Il povero che cos’è?

E allora il povero che cosa è? Il povero è un problema e tu sei colui che lo risolve. Se non lo risolvi sei un egoista. E quindi devi risolverlo, devi aiutare i poveri. Questo per me è tremendo.

Grazie a Macondo che sono venuti a trovarci in Africa a Nyahururu. Ci hanno solo voluto bene.

E’ facile trovare persone che ti stanno vicino, quando c’è qualcosa di male, ma le persone che apprezzano il bene, che sono felici del tuo bene, io non ne trovo tante. E loro, gli amici di Macondo sono felici del nostro bene, ci hanno voluto bene e vorrei a nome del Saint Martin ringraziarli.

Saint Martin è una associazione che al momento si occupa, opera su cinque progetti.

1. Ragazzi di strada; 2. Ammalati di AIDS; 3. Disabili; 4. Micro credito; 5. Non violenza e Diritti umani, che è il progetto dove lavora Makara [giovane che poi è intervenuto nella tavola rotonda e ha raccontato la violenza subita da parte della polizia, che gli ha provocato l’amputazione del braccio sinistro, ndr].

Non so se è capitato anche a voi; mia mamma, quando ero piccolo mi diceva: “Fa un sacrificio, (che poi allora si usava la parola Fioretto) per i bambini poveri”. Allora io sono cresciuto con l’idea che povero vuol dire sacrificio. E dunque bisogna fare un sacrificio per i bambini poveri. Il seminario mi ha confermato questa idea: tu devi fare il catechismo e poi non dimenticarti di aiutare il povero.

E allora il povero che cosa è? Il povero è un problema e tu sei colui che lo risolve. Se non lo risolvi sei un egoista. E quindi devi risolverlo, devi aiutare i poveri. Questo per me è tremendo.

Dall’alto della mia bontà aiuto il povero perché sono buono.

Nella Saint Martin ci siamo accorti che Gesù dice una cosa che è completamente diversa; anzi direi che è l’opposto. Gesù dice: “Quando dai un pranzo o una cena, non invitare i ricchi, ma invita i poveri”. E noi ci immaginiamo che questo voglia dire: “Non invitare i ricchi (che non ne hanno bisogno) ma invita i poveri, e così li fai felici. Non è forse così che pensiamo? Gesù invece dice il contrario: “Non invitare i ricchi, ma invita i poveri e così tu sarai felice!” Avrai una vita felice! E’ il contrario. E’ tutta un’altra cosa! Ci siamo accorti che il Vangelo è il contrario.

Comincia a dire: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo, la pietra angolare, la più importante”. Guardate il corpo; “Ci sono tante parti”, scrive San Paolo; “l’occhio non può dire alla mano non ho bisogno di te” e poi come finisce la lettera di San Paolo? Finisce dicendo che le parti più deboli del corpo sono le più importanti.

Dio sceglie il povero per confondere i ricchi; ricordate la Samaritana? La donna più povera del vangelo, prostituta, poveretta, disgraziata, andava per conto suo, non voluta, ed era messa da parte dalla comunità! Gesù dice alla Samaritana: “Tu puoi diventare una sorgente di acqua viva per questa comunità”; sì, la samaritana, una sorgente di acqua viva!

Il povero può diventare una sorgente di acqua viva, può farci felici. Può essere la pietra su cui costruiamo la parte più importante della nostra vita, della nostra comunità. In Kenya ci siamo accorti che c’erano dei disabili, abbiamo avuto un incontro per i disabili; ho chiesto al parroco che era lì da trent’anni quanti erano; e lui ha risposto: “Abbiamo un censimento. Sono dieci”, “Secondo me sono di più nella parrocchia!” gli ho suggerito. “No, no non sono di più!”. Allora ho chiamato i catechisti e ci siamo accorti che non erano dieci, erano tredici. Tre su dieci è il trenta per cento; è uno sbaglio mica male; tu sei parroco e non sai che hai il trenta per cento in più di disabili. Comunque io ero convinto che ce ne fossero di più. Il parroco però insisteva che non era possibile: “Al massimo saranno quindici; non sono di più”. Siamo andati comunità per comunità a visitare e abbiamo scoperto che nelle diverse comunità c’erano mille e trecento disabili.

E allora io mi chiedo una Chiesa, non dico una Chiesa che non si prende cura dei poveri, lasciamo stare questo, ma una Chiesa che non sa neanche che i poveri esistono, è Chiesa di Cristo secondo voi?

Quando nel 2004 sono andato in Kenya, durante la messa di mezzanotte ricordo che ho pianto; dovreste vedere la messa di mezzanotte in Kenya, è stupenda; danze, cinquecento ragazze vestite, colorate, una festa: ma guarda, mi sono detto, qui sono in Paradiso! Beh mi ha preso dentro un magòn [magone in dialetto veneto, ndr] e mi sono messo a piangere. Ho pianto.

Dieci anni dopo non ho celebrato la messa di mezzanotte; ho fatto la messa in strada coi ragazzi di strada. La mattina dopo stavo per partire con la macchina per andare a celebrare la messa: sono parroco, ma mi arriva una mamma con due figlie, mi chiama: “Padre!”; mi fermo e le dico: “Sto andando alla messa”; “No, no un attimo” e mi racconta che le bambine sono state violentate davanti agli occhi della mamma e del papà quella stessa notte. A quel punto che faccio? Mi do da fare; ci sono delle pastiglie particolari, che dentro le 62 ore neutralizzano gli effetti dell’AIDS e poi c’è tutto un procedimento giuridico; insomma mi prendo cura di queste due bambine e la prima messa è persa.

Ma il giorno di Natale ne celebro due e m’incammino per la seconda; esco con la macchina e mi arriva una donna con una bimba molto piccola, aveva tre anni, anche lei violentata nella notte; stessa procedura che per le due bambine precedenti; e anche la seconda messa è persa. Natale senza messa. Voi capite che lasciare senza messa una comunità crea dei problemi.

Anche quell’anno, anche quella volta ho pianto; ma non come la prima volta di gioia; ma per la sofferenza di queste creature. E voi mi direte e la messa di Natale? Ed io vi risponderò così: Ma come è possibile andare all’altare se qualcuno è là che ti chiama, che ha qualcosa contro di te? come puoi celebrare la messa e lasciare che la violenza distrugga la vita di tre bambine? Dio non può accettare la tua offerta se quelle bambine ti chiamano! Possiamo forse mettere i sacramenti prima della carità? In quella occasione la mia scelta è stata di soccorrere le bimbe e la loro vita.

Un giorno ero in ufficio e una coppia entra e mi dice: “Padre siamo pronti per prendere un bambino di strada in affidamento”; oh che bello! Vado nell’ufficio dove si svolgono le pratiche di affido e mi entra il coordinatore dei disabili e mi ferma: “Padre, sai nella famiglia dove è morto il padre l’anno scorso di AIDS, questa notte è morta la mamma”. “E i bambini?” gli chiedo; “Beh! sono dieci i bambini”. “Sono a posto? Li avete sistemati?” gli chiedo, perché quando uno è ammalato di AIDS noi cominciamo a pensare di darli in affidamento alle famiglie. “Sì, tutti, tranne l’ultimo. Kamau” conclude il coordinatore; Kamau è disabile fisico e mentale, non vuole nessuno. Penso e dico tra me: “Intanto lo prendo in casa io, e poi vediamo in settimana di sistemarlo. Poi andremo a vedere dalle suore di Madre Teresa se lo possono tenere loro”.

Tipica soluzione da missionario. Tutti noi andremo all’inferno. Il povero che cosa è? Un problema! E allora chi è che risolve il problema? Le suore di Madre Teresa! Ma mi viene in mente che c’è quella famiglia che sta aspettando l’affidamento del ragazzo di strada; vado da loro e dico: “Scusate, noi vi diamo il bambino di strada in affidamento; ma intanto non è che vogliate prendervi per due o tre giorni questo bambino disabile; intanto noi andiamo dalle suore e vediamo di sistemare la cosa”. Sapete la risposta? “Padre lascia che ci pensiamo”; li lascio pensare, dopo cinque minuti tornano e mi dicono: “Padre, se non ti dispiace noi lo teniamo per i tre giorni, ma vorremmo tenerlo per tutta la vita”. E allora io dico: “Forse non lo avete ancora visto; intanto lo potete tenere otto giorni e poi ci vediamo”. E allora la donna si intromette: “Padre, noi lo accogliamo come un segno, un segno che tu ci offri”. In effetti è pur vero, è un buon segno, penso tra me, ma non desisto: “beh! tenetelo qualche settimana e poi ci vediamo”. E sono rimasti con il bambino.

Dopo un anno, un anno e mezzo li vedo entrare dalla porta e la prima cosa che penso: “Adesso me lo danno indietro, certamente”. Invece loro si siedono, mi guardano e mi guardano: “Noi siamo venuti qui per ringraziarti, perché da quando Kamau è nella nostra casa, siamo tutti migliori; i nostri ragazzi sono più generosi, c’è un’altra atmosfera, nella nostra casa ed anche coi vicini di casa. Anche noi, tra marito e moglie, siamo cambiati, Kamau ci ha fatti migliori, è l’angelo che Dio ci ha mandato per prendersi cura del nostro cuore e noi ti ringraziamo”.

Questo è il peccato grande che un sacerdote può fare, quando ha deciso che nella comunità non ci sono risorse, che nessuno è così buono da tenersi in casa un bambino disabile. E che quindi il problema è tuo o delle suore. Questa è la maledizione. Perché tu missionario pensi che questo bambino sia un problema e devi risolverlo tu nel più breve tempo possibile. Ma se tu pensi che non è un problema, ma è un dono, allora cambia tutto.

Domenica mattina ero in cattedrale e avevo bisogno di una famiglia e ho detto: “Ragazzi, oggi so che in questa chiesa ci sarà un miracolo; io ho un bambino di sette mesi, ammalato di AIDS, sette mesi, ho una casa apposta per bambini ammalati di AIDS, però questo bambino ha bisogno di una famiglia, di un papà e di una mamma, ed io so che Dio guiderà il cuore di qualcuno; dopo un’ora la famiglia si è presentata e la sera stessa il bambino aveva una famiglia; aver fede in Dio tutti sono capaci, ma credere nella comunità, credere che Dio apre il cuore della gente, che la gente della comunità di Nyahururu è straordinaria e che ha un cuore grandissimo, aver fiducia nell’Africa…. Questo ancora ci manca.

Guardate che tutte le statistiche nefaste che vi fanno vedere, sono tutte bugie: perché non c’è la statistica del cuore? non c’è la statistica della generosità? non c’è la statistica dello Spirito Santo? Le volete trovare nei conti in Banca, nell’ONU? Non ci sono; ed in Africa c’è un mare di cuori, di generosità, di potenzialità, di straordinarie capacità e queste non le contabilizza nessuno; io la fede di questa famiglia non l’ho trovata in seminario, non l’ho trovata in nessuna parte e questo aiuta il mio cuore.

Padre Gabriele Pipinato

Missionario a Nyahururu (Kenia)

Presidente della associazione Saint Martin

Relazione tenuta alla festa di Macondo 2006