare la mia parte.
Oggi anche in convegni come il nostro si sentono genitori, insegnanti, sindacalisti, tutta gente che ha una quota di potere buono da giocarsi nella realtà, nella scuola, nel lavoro, e che dicono: che fare? Siamo  impotenti dentro la globalizzazione, dentro la chiesa fatta così, dentro tutti questi grandi meccanismi. Il  primo passo per l’impegno è recuperare la percezione del fare la nostra parte senza pretendere di calcolare prima i limiti del fare la nostra parte, del tipo: io già pago le tasse, ho fatto la mia parte, non uccido, non ammazzo, non dico bugie; dobbiamo  recuperare la responsabilità positiva del fare la propria parte, senza pretendere di mettere prima il limite. Allora scopriremo quel che Hanna Harendt diceva “il potere è l’energia della cooperazione”; il potere va spezzato come il pane, nel senso che non va distrutto, viene condiviso, il potere vero sta nella relazione riconfermata.  Il  potere accumulato, monopolizzato diventa potenza e la potenza diventa violenza ed è il contrario esatto del potere che è intrinsecamente non violento, perché il potere è energia di cooperazione. Ciascuno  di noi ha una quota di potere, che è  servizio e non proprietà, testimonianza e non padronanza, apertura e non monopolio, con la quale potremo collaborare alla nascita della fraternità.

Gallio (VI) – Sabato 1 Settembre 2007

testo non rivisto dal relatore