Il pianeta dell’oro blu

La mistificazione

Fino a non molto tempo fa, l’acqua era considerata soprattutto un problema di natura tecnica od economica. Era il dominio dei chimici, degli idrologi, degli ingegneri. A causa dei crescenti fenomeni d’inquinamento e di contaminazione delle acque (fiumi, laghi, falde freatiche, oceani, piogge acide…), così come in ragione della crescita demografica, in particolare delle grandi "conurbazioni della povertà" (Cairo, Calcutta, Mexico City, Karachi, Nairobi, São Paulo…), la situazione è cambiata considerevolmente. L’acqua sana è diventata un bene scarso e caro a causa dei costi sempre più elevati per captare ed epurare l’acqua dolce e renderla utilizzabile nella qualità (purezza, salubrità) necessaria non solo per gli usi domestici ma anche e soprattutto per l’agricoltura ed alcuni utilizzi industriali che richiedono acqua dolce di una elevata purezza (è il caso dell’industria informatica).
Specie nei paesi più ricchi, dove esiste il potenziale di consumo più alto e finanziariamente più interessante, l’acqua è oramai considerata una risorsa naturale strategicamente importante sul piano economico. Il suo controllo è oggetto di intensa competizione e rivalità fra gli attori economici interessati, sempre più organizzati su scala continentale e mondiale.
Di proprietà pubblica ed oggetto di gestione pubblica fino ad ora (il 95% di coloro che hanno accesso all’acqua potabile nel mondo è servito da società pubbliche di distribuzione; si stimano in 300 milioni le persone servite attualmente da distributori privati), l’acqua è stata negli ultimi quindici anni investita da una forte ondata di privatizzazione, specie nelle grandi città del Terzo Mondo, come, del resto, la quasi totalità degli altri settori dei servizi (una volta) pubblici.
Nei paesi sviluppati, la privatizzazione è stata introdotta su vasta scala in Francia e, in maniera totale, in Gran Bretagna (dal 1989). Che si tratti di acqua potabile da rubinetto o di acque minerali, gruppi multinazionali mondiali ­ come Suez­Lyonnaise des Eaux, Vivendi, Saur­Bouygues, Bechtel, Thames Watedr, United Utilities, RWE, Nestlé, Danone e, da poco, Coca Cola con Bonaqua ­ stanno cercando di appropriarsi dello sfruttamento e del controllo di ciò che il mondo del business, scimmiottato dai politici e dai mass media, chiama per l’appunto l’oro blu.

Senza accesso al diritto alla vita
Un dato fondamentale ci richiama alla realtà umana: un miliardo e seicento ottanta milioni di esseri umani (su sei miliardi) non ha ancora oggi alcun accesso all’acqua potabile.
La quasi totalità di queste persone vive in Asia, in Africa, nell’America latina, in Russia e nei paesi dell’Europa orientale.
Ciò significa che, siccome l’acqua è, con l’aria, la fonte insostituibile di vita, più di un miliardo e mezzo di persone non hanno accesso al diritto alla vita. Altro che "oro blu"! E dire che i nostri dirigenti ci dicono che la Terra sarebbe diventata il pianeta dell’oro blu.
È tempo che i cittadini si organizzino per impedire la nascita e il consolidamento di tale pianeta.
Il diritto alla vita deve essere sottratto al potere dei signori dell’acqua, rappresentati: ­ dai "signori della guerra" (coloro che l’utilizzano al servizio delle loro strategie geopolitiche di egemonia regionale, come la Turchia); ­ dai "signori del denaro" (coloro che vedono nell’acqua unicamente una fonte importante di profitto e che stanno riuscendo ad imporre l’idea che l’acqua deve essere vista principalmente come un bene economico di mercato); ­ dai "signori della tecnologia" (coloro che credono che la soluzione ai problemi di accesso all’acqua per le centinaia di milioni di persone di cui sopra e della lotta per la preservazione di tale risorsa naturale passa attraverso la tecnologia: dissalinizzazione degli oceani, grandi dighe, trasporto su lunghe distanze…).
È urgente fare riconoscere in tutte le legislazioni nazionali e nei trattati internazionali che l’acqua è un bene vitale fondamentale appartenente al patrimonio comune dell’umanità e delle altre specie viventi. L’acqua appartiene solidarmente agli abitanti della Terra. L’acqua in Italia non appartiene agli Italiani. In quanto parte dell’umanità gli Italiani hanno il diritto di accedere alle risorse idriche esistenti in Italia per assicurare il loro diritto alla vita, ma devono farlo in solidarietà con gli altri popoli della Terra, con le altre specie viventi e con le generazioni future.
Per questo la responsabilità dell’acqua è collettiva e comune, ed appartiene ai poteri pubblici di assumerla direttamente o a nome della comunità intera. La proprietà e la gestione dell’acqua, dunque, devono essere assicurate dalle comunità umane, a livello locale dei villaggi così come a livello della comunità mondiale. L’acqua è l’affare di tutti i cittadini. Essa non può essere lasciata alla mercé degli interessi privati, per quanto "regolamentati" essi possano essere dai poteri pubblici locali e nazionali.

Responsabilità della collettività
Concretamente ciò significa che se si considera che tra i 30 e i 40 litri d’acqua giorno per persona per usi domestici e 1.700 metri cubi anno per persona per tutti gli usi sono le quantità sufficienti per assicurare, secondo il criterio acqua, il diritto alla vita individuale e collettivo, il finanziamento dei costi necessari per dare un tale accesso all’acqua a tutti gli esseri umani è responsabilità della collettività. Tocca ai poteri pubblici locali, regionali, nazionali, internazionali e mondiali assicurarne il finanziamento mediante le finanze pubbliche (alimentate da tasse o da prestiti pubblici). L’argomento sostenuto dai fautori della privatizzazione dei servizi dell’acqua è di dire che i poteri pubblici non hanno le risorse finanziarie sufficienti, specie a livello dei comuni e delle città. Peraltro, dicono, anche se i poteri pubblici fossero ricchi, il compito dello Stato è di ridurre al minimo il suo intervento nell’economia e di azzerare il debito pubblico. Non solo, affermano, lo Stato deve spendere meglio ciò che ha ma deve spendere sempre meno e lasciare al mercato la funzione e la responsabilità di soddisfare i bisogni della società.
E perché mai i poteri pubblici, nazionali, locali, continentali e mondiali, devono avere sempre meno risorse finanziarie? Perché il pubblico deve diventare un attore povero e lasciare invece che solo il settore privato sia ricco e disponga dei capitali finanziari necessari alla vita in comune, e quindi decida del loro utilizzo in funzione del proprio interesse? Se è vero che in molti casi la gestione pubblica dell’acqua non è fra le più efficienti, democratiche e trasparenti ­ e non solo nei paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina ­ ciò non autorizza ad abbandonare al privato la gestione, ma piuttosto ad obbligare i responsabili pubblici a far sì che la loro gestione sia al top dell’efficienza, della trasparenza e della democrazia; e l’esperienza dimostra che ciò è stato fatto e resta fattibile.

Un’utopia possibile
Non si tratta di un’utopia generosa.
Certo, la generosità da sola non fa capovolgere i rapporti di forza politici ed economici che sono sempre più sfavorevoli alla difesa della proprietà e della gestione pubbliche di un bene comune e fondamentale come l’acqua. "L’oro blu" ha suscitato e suscita troppi appetiti presso un numero crescente di gruppi privati multinazionali estremamente, troppo, forti. Ma la storia dimostra che la ragione non è solo dalla parte dei forti e dei potenti. Per questo, la creazione avvenuta in diversi paesi del mondo, compresa l’Italia, di associazioni militanti in favore di un Contratto Mondiale dell’Acqua, costituisce un elemento di speranza e d’incoraggiamento. L’accesso all’acqua come diritto umano e sociale, individuale e collettivo, imprescrittibile è un’utopia possibile.

Bibliografia
L’essenziale dei principi fondatori e delle proposte del Contratto Mondiale dell’Acqua
si trova in Riccardo Petrella, Il Manifesto dell’Acqua, Per un Contratto Mondiale,
Edizioni del Gruppo Abele, Torino, 2000.